Atlantic City Bruce Springsteen

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Dario Migliorini

Atlantic City è la seconda traccia dell’album Nebraska e il primo e unico singolo del disco del 1982 di Bruce Springsteen. Registrata, come tutto l’album, tra le strette mura di casa di Holmdel, New Jersey, Atlantic City è considerata uno dei massimi capolavori di Springsteen, che per la sua registrazione sfruttò appieno i quattro canali del piccolo registratore Tascam, tra chitarra ritmica, mandolino, voce/armonica a bocca e controcanto. Ma, oltre alla sua bellezza musicale, la canzone deve la sua grandezza anche a un testo tra i più belli dell’intera discografia springsteeniana. Una storia di piccola criminalità in una città dove gli interessi economici e il malaffare si sposano nella stessa misura in cui si fondono la disperazione e un lieve senso di speranza. Avendo caratteristiche musicali che portano più verso il rock che verso il folk, Atlantic City trovò presto uno sfogo elettrico in una energica e apprezzatissima versione a piena E Street Band.

IL CRIMINE COME OPPORTUNITA’

Atlantic City, anni ’70. La città sulla costa meridionale del New Jersey era ancora la capitale americana dei casinò e del gioco d’azzardo, prima di essere soppiantata da Las Vegas. Una città nella quale le mafie e i potenti del mattone si fecero la guerra per aggiudicarsi la grande torta del gioco d’azzardo. Prima di quel momento il gioco era proibito e la mafia lo aveva gestito in modo clandestino. Poi l’azzardo fu reso legale a colpi di referendum e da quel momento la città visse un periodo di forti tensioni perché ognuno voleva accaparrarsi la fetta più grossa. Saltavano in aria uomini e case (il chicken man citato nel primissimo verso della canzone esistette davvero, il boss mafioso Philip Testa di Philadelphia) e le autorità non riuscivano a contenere la guerra tra clan, anche a causa di una forte corruzione serpeggiante nella politica e nelle forze dell’ordine. In questo contesto si inserisce la storia del piccolo malavitoso narrato in Atlantic City, un pesce piccolo che delinque nella speranza di potersi affrancare un giorno da quella città e da quella vita.

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Debiti e prezzi da pagare

Il protagonista di Atlantic City (leggi la traduzione qui), come quello della coetanea Johnny 99, si è indebitato fortemente e non esiste lavoro regolare che gli possa consentire di appianare i suoi debiti. Lui promette alla sua ragazza un futuro migliore, dove “la sabbia diventa oro”, ma le chiede pazienza (“mettiti le calze perché le notti saranno fredde”). Una pazienza che lei ha praticamente esaurito, ma lui, eroe romantico, crede ancora in un amore che possa durare in eterno (“Forse la nostra fortuna è finita e il nostro amore si è raffreddato, ma io rimarrò con te per sempre”). Come i personaggi sconfitti e predestinati al destino più amaro che abbiamo potuto ammirare nei film di Martin Scorsese, per citare solo uno dei grandi registi di quel periodo, anche il protagonista di Atlantic City sceglie l’unica strada verso la redenzione che riesce a vedere: la stessa malavita da cui vuole fuggire. Il ragazzo sogna un ultimo colpo che lo possa sistemare per sempre, così accetta di fare un favore, ossia un atto criminale, a un amico per guadagnare quel tanto che basta per smettere con quel giro, pagare i debiti e rifugiarsi da qualche parte in pace e in amore con la sua ragazza.

C’è ancora speranza

Il finale resta aperto, proprio come nei film più belli. Non sappiamo come sia andato quel “piccolo favore”, lo possiamo solo immaginare. Ma per aiutarci nel rebus, Springsteen ci lascia due dei versi più celebri della sua immensa lirica: “Tutto muore piccola, è un fatto, ma forse tutto quello che muore un giorno tornerà indietro”. Il fatalismo frammisto alla fede e alla speranza. La consapevolezza che potrà non farcela, ma la speranza che ci potrà riprovare. Forse, un giorno. Quando un uomo è alla disperazione, prova l’ultima chance, vada come vada. Gli può andare bene, può semplicemente scamparla con un soffocante nulla di fatto, può anche morire. Ma forse un giorno potrà redimersi. Un approccio religioso? O più probabilmente un simbolo metaforico di riscatto terreno, un’altra chance, un nuovo treno da prendere in corsa? Nella religione cattolica è Dio in persona a prometterti che un giorno tornerai alla vita. Del resto l’italianità di Springsteen ha un forte risvolto culturale: la religiosità cattolica. Questo lo lega a tanti registi italo-americani che in quel periodo hanno girato stupendi film di malavita e di marciapiede: Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Michael Cimino, Abel Ferrara senza contare l’italianissimo Sergio Leone. I personaggi usciti dalle loro penne e dalle loro macchine da presa hanno un substrato di religiosità che emerge in continuazione, tra peccato, confessione e ricerca di redenzione.

Quanto cinema in Atlantic City

Ma il legame di Springsteen con questi registi va oltre la dimensione religiosa: si cita spesso la sua abilità nello scrivere testi cinematografici. Non c’è solo la mafia, la violenza, il dominio di uomini su altri uomini. Quei registi, come lo Springsteen di Atlantic City e di altre sue canzoni, in realtà narrano di emarginati, di reietti che vanno alla ricerca di un riscatto nella vita. Lo fanno però nel modo sbagliato, cercando affermazione e giustizia dove possono trovare solo morte e prevaricazione. Diventa una battaglia in cui in palio non c’è mai la vittoria, ma solo la sopravvivenza. Bruce è senza dubbio la versione cantautorale di quei grandi registi. La comune origine italiana e lo stesso periodo di sviluppo della loro carriera, ossia gli anni ’70, sono un ulteriore punto di contatto. Springsteen, l’italo-irlandese proveniente da una famiglia povera di provincia, ha la sensibilità per scrivere queste storie. E lo fa – cosa importante – senza esprimere giudizi. Lui ci racconta solo la storia, con una capacità descrittiva sorprendente. Il racconto avviene molto spesso in prima persona. È questo, e non il giudizio morale, a portare una sorta di affetto o almeno un po’ di solidarietà ai suoi personaggi.

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DAL FOLK AL ROCK NELLA BELLEZZA DELLA MUSICA

La versione originale di Atlantic City incisa per Nebraska è di una bellezza disarmante. Springsteen utilizza tutti i quattro canali del piccolo registratore casalingo Tascam per incidere prima una parte di chitarra e la voce/armonica e poi una seconda parte di mandolino e uno splendido controcanto, che non è solo in sovrapposizione alla linea di canto principale nel ritornello, ma anche in inserti rabbiosi e sofferenti durante le strofe, come se fosse uno strumento in più a disposizione. Anche il mandolino interviene spesso come strumento da riff: è lui che disegna il tema musicale principale. Il risultato è probabilmente una delle punte artistiche più alte dell’intera carriera di Springsteen. Una canzone che, nella sua melodia e nelle sue vibrazioni, diventa una colonna sonora del film che essa stessa racconta. Potente e vibrante anche la versione elettrica dal vivo che Bruce inaugurò subito dal Born In The USA Tour, segno evidente che tra le canzoni di Nebraska Atlantic City fosse già allora sentita da Springsteen con un forte risvolto rock. Molto interessante, anche se meno nota, la versione country folk presentata dal vivo con la Seeger Sessions Band.

Curiosità

Per accompagnare il singolo di Atlantic City (che in realtà uscì solo in Inghilterra) Springsteen commissionò al registra Arnold Levine una videoclip che, nella sua semplicità, rappresenta a tutt’oggi per molti il video più bello di una canzone di Bruce. Il video consta di una carrellata di brevi filmati di Atlantic City, rigorosamente in bianco e nero, negli anni della sua incipiente decadenza, tra demolizioni di alberghi e periferie degradate. Non mancano però il sole e le passeggiate sul celebre boardwalk, la passeggiata sul lungomare della città. La canzone è stata poi riproposta in numerose cover, tra le quali celebre quella proposta da The Band nel 1993, quando vi facevano ancora parte Levon Helm, Rick Danko e Garth Hudson.

 

Dario Migliorini

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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