Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen: tre tra i più grandi cantautori della musica popolare americana e mondiale. Ma facciamo un passo indietro: cos’è il cantautore? La musica può essere approcciata secondo diverse angolature. Ai due estremi ci sono da un lato la musica solo strumentale, che spesso riferisce al virtuosismo dei musicisti che la eseguono, dall’altro il cantautorato in senso stretto, quello che utilizza la musica come mero accompagnamento di un testo (Omero è stato in qualche modo il cantautore “ante litteram”). In questo secondo caso al centro dell’attenzione è posto il messaggio veicolato dalla musica, mentre l’aspetto di arrangiamento strumentale rimane volutamente scarno per favorire l’attenzione sui versi e sui significati. Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen, ognuno a suo modo, non si sono certo fermati al concetto di cantautorato in senso stretto. Nello stesso tempo, però, esso ha rappresentato un punto essenziale della loro composizione.

L’evoluzione della figura del cantautore

Quando nel ‘900, soprattutto negli USA, si è sviluppata la figura del cantautore, alcuni autori sono entrati nel mito (due su tutti Woodie Guthrie e Pete Seeger). Queste figure hanno avuto uno stretto rapporto con la protesta sociale e politica e con il viaggio, inteso soprattutto come emigrazione di gente povera in cerca di un avvenire. Poi una seconda generazione di cantautori è arrivata tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 (su tutti Johnny Cash e Bob Dylan). Il primo, più legato al country-folk, ha scritto pagine leggendarie soprattutto sul tema della giustizia e delle carceri. Dylan, invece, è sembrato, almeno all’inizio della carriera, il vero erede di Guthrie, così ispirato ai temi sociali e alla rivoluzione culturale degli anni ’60, di cui è stato indubbiamente uno dei massimi rappresentanti. Dylan sarà anche di ispirazione per altri grandi cantautori emersi successivamente (tra gli altri Leonard Cohen, Van Morrison, Paul Simon, Neil Young, Tom Petty, Bruce Springsteen, John Cougar Mellencamp), ma anche per tante band e artisti che apparentemente non avevano a che fare il cantautorato puro (dai Rolling Stones per arrivare persino alle band hard-rock). Artisti che, in realtà, hanno interpretato il loro essere cantautori, quindi la loro creatività lirica e la loro composizione musicale, in modo spesso molto distante. Per quanto mi riguarda, i miei cantautori di riferimento sono loro tre: Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen. Difficile, e persino inutile, confrontarli. Provo però a tracciarne un parallelo.

Bob Dylan

Robert Allen Zimmerman, nato nel 1941 nel Minnesota, è l’unico dei tre che si è dato uno pseudonimo (Dylan in onore dello scrittore gallese Dylan Thomas). Bob Dylan è considerato il cantautore per eccellenza, il più diretto erede di Woody Guthrie. La sua carriera è iniziata da puro menestrello, per di più impegnato in una canzone di protesta, con elementi dal forte contenuto rivoluzionario. Dylan è senza dubbio il padre della controcultura degli anni ’60. A soli 18 anni era già a New York, nel Greenwich Village, ad arringare il pubblico accompagnato solo da una chitarra acustica e un’armonica a bocca. Grazie soprattutto a questo ruolo, a Dylan è stato riconosciuta una posizione decisiva nella letteratura, oltre che nella musica, americana e mondiale (non a caso ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura). Dalla metà degli anni ’60 Dylan, scontentando non poco i “duri e puri” del cantautorato folk, ha compiuto la celebre “svolta elettrica”, abbracciando generi più complessi come il blues e il rock’n’roll e temi non così direttamente impegnati nella protesta. Anche in questa nuova veste Dylan ha scritto pagine fondamentali della storia della musica popolare. Non dimentica certo i temi sociali, ma li tratta senza più l’approccio da canzone-manifesto, ma con testi più poetici, colmi di metafore e di ironia. Rispetto a Neil Young e a Bruce Springsteen è l’unico che non ha investito la sua proposta musicale sulla chitarra, che per lui è rimasto lo strumento di puro accompagnamento. Anche i musicisti che lo hanno accompagnato in studio e dal vivo, pur essendo nomi di assoluto rilievo (da The Band ad Al Kooper, da Paul Griffin a Mike Bloomfield), non hanno mai ricevuto da Dylan l’incarico di ricercare il virtuosismo individuale sullo strumento. Gli stessi arrangiamenti delle sue canzoni raramente hanno previsto la ricerca del virtuosismo, pur evolvendosi verso suoni e partiture più complesse che hanno portato Dylan a essere un quasi inatteso innovatore. I suoi spettacoli dal vivo, caratterizzati da un modo apparentemente freddo di rapportarsi al pubblico, lo hanno visto spesso stravolgere le sue canzoni, sia in termini musicali (in particolare dando alle sue celebri canzoni folk un vestito rock e r&b), sia nella linea di canto, portandola provocatoriamente al limite dell’intonazione e dell’orecchiabilità. Oggi ultraottantenne Bob Dylan vanta oltre 60 anni di carriera, una quarantina di album in studio (il primo nel 1962, l’ultimo nel 2023) ed è ancora attivo sui palcoscenici di mezzo mondo.

Neil Young

Neil Young, canadese di Toronto ma naturalizzato statunitense, è nato nel 1945 e pertanto anagraficamente si pone esattamente a metà tra Dylan (1941) e Springsteen (1949). Neil Young è l’unico dei tre che ha esordito come componente di band (prima i Buffalo Springfield, poi il supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young) prima di intraprendere una carriera solista. Inoltre, dei tre è quello che più ha impostato la sua proposta musicale sull’eclettismo a livello strumentale. Neil Young, infatti, ha una tecnica eccelsa sul finger-picking alla chitarra acustica. Inoltre, pur non essendo tecnicamente un iper virtuoso, è diventato celebre anche per i suoi assoli e riff con la chitarra elettrica, spesso con suoni distorti. Non a caso è considerato il padre putativo, nonché pioniere, del genere Grunge, che sfondò a Seattle negli anni ’90 con i Nirvana, i Pearl Jam e le altre grandi band di quel genere. In effetti, nonostante anche Dylan e Springsteen abbiano avuto carriere che hanno spaziato dall’acustico all’elettrico, Neil Young è indubbiamente quello che ha distinto con più nettezza i due tipi di sound, al punto che non si sbaglia a definirla una doppia carriera parallela. Di contro, sempre che abbia senso esprimere delle valutazioni, è però abbastanza oggettivo sostenere che sul lato lirico Young, pur avendo scritto testi meravigliosi, si fermi un gradino sotto Dylan e Springsteen. Il suo stile lirico è forse quello più onirico, solo in parte avvicinabile a quello del Dylan “post svolta elettrica”. Young scrive testi tormentati, spesso autobiografici, con riferimento più o meno diretto ai suoi condizionanti problemi di salute e all’uso, almeno nei primi anni di carriera, di sostanze stupefacenti. Non c’è traccia di vero e proprio storytelling tramite le sue canzoni, ma di un viaggio spesso metafisico nelle proprie inquietudini. Celebri due suoi brani (Hey Hey, My My e Rocking In The Free World) che, in apertura e in chiusura degli anni ’80, rivendicavano il ruolo del rock e gli prospettavano vita eterna. Come la sua carriera, anche i suoi concerti hanno visto una netta separazione tra gli show acustici (spesso in solitudine, ma anche con i pregevoli cori di Crosby, Stills & Nash) e gli show elettrici (accompagnato dai fedeli Crazy Horse con Young sempre nella veste di cantante e di chitarrista solista). Young si distingue nettamente anche per la sua voce, acuta e limpida, distante anni luce da quella graffiata e nasale di Dylan e da quella roca e potente di Springsteen.

Bruce Springsteen

Nato nel New Jersey nel 1949, Bruce Springsteen è il più giovane dei tre. Pur essendo già presente sulla scena locale da giovanissimo, in realtà è quello che è arrivato più tardi a incidere il suo primo disco (23 anni, contro i 21 sia di Dylan sia di Young). Lanciato inizialmente come il nuovo Dylan, grazie alla sua capacità di scrivere testi fluenti e colmi di immagini e di metafore, presto Springsteen si smarcherà da questo scomodo paragone per cercare un proprio sound, ottenuto dalla collaborazione con la sua storica E Street Band. Dei tre, infatti, Springsteen è quello che subisce più influenze da diversi generi, dal folk di Woody Guthrie, Pete Seeger e dello stesso Bob Dylan al country di Johhny Cash e Hank Williams, dal rock’n’roll di Elvis Presley, Little Richard e Chuck Berry al soul di James Brown e, soprattutto nei primi anni, di Van Morrison. Proprio il soul è il genere che più caratterizza l’evoluzione del sound di Springsteen, grazie anche all’imponente presenza nella band del sassofonista Clarence Clemons. Nato musicalmente come eclettico chitarrista solista, Springsteen nel tempo abbandonerà l’idea del guitar hero per abbracciare in toto la figura del cantautore rock. Per molti Bruce avrebbe dovuto investire molto di più sulle sue doti chitarristiche che si avvicinavano a quelle di Young, non solo per lo stile ma soprattutto perché entrambi hanno quasi sempre improvvisato i loro assoli, come vuole il paradigma rock. Rispetto a Dylan e Young, Springsteen è anche quello che ha approcciato con più convinzione il sound più “pulito” degli anni ’80, diventando rockstar a livello planetario anche in termini di successo commerciale. Ma nella sua carriera è tornato spesso anche sul folk e sul rock acustico (con la sua celebre trilogia acustica, ma anche con numerosi episodi di country-folk negli album full-band). I suoi testi hanno fatto spesso riferimento ad elementi autobiografici (in particolare al difficile rapporto con il padre), ma soprattutto lo hanno visto nella figura dello story-teller per eccellenza sui temi sociali (come Guthrie e Cash, forse ancora più di Dylan), tanto da meritarsi l’etichetta di “working class hero“. La sua canzone “politica”, a differenza di Dylan, si è sviluppata più tardi, trattando temi quali le conseguenze delle guerre, l’iniquità del sistema socio-economico e la crudeltà del sistema giudiziario americano. Springsteen è anche celebre per le sue generose ed entusiasmanti esibizioni dal vivo, lunghe anche quattro ore, con uno stile di approccio al suo pubblico agli antipodi rispetto a quello di Dylan (più riferito allo stile “fisicamente coinvolto” dei suoi riferimenti rock e soul – Elvis e James Brown su tutti). Ad oggi Springsteen è l’artista con all’attivo il maggior numero di concerti di tutti i tempi (si avvicina alle 3.000 esibizioni).

 

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Dario Migliorini

 

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