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Brothers In Arms, Dire Straits

Aggiornato il 12 Gen, 2022 | Words and Music |
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Scritta da Mark Knopfler nel 1982 e pubblicata nell’ottobre 1985, Brothers In Arms è la title track dell’album omonimo dei Dire Straits, il quinto in studio della loro poco più che decennale produzione discografica. Narra la leggenda che Brothers In Arms fu anche il primo singolo della storia inciso su compact disc. In un album con diverse anime, alcune delle quali con un fortissimo appeal commerciale (su tutte Money For Nothing, Walk Of Life e So Far Away), colpisce che Mark Knopfler abbia deciso di lanciarla come primo singolo, considerati il cupo mood musicale e il difficile significato traghettato nei suoi versi. Brothers In Arms è una bellissima ballata a tempo lento che parla della guerra e delle conseguenze nefaste che provoca, conducendo l’umanità verso l’auto-annientamento. Alla sua uscita la canzone fu accompagnata da un videoclip molto eloquente, oltre che bellissimo, che aiuta a delinearne ancora più nitidamente l’ispirazione e il messaggio.

UNA BREVE ASSURDA GUERRA

Il testo di Brothers In Arms (leggi la traduzione qui) fu ispirato a Mark Knopfler dalla guerra che scoppiò nel 1982 tra il Regno Unito e l’Argentina per il controllo delle Isole Falkland (o Malvinas). Fu una guerra lampo, della durata di pochi mesi, ma crudelmente sconcertante, non solo per le centinaia di vittime che provocò. Era la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale che due nazioni del perimetro occidentale si scontravano in un conflitto bellico e lo facevano per un motivo apparentemente poco importante dal punto vista strategico. Anche per questi motivi la sensibilità di Mark Knopfler fu toccata profondamente dall’assurda carneficina che ne derivò e pochi mesi dopo la sua fine lo portò a scrivere gli splendidi versi di Brothers In Arms.

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Guerre Fratricide

Il titolo venne suggerito a Knopfler da suo padre che, durante una chiacchierata casalinga parlò di una guerra assurda, nella quale i soldati dei due eserciti non erano altro che fratelli costretti a imbracciare armi per uccidersi a vicenda. Fratelli in armi, appunto. Partendo da quel titolo, Mark scrisse versi che, pur avendo una chiara e specifica ispirazione, divennero di portata universale, traghettando concetti che fanno calare l’ombra più oscura su ogni tipo di conflitto. Non è un caso che lo stesso videoclip, con i suoi celebri disegni animati in bianco e nero, ritragga spesso soldati in combattimento nel corso della Prima Guerra Mondiale. E non è un caso che la canzone, successivamente, sia stata utilizzata da registi e autori per richiamare l’attenzione su altri gravi conflitti del secolo scorso, come quello del Vietnam (vedi il film Spy Game con l’accoppiata Robert Redford/Brad Pitt) e persino la Guerra Fredda, allora in corso da quasi quarant’anni tra USA e URSS (vedi la serie The Americans).

Una montagna nebbiosa come casa perpetua

Brothers In Arms è narrata in prima persona da un soldato gravemente ferito in battaglia e in procinto di morire. In quegli istanti si ritrova contornato dai suoi compagni d’armi e si rivolge a loro. Complice l’utilizzo del pronome “you”, che in inglese significa sia tu che voi, è possibile interpretare le parole pronunciate dal soldato in agonia come rivolte a uno specifico commilitone o a tutti i soldati che assistono ai suoi ultimi istanti di vita. Nella prima strofa il soldato morente sente che le forze lo stanno abbandonando e capisce che “quella montagna coperta di foschia” sarà la sua casa perpetua. In quel momento rimpiange la sua vera casa nelle pianure inglesi e augura ai suoi compagni di tornare presto nella serenità delle proprie dimore e di dimenticare di essere stati in battaglia.

Il senso di fratellanza

Nella seconda strofa emerge il senso di fratellanza che si forma tra i commilitoni impegnati in battaglia. Il soldato agonizzante ricorda i momenti concitati della battaglia, nel corso della quale è rimasto gravemente ferito. Circondato dai suoi camerati, che lo accompagnano nei suoi ultimi respiri, lui li ringrazia per non averlo abbandonato, pur in quella situazione di pericolo. Il luogo nefasto in cui si trova a morire è definito “campi di distruzione”, nei quali le vite umane e la stessa natura vengono barbaramente annientati dalle armi della guerra. Poi l’inciso prima dell’assolo di chitarra e della strofa finale è fondamentale. Knopfler incentra il concetto dell’assurdità della guerra sulla contrapposizione tra l’unico mondo in cui il genere umano vive e i differenti mondi che l’uomo stesso crea, nella bramosia di potere e di prevaricazione sugli altri. In realtà di mondi ce ne sono tanti nell’universo, così come esistono tanti soli e quindi tante stelle. Ma il pianeta Terra è uno solo e il genere umano farebbe meglio a condividerlo, rispetto a generare separazioni, muri e guerre.

L’addio

L’ultima strofa mostra il momento dell’addio finale alla vita. Il sole sta cedendo spazio alle tenebre, che il soldato vede come l’inferno, mentre arriva la luna, in questo caso simbolo della fine. Il soldato dice addio ai suoi fratelli d’armi, ma trova l’energia per esprimere il suo manifesto finale sulla crudeltà della guerra. Qualcosa di così certo da essere scritto in due elementi che nella letteratura di ogni epoca hanno rappresentato simboli di verità: le stelle e il palmo di una mano. Entrambi rappresentano da sempre elementi che richiamano la possibilità di leggere il passato e di prevedere il futuro. Ogni volta che quei soldati guarderanno le stelle o le linee sui palmi delle loro mani ricorderanno la follia di un conflitto combattuto all’ultimo sangue tra fratelli.

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NOTE E SUONI DA APOCALISSE

Sul lato musicale Brothers In Arms inizia con un tappeto di tastiere cupo e minaccioso, accompagnato da suoni di guerra e colpi di cannone. Poi entra la chitarra di Mark Knopfler a disegnare la trama melodica della canzone. Non c’è ancora base ritmica, nemmeno nella prima strofa. Solo con l’inizio della seconda strofa un ritmo lento e compassato accompagna la ballata, mentre Knopfler continua ad alternare i versi disperati del testo con bellissimi riff chitarristici che contribuiscono fortemente a dare malinconia, ma anche solennità al momento. L’inciso, poi, porta verso l’assolo di chitarra, durante il quale i suoni sembrano ampliarsi, come quando in un film la scena, dall’essere stretta e concentrata su un singolo elemento, passa ad allargarsi sull’ambientazione circostante. Infine arriva l’ultima strofa, che ritorna mesta e affranta, prima dell’assolo di chitarra finale che, insieme alla maggiore ampiezza delle tastiere, sembra accompagnare l’anima del soldato deceduto – chissà – verso una vita migliore. Da notare che Brothers In Arms ha tre differenti versioni. La versione originale dell’album è di quasi 7 minuti, mentre la versione inclusa nel greatest hits Sultans Of Swing è ridotta a circa 5 minuti. Infine la versione inclusa nell’album live On The Night si allunga fino a quasi 9 minuti con un assolo aggiuntivo di pedal steel guitar.

Curiosità

Non è raro che Brothers In Arms venga utilizzata come sottofondo musicale nel corso di funerali militari. Se da un lato questo sia comprensibile per la storia che veicola, dall’altro può risultare paradossale perché il senso più profondo della canzone è di rifiuto di ogni guerra, più che di glorificazione del sacrificio estremo militare. Anche il celebre videoclip della canzone, ottenuto con disegni grafici ricavati da riprese video ordinarie, è in bianco e nero, ma proprio al termine diventa a colori, quando viene rappresentato un tramonto. Una scelta che simbolizza la speranza nella pace, in modo che le vittime di tutte le guerre possano almeno essere servite a evitare ulteriori conflitti.

 

Dario Migliorini

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

2 Commenti

  1. ALESSANDRO SORBO

    Buonasera a tutti, ho appena finito di leggere questa, sirei Meravigliosa recensione, fatra da Dario.

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    • Dario Migliorini

      Grazie Alessandro, sono contento che ti sia piaciuta. Quando hai tempo e voglia, leggi anche le altre, ce ne sono già tante, e mi fa super piacere che commenti anche qui sul mio sito, oltre che sui social.

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