Bruce Springsteen è uno dei più grandi cantautori della storia della musica popolare. La sua carriera occupa ormai oltre mezzo secolo e comprende 21 album in studio e diverse raccolte che includono centinaia di canzoni, diversi dischi live ufficiali, una miriade di bootleg e concerti in tutto il mondo che non si contano più. Il Boss, come Bruce Springsteen è universalmente noto, siede nell’Olimpo dei grandissimi della musica certamente per la sua voce roca e potente e per l’inconfondibile sound prodotto dalla E Street Band, tra le più longeve band di tutti i tempi. Sfiorano poi il mito i suoi live, incredibili maratone rock di adrenalina e sudore, di emozione e intimità. Ma l’elemento più distintivo di Bruce Springsteen è la sua poetica. In pochi hanno saputo scrivere pagine di letteratura in musica come lui.
LA POETICA DI BRUCE SPRINGSTEEN
Springsteen è soprattutto un poeta rock. La sua narrativa è oggetto di studio nelle lezioni di letteratura americana. Bruce non ha solo scritto centinaia di testi colmi di poesia, ma si distingue per la sua capacità di racconto fotografico e cinematografico. Nei pochi versi di una canzone proietta su uno schermo quello che sta raccontando, catapultando l’ascoltatore nel bel mezzo della scena. Lui è lo storyteller (il cantastorie) per eccellenza. Molte delle sue canzoni, anche quando cantate in prima persona, sono veri e propri racconti. Raramente scrive canzoni manifesto, non lancia messaggi retorici, non detta la morale. Lui racconta soltanto una storia, sarà chi ascolta a ricavarne un proprio personale punto di vista.
IL GRANDE ROMANZO AMERICANO DI BRUCE SPRINGSTEEN
Riprendo Leonardo Colombati, che nel suo Like A Killer In The Sun ha definito Springsteen l’autore del grande romanzo americano. Tra i massimi cantautori rock e folk lui è forse l’unico ad aver dato alla sua narrativa una consequenzialità che lega ogni disco e ogni canzone come se fossero i capitoli e i paragrafi di un solo grande romanzo. Un compendio della storia americana dell’ultimo secolo, con particolare riferimento agli umili e agli emarginati, ma anche semplicemente alle donne e agli uomini ordinari che inseguono una realizzazione o cercano una redenzione dai propri errori, che lottano contro le pressioni verso il basso di una società iniqua e ingiusta. Una famiglia di provincia o dei sobborghi, gli amori, le amicizie, i drammi, i tentativi di riscatto.
LADIES AND GENTLEMEN: BRUCE SPRINGSTEEN AND THE E STREET BAND
Dietro a un grande artista c’è spesso una grande band. Per Springsteen quel gruppo di musicisti e di amici si chiama E Street Band. Sono pochi gli esempi nel rock di un legame così forte come quello che lega Springsteen alla sua storica band. Un legame interrotto per un decennio, necessario all’uomo Bruce per ritrovare se stesso e formare una sua vita privata, e per trovare nuovi stimoli artistici. Ma, prima e dopo quel periodo, i componenti della E Street Band sono stati, più che colleghi di lavoro, i suoi compagni di vita. La vita in studio e sul palcoscenico, il luogo dove il musicista è riuscito a creare una casa comune per se stesso, per la sua band e per la grande famiglia formata dai suoi milioni di fratelli e di sorelle in tutto il mondo.
BRUCE SPRINGSTEEN NELLA STORIA DELLA MUSICA
Si discute spesso del ruolo di Springsteen nella storia della musica. I suoi detrattori lo dipingono come un rocker classico che non ha inventato nulla. Altri fanno notare che non sia un eccellente chitarrista. È davvero fuorviante la logica per cui, per essere grandi, sia necessario essere sperimentatori o musicisti virtuosi. In tanti cadono in questo tranello. A volte per essere grandi serve fare al meglio quello che già esiste o fonderlo in qualcosa di bello, di forte. Bruce è figlio di Woody Guthrie, Pete Seeger e Chuck Berry, è il fratello minore di Elvis Presley, Bob Dylan, Johnny Cash, Van Morrison, Roy Orbison, John Fogerty, James Brown e Mick Jagger. Uno dei suoi meriti è stato quello di fondere il rock, il blues, il soul, il folk e il gospel in un sound forse classico, ma perfettamente riconoscibile e arrivato fresco nel nuovo millennio, contaminandosi occasionalmente con le sonorità dei decenni più recenti, perfino con episodi di hip hop.
COSI’ DISSE MIAMI STEVE…
Stevie Van Zandt, uno dei più grandi amici e collaboratori di Springsteen, nella sua autobiografia Memoir: la mia odissea fra rock e passioni non corrisposte, ha riassunto perfettamente la posizione di Bruce nella storia della musica. Secondo lui, Bruce stava contribuendo a far evolvere il rock, utilizzando tutte le forme d’arte che incontrava nella sua crescita culturale e professionale. Letterati come Dashiell Hammett, Raymond Chandler e James M. Cain, poeti come Rimbaud, Whitman e Ginsberg, registi come John Ford, Elia Kazan e Jacques Tourneur. E poi artisti come Van Gogh e Picasso. Ovviamente icone musicali come Little Richard ed Elvis Presley (gli sfacciati), i Beatles (gli abili), i Rolling Stones (i sensuali), i Kinks (gli osservatori sociali), gli Who (potenti e immaginari), gli Animals (gli eroi della classe operaia), Bob Dylan (il genio lirico), Van Morrison (lo spirituale), i Byrds (gli ambiziosi), i Doors (i cupi) e The Band (gli storici).
IL ROCK MUORE…
Un altro merito indiscutibile di Bruce Springsteen è il messaggio che ha portato in quei difficili anni ’70. La rivoluzione culturale insita nel rock del decennio precedente stava morendo. Mentre la battaglia per un mondo più libero e giusto si affievoliva, del rock rimaneva soltanto la parte autodistruttiva. I grandi profeti rock erano per lo più spariti. Alcuni perché morti a causa dell’abuso di alcool e droghe, altri perché schiavi di quegli eccessi, perdendo ogni contatto con il mondo reale e con la musica. Altri ancora, smarrita la vena compositiva, si erano imborghesiti, godendo della ricchezza che il rock stesso aveva loro donato. In quel momento, mentre la musica si spostava verso suoni e temi più leggeri (la musica dance, l’utilizzo dell’elettronica, il ritorno alla melodia e al suono pulito), qualcuno pronosticò la morte del rock e delle sue “ricercate imperfezioni”. In pochi ebbero la forza di contrastare questa visione: la seconda ondata punk inglese, il metallo pesante, l’urlo orgoglioso di Neil Young in My My Hey Hey (“il rock’n’roll non morirà mai… è qui per rimanere”) e quel giovane musicista del New Jersey.
… IL ROCK E’ VIVO CON BRUCE
Springsteen, specie con Born To Run e con Darkness On The Edge Of Town, ebbe il merito di spostare il focus del rock dagli eccessi dell’autolesionismo e da ideali vacui a una visione più reale e costruttiva. La realizzazione nella vita si può raggiungere con l’azione, con il movimento, con quattro buone ruote tramite le quali inseguire i propri sogni. Non il sogno americano (che è runaway, ossia effimero, sfuggente), ma i sogni di un individuo e di una comunità, anche piccoli ma essenziali: un lavoro, una casa, una famiglia, gli amici, una buona auto e un po’ di birre in fresco. Springsteen ha spesso criticato la sua nazione perché non sostiene l’individuo in questa ricerca, anzi tende a reprimerlo. Per Bruce la nuova ribellione del rock non era rappresentata dallo scontro, dalla distruzione, dal rifiuto, ma dall’azione, dalla ricerca di un proprio posto e di un proprio ruolo. Tutti elementi che verranno approfonditi nella sua lunga produzione artistica. Il valore assoluto è la vita (in contrapposizione alla morte quasi venerata da Jim Morrison). I verso di Badlands (1978) sono il momento centrale di questo percorso: “Per quelli che hanno un concetto, un concetto profondo interiore, che non ci sia peccato nell’essere contenti di essere vivi”. Ecco la nuova frontiera del rock: vita, ricerca, strada, redenzione.
LA STRADA DEL BOSS
Street è uno dei vocaboli più presenti nella narrativa di Springsteen. Niente di nuovo, viene da pensare. Nella cultura americana, condizionata dai grandi spazi e dalla necessità di movimento, la strada di Springsteen sembrerebbe un film già visto, un remake dei grandi classici musicali, letterari e cinematografici, ma sarebbe una lettura molto parziale. È innegabile che Springsteen abbia preso a riferimento alcuni grandi del suo passato nelle diverse arti, ma lui offre una visione meno epica ai suoi personaggi, mentre calcano la strada. Certo, ritroviamo nelle sue canzoni personaggi che corrono in auto. Alcuni di essi muoiono nel mito della velocità (di cui James Dean è stato la principale icona), ma tanti altri non inseguono quel mito fine a se stesso. Loro stanno cercando una meta e la speranza di trovarla è la benzina che spinge le loro auto. Chi sopravvive, dovrà affrontare il prezzo da pagare (gli splendidi protagonisti di Racing In The Street, Darkness On The Edge Of Town e delle disperate Something In The Night e Streets Of Fire). Dopo oltre 40 anni in Hello Sunshine e nell’album Western Stars troveremo quei sopravvissuti, insieme allo stesso Springsteen, invecchiati e soli, ma ancora in movimento, alla costante ricerca di qualcosa.
LE DONNE DI BRUCE
La letteratura rock è colma di femmes fatales, figure femminili intriganti, spesso compagne negli eccessi di uomini che vivevano al limite. I primi due album di Springsteen ci mostrano eroine femminili che non si discostano da quel cliché. Donne di strada e di periferia, perse tra uomini disperati, droghe, violenza e amori fallimentari. Da Born To Run in poi le donne assunsero per lo più un’altra veste: compagne di vita con cui intraprendere un viaggio di redenzione, donne da sposare con cui mettere su famiglia e sperimentare l’ebbrezza della genitorialità. Donne non più figlie dell’autolesionismo e degli eccessi, ma provenienti dalla porta accanto, alla ricerca di una soluzione. Lo stesso Bruce vivrà sulla sua pelle un cambio drastico in tema femminile. Dal breve e fallimentare matrimonio con una donna dello star system, la modella Julianne Phillips, passerà al rapporto con una donna proveniente come lui dalla strada e dalla provincia, quella Patti Scialfa che gli darà tre figli, oltre a un fondamentale sostegno psicologico e umano nella lunga e difficile battaglia contro la depressione.
DA SUPEREROE A UOMO CHE RICERCA SE STESSO
La poetica di Bruce Springsteen non può essere letta senza la considerazione di un “ingombrante” fattore personale. Springsteen ha cantato tanto di se stesso. In alcuni casi lo ha fatto in modo esplicito, con i chiari riferimenti alla parte nota della sua vita. In molti altri casi ne ha parlato senza darci indizi inequivocabili, spesso nascondendosi dietro i suoi personaggi. L’immagine dell’uomo forte, quasi indistruttibile, che lui stesso ha contribuito a costruirsi addosso per tanti anni non ci ha consentito di vedere l’estrema fragilità del suo stato psicologico. Figlio di un uomo depresso e afflitto da bipolarismo, Bruce ha vissuto per tanti anni la stessa condizione. Un percorso impervio, forse mai completamente risolto, che oggi conosciamo, grazie soprattutto all’autobiografia Born To Run e ad altre pubblicazioni musicali e bibliografiche più recenti. Questo oggi ci consente di leggere con molta più consapevolezza le grida di dolore che Springsteen ha inserito in tante canzoni nel corso della sua carriera. L’album Nebraska e il suo gemello diverso Born In The U.S.A. sono pervasi da quella condizione, ma anche molte outtakes di quel decennio e del successivo ne mostrano ampia traccia.
L’IMPEGNO SOCIALE DI BRUCE SPRINGSTEEN
Se l’istinto verso la canzone a sfondo sociale era già evidente fin dai primi testi, Springsteen sviluppò la sua consapevolezza sociale e politica dalla fine degli anni ’70. L’incontro con Jackson Browne e i temi del rispetto del pianeta (culminato con la partecipazione ai concerti No Nukes del 1979) fu un passaggio forte. Ancora più rilevante fu la consapevolezza del fallimento americano, non solo nella guerra del Vietnam ma anche nel mancato sostegno ai veterani che tornarono da quel conflitto. Temi che rimarranno centrali nella produzione springsteeniana, anche quando Bruce canterà della partecipazione americana nei conflitti in Iraq e Afghanistan. Oltre al tema del sostegno alla classe proletaria, che lo consacrò working class hero, Springsteen ha affrontato temi rilevanti come l’immigrazione (soprattutto in The Ghost Of Tom Joad) e i diritti civili (Streets Of Philadelphia, pur non essendo propriamente una canzone-manifesto di protesta, bensì di sofferenza interiore, gli valse l’Oscar per la miglior canzone originale). Poi il sistema punitivo americano e la pena di morte (specie nel celebre Nebraska), il terrorismo e le sue conseguenze per la gente comune (in The Rising). Per tanto tempo Springsteen si è però tenuto lontano dalla politica. Soltanto nel nuovo millennio è arrivato a sostenere attivamente le campagne elettorali dei candidati democratici antagonisti di George W. Bush Jr prima e di Donald Trump poi.
SPRINGSTEEN E IL NUOVO DYLAN
La produzione discografica di Springsteen nacque sotto l’ombra di uno dei suoi più grandi mentori artistici, Bob Dylan. L’indicazione di Bruce come nuovo Dylan non derivò soltanto dall’indubbia influenza del menestrello di Duluth sulle sue prime composizioni, ma anche da una precisa logica di marketing della CBS. Per il suo scopritore, il talent scout John Hammond Jr, Springsteen doveva diventare il nuovo cantastorie americano, circa dieci anni dopo che lui stesso aveva scoperto Dylan. Il primo disco di Springsteen, Greetings From Asbury Park, N.J. (1973), nacque su questa impronta, ma non fu soltanto questo. In quelle canzoni con testi abbondanti di parole e immagini c’era un ragazzo di provincia che, mentre scorrazzava con gli amici e viveva i primi amori, coltivava la passione per la musica. Il rock lo aiutava a ribellarsi e a volare in un universo parallelo, ma gli consegnava anche le chiavi di accesso a New York, di cui dipinse i primi schizzi, come un artista ancora inesperto ma talentuoso (It’s Hard To Be A Saint In The City mostra talento puro). Emerse intanto, con Lost In The Flood, anche il primo Springsteen socialmente consapevole. Mentre gran parte dell’album presenta suoni e arrangiamenti scarni e acustici, Spirit In The Night e Blinded By The Light spostano il sound verso una maggiore idea di band, soprattutto con l’ingresso di Clarence Clemons e del suo sassofono. Elementi che saranno fortemente caratterizzanti del sound springsteeniano.
THE WILD, THE INNOCENT E… LA E STREET BAND
L’album che rappresentò la vera genesi della E Street Band fu The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle (1973). Springsteen vinse due battaglie in una con la CBS: affrancarsi definitivamente dall’idea del nuovo Dylan e continuare a incidere con i suoi amici musicisti. Se 4th Of July, Asbury Park (Sandy) e Wild Billy’s Circus Story sembrano parzialmente legate alle sonorità del primo album, nelle altre canzoni Bruce cercò un proprio sound, una fusione tra il soul e il rock, con richiami swing ed elementi orchestrali, sfruttando la presenza di musicisti eclettici come il pianista David Sancious e lo stesso Clarence Clemons. Musicalmente fu importante l’influenza di Van Morrison, mentre sul lato lirico fu ancora forte l’influenza dylaniana. Tante azioni e immagini si condensano in testi lunghi e complessi, come copioni di cortometraggi in cui il giovane cantautore mostrava un enorme talento narrativo (su tutte Incident On 57th Street e New York City Serenade). Alcuni brani rimanevano ancorati alla provincia del New Jersey, specie in una Asbury Park in crisi turistica ed economica, spesso messa a ferro e fuoco dai conflitti razziali. Ci sono, però, nell’album anche episodi di vita giovanile nella metropoli. Nei vicoli sporchi della malfamata Manhattan degli anni ’70 si formano coppie di ragazzi che provano a sopravvivere e intanto sognano, disordinatamente e senza successo, di togliersi dalle morse di una esistenza da predestinati al fallimento. Ci sono anche i primi pensieri di fuga. 4th Of July, Asbury Park (Sandy) esprime un primo invito a una ragazza ad andarsene da una città che limita e inibisce. Rosalita (Come Out Tonight) ci mostra un giovane musicista che dichiara la sua aspirazione ad abbracciare il rock come ragione di vita e come meccanismo di liberazione.
SPRINGSTEEN CAMBIA
Nel 1974 Springsteen iniziò a lavorare al terzo album, senza nemmeno avere la certezza che la CBS ne finanziasse la pubblicazione. Furono sessioni di registrazione massacranti, condizionate da alcune fondamentali novità. Il giornalista Jon Landau entrò nella produzione dell’album, inaugurando una collaborazione tra le più prolifiche della storia del rock. Inoltre il batterista Vini Lopez e il pianista David Sancious vennero sostituiti rispettivamente da Max Weinberg e Roy Bittan. L’impatto di Landau, Weinberg e Bittan si fece sentire. Il manager convinse Springsteen a cercare un sound più compatto, un muro del suono più possente, anche a scapito dei virtuosismi dei singoli musicisti, e meno succube delle “folate anarchiche” di Lopez alla batteria. Weinberg, batterista potente ma disciplinato, fu perfetto in questa logica, così come Bittan, eccellente pianista rock, portò una maggiore quadratura rispetto a un tastierista eclettico di estrazione jazz come David Sancious. Born To Run (1975) fu il risultato di questa transizione.
NATO PER CORRERE
Springsteen lavorò a Born To Run non soltanto con l’obiettivo di togliersi dalle sabbie mobili dell’insuccesso, ma nell’idea di scrivere un disco epico, di svolta totale. L’unica canzone che venne tenuta nella registrazione originaria (con Sancious al pianoforte e Ernest Boom Carter alla batteria) fu proprio la canzone Born To Run. Tutte le altre, a cominciare da Thunder Road (originariamente concepita con il titolo Wings For Wheels), furono registrate con la nuova E Street Band. Fece eccezione Meeting Across The River, suonata da due musicisti esterni insieme a Roy Bittan. Sul lato tematico i richiami ai primi due album erano molto forti, ma c’era maggiore consapevolezza. Born To Run e Thunder Road riprendono l’invito a una ragazza di andarsene, ma lo fanno in modo più determinato. Tenth Avenue Freeze-Out celebra la E Street Band e l’impatto di Clarence Clemons sulla musica di Springsteen, mentre Backstreets ritorna in modo più drammatico e adulto sulle amicizie vissute ad Asbury Park. Meeting Across the River e Jungleland riprendono le storie di (mala)vita da bassifondi già cantate nei grandi affreschi metropolitani presenti nel secondo album. In Night appare per la prima volta un ragazzo che lavora, l’operaio che cerca nella notte una liberazione dall’alienazione. She’s The One, infine, mostra per la prima volta una donna forte ed emancipata rispetto alle ragazze selvagge ma vulnerabili dei primi due album. Born To Run fu il primo successo di Bruce Springsteen. In America si iniziava a parlarne e i suoi lunghi energici concerti ne rafforzavano la popolarità.
C’È BUIO NELLA CITTA’ DI BRUCE SPRINGSTEEN
Le promesse e le aspirazioni di Born To Run si infransero nella durezza di Darkness On The Edge Of Town (1978). Le sue dieci canzoni furono scritte, insieme ad altre decine che vennero scartate, mentre Springsteen era in causa con il suo primo manager, Mike Appel, per il controllo sulla propria opera. La rabbia accumulata portò Springsteen a prediligere canzoni dai temi più amari. La fuga per la vittoria di Thunder Road e Born To Run si era scontrata con gli errori individuali e con un sistema sociale ed economico che respingeva chiunque provasse a inseguire il vacuo sogno americano. Darkness On The Edge Of Town, le cui sonorità e arrangiamenti musicali venivano smorzati rispetto alla solennità di Born To Run, fu concepito nei temi come l’album perfettamente simmetrico. Badlands e The Promised Land mostrano uomini che lottano per ribellarsi alla disillusione. Adam Raised a Cain e Factory inaugurano la serie di canzoni dedicate al difficile rapporto con il padre. Something In The Night e Streets Of Fire cantano di ragazzi che soccombono in strada nel vuoto delle loro vite. Candy’s Room e Prove It All Night ritagliano nella disperazione un angolo dove trovare rifugio tra le braccia di una ragazza. Racing In The Street e la title-track presentano piloti di auto che pagano il prezzo dei loro errori.
BRUCE SPRINGSTEEN: UN FIUME IN PIENA
Mentre il Darkness Tour consolidò l’ascesa di Springsteen nel panorama rock americano, il musicista si ritrovò con decine di canzoni già scritte, in molti casi già registrate. Bruce era un fiume in piena e ne continuava a scrivere di nuove. The River (1980) non poté che nascere come doppio album, 20 canzoni che vennero selezionate con un duplice obiettivo. Da un lato concepire il disco come un compendio di rock con le sue differenti influenze, dal folk al country, dal blues al soul, dalla canzone melodica al rock duro. Una sorta di opera enciclopedica di tutto quello che erano stati il grande fiume del rock e i suoi mille rivoli dagli anni ’50 agli anni’ 70. Sul lato tematico Bruce uscì da una logica individuale e “maschile”. Negli album precedenti le figure femminili erano per lo più a corollario delle vicende di giovani uomini come lui. In The River Springsteen abbracciò la logica della coppia che diventa famiglia. Iniziò a indagare sull’amore adulto: l’innamoramento, i progetti, il matrimonio, i figli, i problemi della coppia, l’influenza della società sui rapporti, i fallimenti sentimentali. Un quadro meraviglioso con alcuni capisaldi lirici, come fossero i titoli dei capitoli di un libro. The Ties That Bind stabilisce l’importanza dei legami che uniscono le persone. Two Hearts definisce la rilevanza dell’amore per superare le difficoltà della vita. Hungry Heart sancisce una verità assoluta: l’uomo non è stato concepito per restare solo. The Price You Pay individua nella consapevolezza dei propri errori la condizione per ripartire. Mentre The River (ispirata alle vicende della sorella Virginia) e Point Blank sono ballate di indiscussa bellezza, il pop orecchiabile di Hungry Heart consente a Bruce di avere il suo primo singolo nella Top Ten americana.
BRUCE SI NASCONDE
Dopo l’imponente tour di The River, che lo consacra definitivamente come la nuova grande speranza rock e lo rende noto anche in Europa, Springsteen stava scrivendo nuove canzoni per l’album che doveva rappresentare la sua consacrazione a rockstar. Con la chitarra e pochi altri strumenti acustici si chiuse in casa per fissare su un piccolo registratore le tracce delle nuove canzoni. Si è sempre pensato che tutto fosse finalizzato – e in parte lo era – a portare in studio di registrazione in nuovi brani da arrangiare con la band. In tal senso è stata finalmente confermata l’esistenza di tracce elettriche che vennero registrate con la band, o parti di essa, nel corso del 1982 (il misterioso Nebraska elettrico). Ma le nuove rivelazioni sullo stato mentale di Bruce allora, sofferente di depressione e timoroso di dove l’avrebbe portato il successo, ci fanno capire come Springsteen con quelle registrazioni si stesse nascondendo. Si nascondeva da chi (Landau e la casa discografica) lo pressava perché incidesse l’album pop-rock di successo. Si nascondeva anche da se stesso, mascherandosi in personaggi crudi e violenti e perdendosi nei ricordi di una giovinezza con tante ombre, specie nel rapporto con il padre.
SPRINGSTEEN SCAVA NEGLI ABISSI DELLA NATURA UMANA
I brani che Springsteen incise nella sua casa di Holmdel, New Jersey erano in parte brani folk, ma anche pezzi rockabilly e blues pensati per versioni full-band. Nel frattempo Bruce lesse molto e guardò tanti film, attratto in particolare dal cinema neorealista e, prima ancora, da scrittori come John Steinbeck e Flannery O’Connor. Le canzoni che ne scaturirono facevano emergere l’impatto dell’iniquità delle istituzioni americane sulla vita della gente, dall’indigenza alla frustrazione, dalla disperazione alla violenza. Canzoni molto dure, accompagnate da musica scarna ed essenziale. Springsteen e Landau intuirono che quelle versioni acustiche, pur con i loro difetti di registrazione, non andassero rielaborate. Probabilmente molte di quelle canzoni erano state originariamente scritte con quell’intento. Fu così che nacque Nebraska (1982), un album tanto inatteso quanto travolgente, considerato uno dei capolavori assoluti di Springsteen, che girò anche la sua prima videoclip, peraltro bellissima, sul brano Atlantic City. Episodi come la title-track, Johnny 99 e Reason To Believe sono eclatanti, ma anche gli altri brani, tutt’altro che minori, hanno una rilevanza lirica clamorosa. Dalla storia narrata in Highway Patrolman verrà persino ricavato un film (Lupo Solitario, regia di Sean Penn).
La fuga a Los Angeles
L’elemento tecnico della pubblicazione di un album da una registrazione casalinga ebbe un’importanza fondamentale e non soltanto per il modo di comporre e di lavorare di Springsteen. Rappresentò un punto di non ritorno anche per il mondo del rock. Da allora, chiunque facesse musica sapeva che era possibile, grazie anche alla migliore tecnologia, ottenere una registrazione che poteva essere pubblicata, senza il pesante lavoro negli studi di registrazione. O quantomeno, quel lavoro avrebbe potuto essere un affinamento per la realizzazione del prodottofinale. In ogni modo, per Bruce davvero una svolta. Prima poteva soltanto appuntarsi testi e accordi su un taccuino e portare in sala di registrazione dei demo-tape su cui aveva inciso semplicemente la sua chitarra e la sua voce. Ora il registratore multitraccia gli consentiva di portare in studio semilavorati su cui aveva già impresso la sua idea di canzone. La cosa gli piacque al punto che per un breve periodo all’inizio del 1983, spaventato dalle pressioni che riceveva dal suo entourage, si trasferì a Los Angeles e si chiuse in una casa in affitto. Il risultato di quel periodo creativo furono le L.A. Garage Sessions ’83, il primo dei sette lost album che formano la raccolta Tracks II. 18 brani tra folk, blues-rock acustico e sorprendenti accenni di psichedelia (la bellissima Unsatisfied Heart ne è un esempio).
NATO NEL MONDO: LA ROCKSTAR
Nella primavera del 1983, Jon Landau andò letteralmente a prelevare Springsteen a Los Angeles dal suo disperato isolamento, perché riprendesse il lavoro con la band sul nuovo album. Landau, psicologo è ormai grande amico, aveva capito che doveva consentire a Bruce di elaborare la sua fragile situazione psicologica. Springsteen, dal canto suo, sapeva che prima o poi avrebbe dovuto accettare le pressioni che si facevano sempre più forti per un album di grande successo commerciale. Paradossalmente, l’album che portò Springsteen in cima al mondo (Born In The U.S.A., 1984) fu figlio di Nebraska, il suo album meno commerciale. In particolare la title-track e Downbound Train nacquero acustiche, desolate e rabbiose nel periodo di Nebraska. Altre canzoni dell’album furono scritte in quel periodo, ma riarrangiate in versioni rock, trovando collocazione in uno dei dischi più venduti di tutti i tempi (con ben 7 singoli estratti). Se musicalmente Born In The U.S.A. fu un album di svolta artistica, nel quale Springsteen per la prima volta inserì l’utilizzo di sintetizzatori, sul lato lirico il disco confermò il profilo oscuro di Nebraska. Anche quando i brani avevano maggiore leggerezza pop-rock (Darlington County, Working On The Highway, Glory Days, Dancing In The Dark), il significato di fondo rimaneva dolente. La title-track divenne una delle canzoni più malintese della storia del rock: la dura accusa a una nazione che abbandonava i suoi figli tornati dal Vietnam fu scambiata da molti per un inno patriottico, complici la bandiera a stelle e strisce sullo sfondo e la nuova fisicità, quasi da body builder, che Springsteen sfoggiò in quel periodo, sorprendendo tutti. Non è un caso che oggi, conoscendo finalmente anche le originarie versioni acustica ed elettrica di Born In The U.S.A., si ritenga che quelle versioni, benché molto meno commerciali, avrebbero meglio traghettato il reale significato della canzone. Anche Dancing In The Dark, il primo singolo di successo planetario di Bruce, nascondeva dietro il suo pop-rock commerciale e un video totalmente fuorviante la desolazione di un uomo perso nel suo isolamento, che faceva il paio con i protagonisti delle canzoni di Nebraska. Fecero poi storia a sé Bobby Jean e No Surrender, canzoni che Springsteen scrisse in occasione dell’addio alla band di Stevie Van Zandt per celebrare l’amicizia e la collaborazione artistica con il chitarrista e con gli altri componenti della band.
SPRINGSTEEN E I TUNNEL DELLA VITA
In quegli anni Springsteen visse due situazioni opposte. Il successo sul lato professionale fu repentino e dirompente, al punto che Bruce fu star di primo richiamo nel progetto USA For Africa e nel successivo tour Human Rights Now! La sfera privata, invece, si fece turbolenta con il fallimento del matrimonio con Julianne Phillips. Tunnel Of Love (1987) fu il risultato di quel periodo tormentato. Da un lato troviamo la raggiunta agiatezza (l’opulenza di Ain’t Got You, la serata galante di Tougher That The Rest, i luccichii ingannevoli di Tunnel Of Love) in canzoni che in realtà non nascondono le difficoltà dell’amore. In senso opposto riscontriamo le sofferenze amorose e le insicurezze personali (gran parte del lato B verte su questo tema). Le relazioni sentimentali non hanno più come protagonisti giovani uomini e donne che fronteggiano situazioni ostili alla ricerca di una soluzione, ma lo stesso Bruce e il suo complesso menage sentimentale. Significativi, in particolare, i semi del tradimento che si sviluppano nell’agiatezza di Brilliant Disguise. Solo due canzoni riportano il musicista nella veste di storyteller: l’elettrica e appassionata Spare Parts (che racconta la storia di una coraggiosa ragazza-madre) e la semiacustica Cautious Man, nella quale Bruce si maschera dietro il suo protagonista per cantare ancora le proprie insicurezze e frustrazioni, anche in tema sentimentale. Fu un altro disco di svolta, non solo per la totale assenza di pianoforte e sassofono, ma soprattutto per l’utilizzo del tutto marginale della E Street Band. Sarà l’anticamera di un inatteso e sofferto addio.
BRUCE RESTA AGGRAPPATO ALLA PROPRIA VITA
Gli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90 furono determinanti per Springsteen. Anni difficilissimi, nonostante il successo artistico e il benessere economico. Tante rockstar, in coda al successo e ai disordini personali e relazionali che spesso ne conseguono, avevano perso il controllo sulla loro vita e sulla loro arte. Bruce, per preservare quel controllo, evitò gli eccessi di alcol, droghe e lusso, ma non poté risolvere del tutto la profonda depressione che ancora oggi sta curando. Per non diventare schiavo di un’immagine artefatta di se stesso e mantenere un’identità umana e artistica, licenziò clamorosamente la E Street Band, i musicisti/amici di sempre, e si rifugiò in una nuova relazione sentimentale con la sua corista, Patti Scialfa. Nel giro di pochi anni Patti diverrà moglie di Bruce e madre dei tre suoi figli. Se le scelte artistiche destabilizzarono la nutritissima platea di fan distribuiti in tutto il mondo, l’assestamento nella vita privata e il temporaneo diradamento della presenza sui palcoscenici di mezzo mondo furono un salvavita. Per un uomo così deciso a mantenere salde le redini sulla sua esistenza, cedere alle pericolose sirene e al “vapore roseo” dello star system sarebbe equivalso a soccombere.
IL CONTATTO UMANO NELLA CITTA’ DELLA FORTUNA
Dopo cinque lunghi anni Springsteen pubblicò due album in contemporanea, Human Touch e Lucky Town (1992). Fu la seconda delle scelte di carriera, dopo il lancio di Nebraska, in direzione opposta alle logiche di mercato. Due album lanciati insieme avrebbero certamente venduto meno copie di due album pubblicati in momenti diversi. Human Touch e Lucky Town hanno in comune soltanto l’assenza della E Street Band. Per Human Touch Springsteen chiamò in studio grandi session-men e confezionò un album forse meno sincero e viscerale, con alcuni brani notevoli e altri velocemente dimenticabili, ma la qualità di esecuzione e di registrazione sono ineccepibili. Bruce mostrò di cavarsela egregiamente anche con quel pop-rock più patinato, ma è da notare che Human Touch è sorprendentemente uno degli album di Springsteen con il maggior numero di assoli di chitarra elettrica. Il tema dominante diventa l’amore nel suo lato più romantico e passionale. I problemi non nascevano più da difficoltà economiche o da sogni infranti, ma nell’intimo della coppia: l’innamoramento, la seduzione, la gelosia, il tradimento, le liti e gli addii. In questo senso, Human Touch può essere considerato un sequel di Tunnel Of Love. Lucky Town fu invece suonato per gran parte da uno Springsteen polistrumentista. Un album più acustico e tradizionale, tra il country, il folk e il rock, denso di ballate che inneggiano alla nuova frontiera di vita, la città della fortuna che Bruce aveva scoperto in quegli anni: l’unione matrimoniale, il focolare domestico, persino la paternità che lui stesso ha definito la prova vivente (Living Proof) della misericordia divina. Bruce decise così di godersi il suo beautiful reward, la sua bella ricompensa. Nel tour promozionale dei due album Springsteen fu accompagnato da una band multietnica e con diverse musiciste femminili, il cui unico elemento di continuità con il passato fu il pianista/tastierista Roy Bittan.
L’OSCAR E LO SPRINGSTEEN CHE NON TI ASPETTI
Gli anni ’90 sono rimasti per lungo tempo nell’immaginario comune il decennio artisticamente meno prolifico per Springsteen. Soltanto tre album di inediti, di cui due lanciati contemporaneamente. In realtà, non soltanto Bruce fece parlare molto di sé, ma compose e incise ancora decine di canzoni, perfino interi album, che nascose nel suo enorme cassetto dei misteri. Ricostruire il suo triennio 1993-1995 è tanto arduo quanto venire a capo del suo triennio 1977-1979 e di quello dal 1982 al 1984. Proviamoci! Di ritorno dal tour mondiale che promosse i due album del 1992, Springsteen si ritrovò paradossalmente nella medesima situazione di dieci anni prima. Stessa città (Los Angeles), stessa esigenza creativa, stessa modalità di registrazione. In realtà c’erano anche grosse differenze. Intanto, la situazione di carriera e la solidità economica. Springsteen era da anni una star affermata a livello mondiale e la sua condizione, se non precaria, certamente non rosea in cui ancora versava nei primi anni ’80 era un lontano ricordo. Anche la sua situazione psicologica era ben differente. Se è vero che i disturbi depressivi restano latenti nelle persone che ne sono afflitti, è altrettanto vero che il matrimonio e la paternità erano elementi che gli portavano maggiore sicurezza. In ultimo, la sua presenza solitaria in studio non era una scelta dovuta alla sua necessità di isolamento, ma ad un’occasione davvero rara. Per la prima volta un regista, l’amico Jonathan Demme, gli chiese di scrivere una canzone inedita per il cinema. Grazie a un impianto di registrazione casalingo tecnologicamente molto più avanzato di quello di un decennio prima, Springsteen lavorò in autonomia su una canzone a cui assegnò una ritmica hip hop, costruita sulla drum machine e su loop campionati, e una armonia per gran parte eseguita ai sintetizzatori. Fu uno shock sentire una canzone di Springsteen con tanta elettronica, ma fu uno shock da Oscar. Nel 1993 con Streets Of Philadelphia si aggiudicò la preziosa statuetta per la miglior canzone originale nella colonna sonora del film Philadelphia di Demme.
UN ALBUM FANTASMA
Ma Springsteen non si limitò a incidere Streets Of Philadelphia. In compagnia di Mike Batlan, lo stesso tecnico del suono che lo aveva accompagnato nelle sessioni californiane di dieci anni prima, registrò un intero album. In esso soltanto alcune canzoni avevano la stessa fattura di richiamo hip hop elettronico di Streets Of Philadelphia. Altri pezzi prevedevano arrangiamenti più complessi e il supporto di veri musicisti. Quell’album doveva uscire alla fine del ’94 con il titolo di Waiting On The End Of The World ma la sua pubblicazione fu bloccata dal lancio del primo Greatest Hits e dalla prima sporadica riunificazione della E Street Band. Di quell’album non si seppe nulla per tanto tempo, benché fosse nota l’esistenza di una session collegata a Streets Of Philadelphia. Soltanto il lancio della seconda raccolta Tracks del 2025, quindi trent’anni dopo, ha portato alla luce le Streets Of Philadelphia Sessions. Delle canzoni in esse contenute, soltanto due vennero registrate con la E Street Band per la prima mini-reunion del 1995: Secret Garden e Waiting On The End Of The World. Soltanto la prima, però, comparirà negli inediti inclusi nel Greatest Hits.
IL FANTASMA DI TOM JOAD: L’IMMIGRAZIONE E IL RITORNO AL SOCIALE
A metà degli anni ’90, dopo il lancio del Greatest Hits, sembrava scontato un ritorno in grande della E Street Band, magari con un nuovo album e un conseguente tour di promozione. Ma con Springsteen di scontato non c’è nulla: l’artista sentì l’esigenza di tornare a scrivere delle contraddizioni dell’America e individuò nell’immigrazione il tema cardine di cui voleva cantare. Dopo anni tornò a immedesimarsi nelle persone che cercano una terra promessa. Non più, però, nel ragazzo in cerca di risposte, bensì nell’uomo in cerca di dignità. Messicani, cubani e sudamericani, specie nel Sud-Ovest americano, rischiavano la vita per cercare cibo e un futuro per sé e per la propria famiglia. La stessa cosa che fecero gli americani stessi, un secolo prima, spostandosi verso l’Eldorado, la terra dell’oro. Bruce trovò ispirazione dal migrante per eccellenza nella letteratura americana: quel Tom Joad che Steinbeck narrò in Furore. The Ghost Of Tom Joad (1995) nacque da quell’intuizione. Dopo quasi sessant’anni i nipoti ideali di Tom Joad si trovavano ancora nelle sue stesse condizioni. Crisi economiche, precarietà, migrazione. I Messicani, in particolare, sognando una vita dignitosa, trovavano soltanto barriere, iniquità e soprusi, attratti dalla delinquenza e dai traffici di droga che offrivano loro almeno un sostentamento. L’album verrà da molti accostato a Nebraska, anche per il suo carattere prevalentemente acustico. In realtà il sound è differente poiché in molte canzoni ci sono una base ritmica, la pedal steel guitar e le tastiere. Per promuovere il disco Springsteen suonò per la prima volta in solitario nei teatri, abbandonando arene e stadi.
Le raccolte di Bruce Springsteen
Difficile dettagliare minuziosamente tutti i contenuti delle raccolte di Bruce Springsteen. Come già accennato nel 1995 pubblicò la sua prima raccolta, un Greatest Hits, che in realtà raccoglieva anche alcuni inediti. Tra questi, Blood Brothers era un nuovo inno all’amicizia con i suoi storici musicisti. Nel 1998 uscì la prima monumentale raccolta di inediti Tracks (seguita da una versione limitata, denominata 18 Tracks) che comprendeva 66 canzoni inedite (o versioni alternative di brani già noti) registrate in 25 anni di carriera, dal 1973 al 1998. Il popolo springsteeniano poteva finalmente ascoltare in versioni rimasterizzate canzoni (spesso veri e propri gioielli) che in precedenza aveva potuto ascoltare su bootleg, spesso di bassissima qualità. Ci si rese conto di quanto materiale di elevato livello artistico Bruce avesse scartato negli anni. Tracks fu anche la prima di una serie di raccolte con inediti e versioni alternative. Altre arriveranno con The Essential Bruce Springsteen (2003), Greatest Hits vol. II (2009), Chapter and Verse (2016), oltre che nei cofanetti celebrativi di Born To Run (2005), Darkness On The Edge Of Town Story (2010) e The River (2015). Meraviglioso in particolare il doppio album di inediti The Promise, incluso nel cofanetto di Darkness. Ultima in ordine di tempo Tracks II (2025), ancora più voluminosa del primo Tracks, comprendendo 83 canzoni suddivise in 7 album.
Proliferano i lost album di Bruce Springsteen
Proprio la raccolta Tracks II ha riportato a galla cinque ulteriori lost album, oltre alle due citate sessioni del 1983 e del 1993. Ciò che, infatti, si è saputo soltanto con la raccolta del 2025 è che, contestualmente alla registrazione di The Ghost Of Tom Joad, Springsteen compose una serie di altre canzoni che ebbero diverse destinazioni. Alcune – poche in verità – trovarono una loro collocazione in alcuni degli album successivi. È il caso, per esempio, di Nothing Man, che finirà in The Rising, e di Long Time Comin’, inclusa in Devils & Dust. Un folto gruppo di altre canzoni furono registrate nel genere country-western. Quello che sarà il lost album Somewhere North of Nashville venne inciso in coda alla produzione di The Ghost Of Tom Joad. Collaborarono all’album decine di musicisti. Per alcuni di essi “l’ospitata” fu poco più di una comparsa, per altri fu l’inizio di qualcosa. Alcuni, per esempio, andranno a formare l’ossatura della futura Seeger Sessions Band. Due di loro, Soozie Tyrell e Charlie Giordano, entreranno in pianta stabile nella E Street Band. Somewhere North Of Nashville è rilevante anche perché è l’idea originaria di genere e di sound su cui Springsteen costruirà non soltanto alcuni episodi di Devils & Dust e Wrecking Ball ma anche, ben 25 anni più tardi, il sorprendente Western Stars. Ma non è tutto: contestualmente Springsteen registrò un altro lost album, parente strettissimo di The Ghost Of Tom Joad. Inyo, anch’esso pubblicato soltanto nel 2025 in Tracks II, condivide con The Ghost Of Tom Joad le stesse ambientazioni del Sud-Ovest degli Stati Uniti d’America ma, se possibile, le sposta ancora di più verso il Messico, utilizzando perfino sonorità e musicisti di mariachi.
CADONO LE TORRI GEMELLE: LA GENTE HA BISOGNO DI UN PALADINO
Tra il ’99 e il 2000 gli amici della E Street Band, compreso Stevie Van Zandt, si unirono a Bruce per una colossale tournée, denominata proprio Reunion Tour. Mentre suonava sui palcoscenici di mezzo mondo, Springsteen cercava l’ispirazione per scrivere nuove canzoni. Alcune erano già finite sul taccuino, ma non c’era materiale a sufficienza per un album. La tragedia dell’11 settembre 2001 sconvolse il musicista al punto che le canzoni iniziarono a fluire dalla sua penna, mentre assisteva inerme ai piccoli grandi drammi che vivevano migliaia di famiglie americane, anche nel suo New Jersey. The Rising (2002) venne alla luce con questa “maledetta” genesi. Singolarmente, alcune delle canzoni scritte in precedenza sulla decadenza e sugli sconvolgimenti sociali, culturali e demografici della sua terra, si sposarono benissimo con i brani scritti in seguito all’attentato terroristico. Bruce fu abile a non cadere nella retorica e a non scrivere testi di manifesto politico. Scrisse, al contrario, capitoli toccanti sulla sofferenza delle persone comuni in case dove erano improvvisamente mancati un familiare, un amico, un compagno di vita. The Rising, album molto eterogeneo sul lato musicale, dal soul-gospel al pop elettronico, dal rock ruvido alla ballata semi-acustica, inaugurò la collaborazione di Springsteen con il produttore Brendan O’Brien. Bruce rappresentò il cantore principale di quella tragedia e delle sue conseguenze, forte della credibilità e della stima che in tanti riponevano in lui.
LE PAURE E I DEMONI DELL’AMERICA
Le parentesi rock di The Rising e del Reunion Tour non distolsero Springsteen dall’esigenza di scrivere canzoni acustiche, intime, da suonare in spazi chiusi e di dimensioni limitate. Devils & Dust (2005) fu considerato il terzo capitolo della trilogia (semi)acustica di Bruce (dopo Nebraska e The Ghost Of Tom Joad) e racchiude in sé alcuni dei temi che l’artista aveva già affrontato nella sua lunga carriera. Troviamo la guerra nella title-track, la voglia di famiglia e di un amore maturo (Long Time Coming, Maria’s Bed e Leah). Ci sono poi drammi familiari e persone in fuga (Black Cowboys, Silver Palomino e The Hitter) e ancora la sciagura dell’immigrazione nella commovente Matamoros Banks. Il tour di Devils & Dust tornò a presentare Bruce solo sul palco, tra chitarre e pianoforte, nella veste di una sorta di fratello minore di Johnny Cash, questa volta però nelle arene e non negli angusti spazi di un teatro. Le sonorità country-western e folk-western di molti brani di Devils & Dust faranno da riferimento a due lavori successivi di Springsteen. Il primo, che è anche il terzo lost album dalla raccolta Tracks II, è un album sui generis. Per la prima volta, dopo 30 anni di carriera, a Springsteen venne chiesto di comporre l’intera colonna sonora di un film, definito di genere spiritual western. Doveva intitolarsi Faithless, ma non uscì mai nelle sale. Così con questo titolo oggi possiamo ascoltare soltanto la colonna sonora che Springsteen aveva almeno abbozzato per questo film fantasma. Il secondo lavoro collegato alle sonorità di Devils & Dust è We Shall Overcome: The Seeger Sessions, su cui mi soffermò più avanti.
I TRUCCHI DELLA POLITICA: LO SPRINGSTEEN PIU’ ARRABBIATO
Nel nuovo millennio Springsteen stava cercando un approccio artistico più coinvolto nella politica, partecipando perfino attivamente alla sfortunata rincorsa alla Casa Bianca del candidato democratico John Kerry (Vote For Change – 2004). Profondamente avverso alla linea conservatrice e guerrafondaia di George W. Bush Jr., nel 2007 Bruce pubblicò il suo album più esplicitamente politico di sempre, nonostante il titolo apparentemente leggero: Magic. Una magia priva di accezioni positive, ma sinonimo di trucco, incantesimo, inganno. Senza che venisse mai citato, su tutto l’album aleggiava l’ombra del Presidente Bush, dipinto come un abile prestigiatore che mistificava la realtà (Magic), che compiva errori sulla pelle dei soldati in guerra (Last To Die), che illudeva la gente sul futuro con facili promesse (Living In The Future). Intanto l’America si sfaldava. Alcuni soldati tornavano in una bara (Gipsy Biker), altri non riuscivano a reintegrarsi nella società, persino nelle loro famiglie (Devil’s Arcade). Le persone non sapevano più comunicare, i media trasmettevano solo spazzatura (Radio Nowhere) e la propria terra d’origine cambiava faccia, al punto di diventare irriconoscibile (Long Walk Home). Un quadro a tinte nere in cui non mancavano perfino i cadaveri penzolanti dagli alberi. Un Bruce incazzato che, sul lato lirico, scrisse pagine decisamente sottovalutate della sua grande narrativa. La produzione musicale di Brendan O’Brien portò Springsteen verso un suono più ruvido, un ritorno al muro del suono in cui le chitarre, gli organi e il sax si mescolano in un ensemble decisamente sporco, a volte confuso, quasi grunge.
SPRINGSTEEN LAVORA PER UN SOGNO
Bastarono due anni, dal 2007 al 2009, per cambiare le prospettive di uno Springsteen molto attento all’evoluzione socio-politica della sua nazione. Il giro di boa avvenne nell’autunno del 2008, quando Barack Obama vinse le elezioni americane, ponendo fine all’era Bush. Nel gennaio 2009, nove giorni dopo l’insediamento di Obama, Bruce lanciò Working On A Dream, album che già nel titolo esprimeva la speranza dell’artista in una nuova epoca di giustizia sociale e di benessere diffuso. In realtà il disco non trattava temi socio-politici: lo stesso Bruce lo descrisse come “una perlustrazione dell’amore e dei sentimenti tra l’oscurità dell’era Bush e la nuova alba obamiana“. Ma, singolarmente, i momenti topici dell’album rimarranno quelli meno legati al tema centrale dell’album. Outlaw Pete è un’intensa storia western sul sottile confine tra il bene e il male con un evidente omaggio a Ennio Morricone. The Last Carnival è la commossa dedica all’amico tastierista Danny Federici, il primo E-Streeter a morire nel 2008. The Wrestler è la canzone originale, vincitrice di un Golden Globe, che Bruce scrisse per il film omonimo con l’amico Mickey Rourke. O’Brien, nel terzo e ultimo episodio della sua collaborazione con Springsteen, spostò il focus del suono verso sonorità più acustiche, ispirate al country e al folk, anche se con un approccio decisamente pop. Fanno eccezione l’episodio blues old style di Good Eye e i brani semi-acustici The Last Carnival e The Wrestler.
LA RABBIA DI BRUCE SPRINGSTEEN
Nel 2012 Springsteen continuava a essere arrabbiato. Stimava Obama, con il quale stava nascendo una profonda affinità, ma non voleva fingere di ignorare le ingiustizie ancora dilaganti nel sistema americano. Nell’album Wrecking Ball l’ira dell’artista si abbatté sulla finanza dei banchieri, colpevoli di ingrassare le proprie pance sulle spalle della gente, perfino durante una crisi generata dalle loro stesse spinte speculative. Tra le peggiori conseguenze di quella crisi Springsteen vide il dilagante egoismo della gente (We Take Care Of Our Own). A fare da contrappeso, però, inserì nell’album una canzone scritta anni prima, Land Of Hope And Dreams, in cui l’amore e l’amicizia si trasformano in un inno all’inclusione degli ultimi e degli emarginati. Anche chi è morto per cause nobili aiuta nella nuova battaglia (We Are Alive). Non mancarono riferimenti personali (l’autobiografica This Depression) e lo sfogo rabbioso causato dalla demolizione del Giants Stadium (Wrecking Ball), dove Bruce aveva tenuto tanti concerti. In un album caratterizzato dall’esordio alla produzione di Ron Aniello, i suoni tornarono più classici, un rock con influenze country, gospel e folk irlandese, con persino una sorprendente parentesi rap in Rocky Ground. Nei crediti si contano quasi 40 contributi, tra coristi, fiati, archi e musicisti “occasionali”. Fu comunque presente il nucleo della E Street Band, con due clamorose assenze (Roy Bittan e Garry Tallent) e un’emozionante presenza (Clarence Clemons, morto nel 2011, suonò nelle sovra-incisioni postume di Wrecking Ball e Land Of Hope And Dreams).
BRUCE TRA COVER E VERSIONI ALTERNATIVE
Nel 2014 Springsteen pubblicò High Hopes, un album atipico per la sua eterogeneità e per l’assenza di un tema dominante. Per la prima volta Bruce, più che produrre un capitolo del suo grande romanzo americano, raccolse una serie di idee che aveva sviluppato nel tempo ma lasciato in disparte. Delle dodici canzoni del disco, tre sono cover e una di queste (High Hopes) dà addirittura il titolo all’album. Una scelta singolare, se si considera che venne operata da uno dei più grandi cantautori rock di sempre. Le grandi speranze del titolo si riferiscono alla conferma dell’amministrazione Obama per un secondo mandato. The Ghost Of Tom Joad è la versione rock del suo capolavoro acustico. American Skin (41 Shots), coraggioso atto d’accusa alla giustizia più violenta, era già stata suonata dal vivo da diversi anni ma non aveva una registrazione ufficiale in studio. Tutte le altre canzoni inedite erano già state scritte (e in alcuni casi registrate) nel periodo tra The Rising e Wrecking Ball. Alcune erano vere e proprie outtakes, altre erano rimaste sul taccuino degli appunti di Bruce. Questa atipicità, che rende High Hopes quasi più una raccolta di inediti che un album classico, non toglie rilevanza ad alcuni brani come The Wall e Hunter Of Invisible Game. Le canzoni di High Hopes furono registrate nel tempo con la partecipazione di diversi componenti della E Street Band (incluso il defunto Clarence Clemons), ma anche di musicisti esterni, tra cui Tom Morello, leader dei Rage Against The Machine, che partecipò anche al tour che promosse l’album.
Il “Mondo Perfetto” di Springsteen
Riporto a questo punto della storia il settimo e ultimo lost album pubblicato su Tracks II perché, pur essendo stato pubblicato nel 2025, è composto da canzoni scritte e spesso incise nella lunga traiettoria cronologica che intercorre tra il 1994 e il 2011. Questo è il motivo per cui, al di là delle differenze, spesso marcate, nei suoni, vedo Perfect World connesso a High Hopes. Pur essendo catalogato come (lost) album, Perfect World, come High Hopes, sembra più una raccolta di inediti perduti lungo il percorso, come ammette lo stesso Springsteen. Dieci canzoni tipicamente rock, alcune delle quali con sonorità più leggere, ma per la maggioranza caratterizzate da una notevole influenza dell’E Street sound. Nonostante la storica band non suoni mai al completo, tuttavia nei crediti compaiono a turno molti dei componenti della E Street Band, compreso il membro d’occasione Tom Morello.
SPRINGSTEEN DIRETTORE D’ORCHESTRA
La passione per i film e per le loro colonne sonore, specie per quelle composte da Ennio Morricone, svilupparono in Springsteen il desiderio di scrivere musica che si adattasse ad arrangiamenti d’orchestra. Dopo che in alcune occasioni aveva ospitato una formazione orchestrale sul palco per la splendida New York City Serenade, Bruce decise che era giunto il momento di lanciare un lavoro di questo tipo. Convocò al suo ranch di Colts Neck un’intera orchestra e con essa arrangiò le canzoni di Western Stars, il suo album pubblicato nel 2019, ma scritto per gran parte già nel 2010. Addirittura abbiamo scoperto che la canzone Somewhere North Of Nashville proviene da un lost album del 1996. Ottoni, legni e soprattutto archi entrarono insieme alle chitarre, al pianoforte e all’organo in un sound che fondeva l’epica delle grandi colonne sonore Western con il pop orchestrale in voga tra gli anni ’60 e gli anni ’70. Un risultato affascinante, soprattutto perché abbinato a testi meravigliosi, intrisi di una malinconia crepuscolare. Tutto ruota intorno alla figura dello stesso Bruce, invecchiato ma ancora in movimento. Hello Sunshine è quanto di più onesto e profondo l’artista potesse scrivere di se stesso. Ma anche quando scrisse di altri personaggi, dall’autostoppista di Hitch Hiker al viandante di The Wayfarer, dal vecchio attore decaduto della title-track allo stuntman mezzo rotto di Drive Fast, e ancora ai personaggi solitari di Chasing Wild Horses, Stones, Somewhere North Of Nashville, Sundown, There Goes My Miracle e Moonlight Motel, in fondo parlava di se stesso. Della sua tendenza alla solitudine, della sua inquieta e affannosa ricerca di qualcosa, tra errori e salvifici ritorni a casa. Con Western Stars Bruce tornò al suo splendore lirico, l’ennesimo capitolo di un fenomeno poetico e letterario con pochi eguali. Peraltro, sempre intorno al 2010-2011, Springsteen scrisse altre canzoni sul genere di Western Stars, specie nella componente pop orchestrale. Brani estremamente melodici, cantati nel modo dei grandi crooner. Il sesto lost album da Tracks II, Twilight Hours, non è altro che l’insieme delle canzoni registrate insieme a quelle di Western Stars che però Bruce decise di escludere dall’album che poi pubblicò nel 2019.
SPRINGSTEEN CANTA DELLA VECCHIAIA E DELLA MORTE
Nel 2020 Springsteen stupì tutti, ancora una volta. Chiamò all’adunata i vecchi amici della E Street Band, compresi Charlie Giordano (tastierista che dal 2009 sostituì il compianto Danny Federici), Jake Clemons (che subentrò al sax allo zio Clarence dopo la sua scomparsa del 2011) e dell’ormai fissa violinista Soozie Tyrell. Soltanto loro, nessun musicista aggiuntivo. Da quelle sessioni nacque Letter To You, un altro album molto autobiografico, nel quale Bruce approcciò un argomento difficile: la morte. Colpito dall’essere rimasto l’ultimo superstite della sua prima band (da qui la canzone Last Man Standing), Springsteen si interrogò sul significato della morte, ora che non riguardava più solo i suoi personaggi, ma gli passava così vicina. Dall’iniziale One Minute You’re Here all’oscura Burnin’ Train, dall’eterea House Of A Thousand Guitars alla rockeggiante Ghosts e alla tenera I’ll See You In My Dreams, l’alone della nera signora delle tenebre ammanta i versi con una nuova grandezza lirica. Bruce trovò anche spazio per rivolgersi con gratitudine al suo pubblico, sia tramite Letter To You, un intenso testamento musicale e umano, sia con tre perle rarissime risalenti ai primi anni di carriera che Bruce e la band hanno riprodotto con il classico E Street sound: Janey Needs A Shooter, If I Was The Priest e Song For Orphans.
LE COVER DI SPRINGSTEEN
Nonostante la sua indole cantautorale, in due occasioni Springsteen ha registrato e pubblicato due puri album di cover. Il primo, We Shall Overcome: The Seeger Sessions (2006), rendeva omaggio a Pete Seeger quale icona della musica popolare americana. Il disco, nel quale Springsteen fu accompagnato da una band country-bluegrass, comprensiva di sezioni di fiati e di cori, raccoglieva alcune canzoni scritte da Seeger, ma soprattutto canzoni della tradizione popolare che Seeger aveva interpretato. L’album fu promosso da un tour mondiale con la Seeger Sessions Band, nella quale militavano anche Patti Scialfa e Soozie Tyrell, già componenti della E Street Band, e Charlie Giordano, che sarebbe poi entrato nella band al posto del defunto Danny Federici. Il secondo album di cover è stato pubblicato nel 2022. In Only The Strong Survive Springsteen ha selezionato 15 canzoni da un vastissimo repertorio soul (dai primi anni ’60 fino a metà degli anni ’80), interpretandole in collaborazione con il fedele produttore e musicista Ron Aniello, Sam Moore e altri session-man. Oltre a questi due album, Bruce ha partecipato negli anni a diversi album tributo ad altri artisti, tra cui si ricordano quelli per Pete Seeger, Johnny Cash, Woodie Guthrie e Ennio Morricone.
IL MITO DI SPRINGSTEEN IN CONCERTO: I DISCHI LIVE
Un musicista che ha fatto dei suoi concerti leggendarie maratone rock non poteva non pubblicare alcuni dischi live, che hanno affiancato le centinaia di bootleg in circolazione. Il Live 1975/85 (1986) raccolse il primo decennio di concerti di Springsteen, un cofanetto che fu benedetto dai milioni di nuovi fan dell’epoca, ma fece storcere il naso a chi già lo conosceva, soprattutto per l’assenza di alcune canzoni nelle location più celebri. Seguì In concert MTV Plugged (1993), suonato con la band alternativa che accompagnò Bruce nel tour di Human Touch e Lucky Town. Il Live In New York City (2001) fu invece il coronamento del Reunion Tour, che segnò il ritorno della E Street Band al fianco del Boss. Poi, in occasione del lancio del cofanetto celebrativo di Born To Run (2005), arrivò l’attesissima registrazione del concerto al Hammersmith Odeon di Londra nel 1975, il primo di Bruce fuori dagli U.S.A.. Con la Seeger Sessions Band Springsteen promosse un tour che si sostanziò nel bellissimo Live In Dublin (2007). Springsteen On Broadway, lo spettacolo autobiografico che Bruce tenne per oltre un anno al Walter Kerr Theatre di New York, fu fissato nell’omonimo disco live del 2018. Bruce ha poi pubblicato nel 2021 The Legendary 1979 No Nukes Concerts, i celebri concerti che tenne insieme ad altri musicisti contro l’uso dell’energia nucleare. Dal 2014, infine, Springsteen distribuisce dal suo sito ufficiale diversi concerti registrati sia nei tour più recenti, sia durante i tour storici. L’iniziativa stata denominata Archive Series.
BUONA NAVIGAZIONE
Non è stato facile riassumere oltre 50 anni di carriera di un grande musicista e cantautore come Bruce Springsteen in un articolo che si legge in meno di un’ora di lettura. Da questo articolo di presentazione potrai collegarti, tramite i tanti link, ai singoli album e canzoni, man mano che scriverò le recensioni. Già ne trovi recensite molte dei primi anni. Seguimi in questa grande e lunga avventura. Inizia a farlo, leggendo i tanti articoli che ho già scritto. Lo puoi fare partendo da qui, oppure tramite il menu delle categorie in alto a destra o ancora tramite l’archivio degli articoli in fondo a questa pagina. Se vuoi essere avvisato di tutti gli articoli che pubblico, iscriviti alla mia newsletter. E’ molto semplice: basta indicare il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail nell’apposito box in fondo ad ogni pagina del sito. E poi non dimenticare che questo è un blog, ossia un luogo dove interagire con commenti, domande, segnalazioni, curiosità, aneddoti da raccontare. Ti aspetto.
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