Darkness On The Edge Of Town, brano di Bruce Springsteen

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Dario Migliorini

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Ti è mai capitato di sentire la necessità di liberarti di un peso che hai dentro per continuare a vivere? Leggi i versi di Darkness On The Edge Of Town, l’ultima canzone dell’album omonimo, pubblicato da Bruce Springsteen nel 1978. Questa ballata rock a tempo medio, a band completa ma basata su un drammatico motivo di pianoforte, narra la vicenda di un uomo che correva sulle auto e che, a causa di questa passione, ha perso l’amore della sua donna e si ritrova a fare i conti con i propri errori. In un album simmetrico, nel quale ogni canzone è abbinata a quella che occupa la stessa posizione nell’altro lato, Darkness On The Edge Of Town è fortemente legata a Racing In The Street, che chiude il primo lato. Darkness On The Edge Of Town, molto potente dal vivo, figura tra le canzoni più suonate in concerto da Springsteen con la E Street Band.

LE CORSE AI MARGINI DELLA CITTA’

La discografia di Springsteen, specie in quelli che sono ritenuti i suoi massimi capolavori, Born To Run e Darkness On The Edge Of Town, è costellata di riferimenti alle corse in auto. Il riferimento non è tanto alle corse in pista, quanto alle corse clandestine nelle quali molti ragazzi, già dagli anni ’50 e ancora in quegli anni ’70, sfogavano la loro passione per la velocità. Ancor più emergeva la ricerca di un’identità, che rischiava di annebbiarsi in vite che non lasciavano intravvedere grandi prospettive. Già dal titolo intuiamo che le corse avvenivano in periferia, nelle strade buie ai margini della città. In questo caso siamo negli improvvisati circuiti intorno ai Trestles, i vecchi ponti abbandonati. Un’immagine molto cinematografica.

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Il mito della velocità

Proprio dal mondo del cinema Springsteen sembra trovare ispirazione per questa canzone. Miti come James Dean e Steve Mc Queen, in particolare, sembrano i volti perfetti per la storia narrata in questa canzone. Un uomo correva sulle auto, ma presto si è reso conto che la sua donna non l’avrebbe seguito in quelle follie su quattro ruote. Lei ora ha trovato una sistemazione più serena nel quartiere agiato di Fairview, mentre lui si ritrova a vivere in un buco sotto un ponte, là dove non si trovano le luci sfavillanti della città, ma solo tanta oscurità. È lì che lei potrà trovarlo, se le venisse in mente di cercarlo.

Dalla Chevy del ’69 ai sogni infranti

Il legame con la coeva Racing In The Street è evidente. In quest’ultima troviamo il pilota nel pieno della sua attività, mentre imperversa sulle strade americane e vince le gare con Sonny, il socio con cui ha costruito dal nulla la loro Chevrolet truccata del 1969. Poi incontra una ragazza e la conquista, ma presto le cose si deteriorano. Lei non lo segue nelle sue gare e lo aspetta a casa sola e delusa. Lui prova a riprendere il rapporto, cercando di “lavare via dalle mani i loro peccati giù al mare.” In Darkness On The Edge Of Town (leggi la traduzione qui) ritroviamo l’uomo ormai solo, la donna se n’è andata e a lui non resta che pagare il prezzo delle sue scelte. Si libera dei suoi segreti, prima che lo trascinino a fondo, “dove nessuno chiede più domande o ti guarda in faccia troppo a lungo.

Non c’è gloria nel buio ai margini della città

Se è vero che c’è chi nasce fortunato e c’è chi in qualche modo la fortuna se la va a cercare, in tanti invece cadono per aver inseguito la gloria dove non poteva essere trovata. L’ultima strofa è il momento cardine. L’uomo è abbandonato e non ha più denaro, tutto ciò che deve fare è affrontare se stesso e cercare una via di uscita. Non si arrende: “Stasera sarò su quella collina perché non mi posso fermare, sarò su quella collina con tutto quello che ho. Vite al limite, dove i sogni si trovano e si perdono, sarò là puntuale e pagherò il prezzo.” Un prezzo salato che ritroveremo in altre canzoni nelle quali ci sono donne e uomini che devono affrontare “nuvole scure dirigendosi dritti verso la tempesta” come in The Promised Land o “il buio che spinge indietro la luce del giorno” come in The Price You Pay, pubblicata nel successivo The River, ma scritta anch’essa nel periodo di Darkness On The Edge Of Town. Donne e uomini provati dall’esperienza di vita, ma che non si arrendono, ancora alla ricerca di una redenzione, di una terra promessa.

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MELODIA EPICA E UN URLO DI INAUDITA RABBIA

La title track di questo grande album è una canzone dalla duplice intensità musicale. L’introduzione basata su una melodia di pianoforte accompagna anche la prima strofa, nella quale solo la grancassa e il charleston dettano un ritmo compassato e la voce di Springsteen è scura e mesta. Quando il giro di accordi svolta, entra in gioco la band. Basso e batteria si inseriscono rabbiosi, mentre l’organo e le chitarre riempiono il suono, aumentando intensità e decibel. In quello che ora è un deciso pezzo rock, la voce di Springsteen assume la potenza roca e impetuosa che lo ha reso celebre. Le tre strofe conducono ai versi che danno il titolo alla canzone e all’album. Non è un vero ritornello, ma il tema musicale centrale del brano, nel quale Springsteen esegue anche un appassionato controcanto a se stesso. L’unico break musicale ricalca la seconda parte della strofa: in esso la chitarra doppia organo e pianoforte a rafforzare il tema musicale dominante. Al termine, mentre la versione da studio cala in uno sfumato che riprende l’introduzione e porta l’intero album verso una malinconica chiusura, le versioni dal vivo hanno trovato un finale secco. Colpisce in particolare la potenza vocale con cui Springsteen urla dal vivo la parola town nell’ultimissimo verso prima del finale strumentale: un’intensità colma di rabbia, ma anche di reazione. La versione nel Live 1975-85 ne è una significativa testimonianza.

Curiosità

La passione di Springsteen per il cinema, emerso soprattutto in quella seconda metà degli anni ’70, è confermata anche da un’interessante curiosità. Il suo celebre album del 1978, in un primo momento, avrebbe dovuto chiamarsi American Madness (tradotto: Follia americana), titolo che sarebbe stato preso da un celebre film di Frank Capra, uscito nel 1932. La trama del film, che narra delle vicende di un banchiere coinvolto in uno scandalo nel periodo della Grande Depressione, non aveva nulla a che vedere con le storie narrate nell’album, ma il titolo avrebbe comunque potuto essere evocativo. Poi Springsteen, una volta scritta questa canzone, decise di eleggere quest’ultima a title track del suo nuovo disco.

Tira tu le conclusioni…

  • Si è sempre discusso su quale tra Born To Run e Darkness On The Edge Of Town sia l’album più bello di Springsteen. Tu quale preferisci?
  • La classifica della rivista Rolling Stone pone Born To Run al 19° posto e Darkness On The Edge Of Town al 91° posto dei più bei dischi di tutti i tempi. C’è tutta questa differenza?
  • Conosci i film con James Dean o Steve McQueen?
  • Al di là delle corse in auto, che spero tu non abbia mai fatto, come vivi il rapporto con la velocità e, più in generale, con la strada?

Esprimere se stessi è segno di vitalità e di distinzione. Fallo anche tu e commenta qui.

Dario Migliorini

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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2 Commenti

  1. ANNA MARIA

    per è facile la risposta. darkness è stato il primo e unico album che ho comprato di bruce, senza conoscerlo quasi per niente, un vago nome tra tanti altri.
    born to run si può dire che l’ho conosciuto solo 2 anni fa, forse sarà migliore, non so, non ho elementi per giudicarlo, ma l’altro si è stampato nel mio cuore e lì rimane, con la mia preferita, factory.
    il film di james dean naturalmente lo conosco benissimo. è stato un profetico prodromo del 68 ancora lungo da venire.
    c’era già l’incomunicabilità tra genitori e figli, c’erano tutti i segnali di una insofferenza per una vita codificata in regole che stavano rapidamente perdendo la loro importanza, la loro credibilità, insofferenza per un perbenismo solo di facciata che nascondeva ogni genere di ipocrisie, benzina che avrebbe infiammato solo pochi anni più tardi le piazze di tutto il mondo e riempite di giovani che per la prima volta nella storia hanno cercato di appropriarsi del proprio destino contestando l’autorità di genitori, insegnanti, politici.
    non a caso il titolo originale del film era rebel without a cause, perchè in effetti allora ai padri appariva proprio così la gioventù, si chiedevano cos’era che mancasse a quei benedetti figli a cui avevano assicurato una vita migliore dopo i disastri della guerra.
    e anche il titolo italiano non era da meno, gioventù bruciata appariva la gioventù di allora, ragazzi che senza cervello rifiutavano il benessere in cui i padri faticosamente cercavano di crescerli, senza capire che così facendo li privavano di cose più preziose, l’amore, la vicinanza, la comprensione.
    sai che l’ho rivisto poco tempo fa e mi ha un pò deluso?
    mi sembrava così pieno di cose quando l’ho visto la prima volta, mi aveva emozionato, mi ero immedesimata nella insofferenza di jim verso i genitori. non so, l’ho ritrovato meno intenso, ma forse sono io che sono cambiata, non fino al punto di immedesimarmi questa volta nella parte dei genitori, ma è passata una vita e semplicemente le urgenze di allora sono ormai “blowing in the wind”!
    vuoi sapere il mio rapporto con la velocità? ebbene, ti farò ridere, ma non sono mai riuscita a prendere la patente, la mia mente si rifiuta di usare i comandi per guidare una macchina.
    però ho un marito che se non è stato racing in the street poco ci mancava!
    non che facesse le gare, per lo meno non quelle per soldi, ma ne ha fatte parecchie per dare una lezione a qualche autista scorretto, e per lui la scorrettezza era anche una clacsonata che non aveva gradito.
    era capace di inseguirlo per chilometri anche in mezzo al traffico e affiancarlo solo per fargli gestacci dal finestrino, non le classiche corna, quello non era nel suo stile, e neanche il dito medio che allora non si usava, ma il classico gesto con le dita unite e il movimento a stantuffo urlando “ma che caxxxx voi? stronzo!”
    oppure a qualcuno che gli aveva fatto un sorpasso azzardato “mò te la do io una lezione de guidaa!” finchè non l’aveva risorpassato non si fermava. poi ne parlava per giorni, tutto fiero. bah! i maschietti…
    adesso si è calmato parecchio, anche perchè siamo rimasti con una vecchia ypsilon che si regge con lo sputo e più di tanto non la può sforzare!

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    • Dario Migliorini

      Grazie, Anna Maria per i tuoi commenti, sono davveri belli e intensi. Per me è davvero interessante vivere situazioni che non ho mai vissuto direttamente. Anche perché la musica che amo di più si basa su quei momenti e su quelle situazioni sociali, psicologiche, politiche. Io non riuscirò mai a scegliere tra Born To Run e Darkness. D’istinto direi Born To Run, ma poi penso a Darkness e mi sciolgo. Anch’io ho rivisto Gioventù Bruciata l’altra sera: visto oggi potrebbe sembrare poco carico di rivoluzione, ma devo sempre ricordarmi che le cose vanno viste con la testa di allora. A volte lo stesso Elvis mi sembra sopravvalutato, ma è perché lo penso con la testa di oggi. Ma a metà degli anni Cinquanta, che carico rivoluzionario di costume deve aver avuto?

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