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Drive All Night, Bruce Springsteen

Aggiornato il 31 Dic, 2021 | Words and Music |
drive all night

Ci sono canzoni di Bruce Springsteen che, anche a seguito delle scelte del loro autore sulle setlist dei concerti, per lungo tempo sono rimaste in una nicchia, per poi invece diventare canzoni ricercatissime dagli appassionati. Drive All Night, penultima traccia del doppio disco The River, ne rappresenta uno dei casi più clamorosi. Infatti dal Reunion Tour del 1998 a tutt’oggi Drive All Night, bellissima ballata rock a ritmo lento e dalle atmosfere tenacemente romantiche, è diventata una delle canzoni più richieste dal pubblico, non solo per la sua indiscutibile bellezza ma anche perché considerata una chicca, un momento prezioso e piuttosto raro nei concerti. In realtà la storia di Drive All Night è stata particolare fin dalla sua genesi: scritta nel 1976 e incisa la prima volta nel 1977, nel 1978 fu esclusa da Darkness On The Edge Of Town, ma infine recuperata e in parte reincisa per il successivo doppio album del 1980.

L’AMORE COME ANTIDOTO AL FALLIMENTO

In un album in cui le relazioni d’amore vengono cantate da Springsteen in tutte le loro sfaccettature, dal tono più scanzonato di Sherry Darling, Crush On You e I’m A Rocker all’accento più drammatico di The River, Stolen Car e Point Blank, Drive All Night emerge per la sua vena puramente romantica. Un romanticismo che però Springsteen inserisce in una situazione difficile, nella quale il protagonista non solo vuole riconquistare la donna che ha perso, proponendole ciò che di meglio può offrirle, ma sente anche di dover vivere l’amore come riscatto. Intorno a lui tante persone falliscono: “Ci sono macchine e c’è del fuoco, ci aspettano ai margini della città, sono lì fuori in affitto ma, piccola, non ci possono fare del male ora, perché tu hai, tu hai il mio amore” canta il narratore, mentre il suo piede (ma anche quello di lei) sembrano ancora essere sull’orlo di un precipizio. L’amore come antidoto, quindi. L’amore come salvezza.

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C’è ancora un’auto per la redenzione

Anni prima un ragazzo diceva di custodire l’opportunità di redenzione sotto il cofano di un’auto, con la quale proponeva alla sua Mary di partire in cerca di una terra promessa (Thunder Road). Un altro ragazzo, forse lo stesso, qualche anno dopo aveva sbagliato la rotta: l’auto gli serviva per correre in strada e la ragazza lo aspettava a casa con la morte negli occhi (Racing In The Street). Ora un altro ragazzo, forse ancora lo stesso, dopo essersi lavato via i peccati dalle mani giù al fiume, vuole recuperare quel rapporto d’amore perduto. L’auto non serve più per scappare, né per gareggiare. Molto più concretamente (e in un modo dannatamente romantico) quel motore dovrà funzionare a giri bassi, come basso è il numero dei bpm (battiti per minuto, ndr) della canzone, per portare la giovane donna in un giro notturno nel corso del quale lui le comprerà un paio di scarpe e la terrà vicino a sé per riassaporare il suo fascino.

L’orgoglio dell’uomo innamorato

Il giovane uomo di Drive All Night (leggi la traduzione qui) ha capito che dietro le auto che bruciano (immagine già presente in Something In The Night e Streets Of Fire) ci sono quegli “angeli caduti“, quegli “estranei sconfitti“: anche loro due potrebbero ritrovarsi tra quelli. Le lacrime di lei e l’urlo disperato di lui lasciano intendere che lo sconfinamento verso una situazione di sconfitta è tutt’altro che remoto. Ma lui invita la ragazza a smettere di piangere e a tornare con lui. La libertà che cercavano non si nasconde in una fuga chimerica “lungo le strade di uno sfuggente sogno americano” (Born To Run), ma tra le mura di una casa qualunque, nella quale vivere intensamente l’amore. Quell’amore che funge da protezione dalle macchine in fiamme, l’amore che li salverà dalle sconfitte. E Springsteen lo urla, pieno di passione e di orgoglio: nemmeno il vento, la neve e la pioggia lo fermeranno. Il suo sentimento sarà più forte di tutto.

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UNA VOCE STRAORDINARIA SOPRA MUSICA ETEREA

Un testo così romantico non può che essere accompagnato da musica estremamente dolce, una slow ballad lenta e lunga ben oltre gli otto minuti, che mantiene per tutta la durata lo stesso giro di tre accordi. Su di esso Springsteen e la E Street Band costruiscono una dinamica crescente che vede l’ingresso graduale di diversi strumenti. Mentre l’accoppiata Weinberg/Tallent garantisce una base ritmica ordinata e senza scossoni, il pianoforte suonato davvero bene da Springsteen detta il tema musicale e accompagna in solitudine per la prima strofa e il primo ritornello il canto dello stesso Bruce, poche volte potente e sensuale come in Drive All Night. Solo da quel momento entra la chitarra di Steve Van Zandt, che non esegue parte ritmica ma “riffeggia” lungo tutto il brano e l’organo (o meglio gli organi), nell’occasione suonati da Roy Bittan, che riempiono il brano di un’atmosfera così onirica da portare l’ascoltatore su un’altra dimensione, nella quale, soprattutto nel lungo finale, ci si dimentica delle macchine bruciate e delle danze della morte e si sente il cuore riempirsi di rabbioso amore. Emerge, come già ricordato, il canto di Springsteen, graffiato e sensuale, forse una delle sue migliori performance vocali di sempre. Emerge anche lo splendido assolo di sassofono di Clarence Clemons, che dilata i tempi del giro notturno e delle successive ore d’amore tra i due protagonisti.

Curiosità

Se dal punto di vista musicale in molti hanno visto in Drive All Night la conferma dell’ispirazione che Springsteen ricevette da Van Morrison (vedi in particolare Madame George del 1968), dal punto di vista lirico la canzone ebbe una genesi del tutto particolare. Infatti prima di diventare una canzone autonoma, l’embrione di Drive All Night scaturì da un intermezzo parlato che Bruce eseguì spesso in coda a Backstreets nel corso del tour di Born To Run. Questo intermezzo, denominato Sad Eyes Interlude, non ha nulla a che vedere con l’omonima canzone inedita dei primi anni ’90, quanto proprio con quella che di lì a poco sarebbe divenuta Drive All night. Quest’ultima peraltro ruberà parti di testo anche a un’altra outtake di quel periodo così ispirato: Candy’s Boy.

 

Dario Migliorini

 

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Autore

Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

2 Commenti

  1. Claudio mogliazza

    Grazie, la mia canzone preferita. Gran bell’articolo.
    Avrei dato più risalto allo strepitoso assolo di Big Man Clarence.

    Rispondi
    • Dario Migliorini

      Grazie Claudio, sono contento che ti sia piaciuto. La canzone è straordinaria e penso che Bruce sia in uno dei suoi momenti massimi di performance vocale. L’assolo di Clarence è strepitoso. In quegli anni Clarence ha suonato tanti assoli tra il rock, il pop e il soul. Quando applica il sax a queste melodie lente e soul (penso anche a Hearts Of Stone che ho appena recensito) viene fuori una potenza e una profondità straordinarie. Continua a seguirmi

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