Ci sono canzoni di Bruce Springsteen che, anche a seguito delle scelte del loro autore sulle setlist dei concerti, per lungo tempo sono rimaste in una nicchia, per poi invece diventare canzoni ricercatissime dagli appassionati. Drive All Night, penultima traccia del doppio disco The River, ne rappresenta uno dei casi più clamorosi. Infatti dal Reunion Tour del 1999 a tutt’oggi Drive All Night, bellissima ballata rock a ritmo lento e dalle atmosfere tenacemente romantiche, è diventata una delle canzoni più richieste dal pubblico, non solo per la sua indiscutibile bellezza, ma anche perché considerata una chicca, un momento prezioso e piuttosto raro nei concerti. In realtà la storia di Drive All Night è stata intricata fin dalla sua genesi: scritta nel 1976 e incisa la prima volta nel 1977, fu poi esclusa nel 1978 da Darkness On The Edge Of Town, ma infine recuperata e in parte reincisa per il successivo doppio album del 1980.

L’AMORE COME ANTIDOTO AL FALLIMENTO

In un album in cui le relazioni d’amore vengono cantate da Springsteen in tutte le loro sfaccettature, dal tono più scanzonato di Sherry Darling, Crush On YouI’m A Rocker e Ramrod all’accento più drammatico di The River, Point Blank, Fade Away e Stolen Car, Drive All Night emerge per la sua vena puramente romantica. Un romanticismo che però Springsteen inserisce in una situazione difficile, nella quale il protagonista non solo vuole riconquistare la donna che ha perso, proponendole ciò che di meglio può offrirle, ma sente anche di dover vivere l’amore come riscatto. Intorno a lui tante persone falliscono: “Ci sono macchine e c’è del fuoco, ci aspettano ai margini della città, sono lì fuori in affitto ma, piccola, non ci possono fare del male ora, perché tu hai, tu hai il mio amore” canta il narratore, mentre il suo piede (ma anche quello di lei) sembrano ancora essere sull’orlo di un precipizio. L’amore come antidoto, quindi. L’amore come salvezza.

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C’è ancora un’auto per la redenzione

Anni prima un ragazzo diceva di custodire l’opportunità di redenzione sotto il cofano di un’auto, con la quale proponeva alla sua Mary di partire in cerca di una terra promessa (Thunder Road). Un altro ragazzo, forse lo stesso, qualche anno dopo aveva sbagliato la rotta: l’auto gli serviva per correre in strada e la ragazza lo aspettava a casa con la morte negli occhi (Racing In The Street). Ora un altro ragazzo, forse ancora lo stesso, dopo essersi lavato via i peccati dalle mani giù al fiume, vuole recuperare quel rapporto d’amore perduto. L’auto non serve più per scappare, né per gareggiare. Molto più concretamente (e in un modo dannatamente romantico) quel motore dovrà funzionare a giri bassi, come basso è il numero dei bpm (battiti per minuto, ndr) della canzone, per portare la giovane donna in un giro notturno nel corso del quale lui le comprerà un paio di scarpe e la terrà vicino a sé per riassaporare il suo fascino.

L’orgoglio dell’uomo innamorato

Il giovane uomo di Drive All Night (leggi la traduzione qui) ha capito che dietro le auto che bruciano (immagine già presente in Something In The Night e in Streets Of Fire) ci sono quegli “angeli caduti“, quegli “estranei sconfitti“: anche loro due potrebbero ritrovarsi tra quelli. Le lacrime di lei e l’urlo disperato di lui lasciano intendere che lo sconfinamento verso una situazione di sconfitta è tutt’altro che remoto. Ma lui invita la ragazza a smettere di piangere e a tornare con lui. La libertà che cercavano non si nasconde in una fuga chimerica “lungo le strade di uno sfuggente sogno americano” (Born To Run), ma tra le mura di una casa qualunque, nella quale vivere intensamente l’amore. Quell’amore che funge da protezione dalle macchine in fiamme, l’amore che li salverà dalle sconfitte. E Springsteen lo urla, pieno di passione e di orgoglio: nemmeno il vento, la neve e la pioggia lo fermeranno. Il suo sentimento sarà più forte di tutto.

 

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UNA VOCE STRAORDINARIA SOPRA MUSICA ETEREA

Un testo così romantico non può che essere accompagnato da musica estremamente dolce, una slow ballad lenta e lunga ben oltre gli otto minuti, che mantiene per tutta la durata lo stesso giro di tre accordi. Su di essa Springsteen e la E Street Band costruiscono una dinamica crescente che vede l’ingresso graduale di diversi strumenti. Mentre l’accoppiata Weinberg/Tallent garantisce una base ritmica ordinata e senza scossoni, il pianoforte suonato nell’occasione dallo stesso Springsteen, detta il tema musicale e accompagna in solitudine nella prima strofa e nel primo ritornello il canto, poche volte potente e sensuale come in Drive All Night. Solo da quel momento entrano la chitarra di Steve Van Zandt, che non esegue parte ritmica ma riffeggia e l’organo (o meglio gli organi), nell’occasione suonati da Roy Bittan, che riempiono il brano di un’atmosfera così onirica da portare l’ascoltatore su un’altra dimensione. In essa, soprattutto nel lungo finale, ci si dimentica delle macchine bruciate e delle danze di morte e si sente il cuore riempirsi di rabbioso amore. Emergono, come già ricordato, il canto di Springsteen, graffiato e sensuale, forse una delle sue migliori performance vocali di sempre, e lo splendido assolo di sassofono di Clarence Clemons, che dilata i tempi del giro notturno e delle successive ore d’amore tra i due protagonisti.

Torna l’influenza di Van Morrison

Se dal punto di vista musicale in molti hanno visto in Drive All Night la conferma dell’ispirazione che Springsteen ricevette da Van Morrison (in particolare dalla canzone Madame George del 1968), dal punto di vista lirico la canzone ebbe una genesi del tutto particolare. Infatti prima di diventare una canzone autonoma, l’embrione di Drive All Night scaturì da un intermezzo parlato che Bruce eseguì spesso in coda a Backstreets nel corso del tour di Born To Run. Questo intermezzo, denominato Sad Eyes Interlude, non ha nulla a che vedere con Sad Eyes, canzone inedita dei primi anni ’90 che verrà pubblicata in Tracks (1998), quanto proprio con quella che di lì a poco sarebbe divenuta Drive All night. Quest’ultima peraltro ruberà parti di testo anche a un’altra outtake di quel periodo così ispirato: Candy’s Boy.

 

Dario Migliorini

 

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