For What It’s Worth, Buffalo Springfield

Scritto e pubblicato da

Dario Migliorini

A dispetto del suo titolo riduttivo (la traduzione è “Per Quello Che Vale”), For What It’s Worth è una delle più celebri canzoni di protesta degli anni ’60. Pubblicata dalla prima band di Stephen Stills e Neil Young, i Buffalo Springfield, nell’album d’esordio del 1967 (che portava il nome della band), For What It’s Worth fu scritta l’anno prima da Stephen Stills a seguito degli scontri che si verificarono in novembre sul Sunset Strip di Hollywood tra i giovani di Los Angeles e le forze dell’ordine schierate in tenuta antisommossa. Stephen Stills aveva già in testa una canzone di protesta contro la guerra in Vietnam, ma gli eventi di Los Angeles lo sconvolsero al punto di fargli modificare il focus della canzone. For What It’s Worth, pur provenendo da un gruppo di giovani musicisti al loro primo disco, divenne così una canzone-simbolo della protesta giovanile di quegli anni, grazie alla sua bellezza e al suo profondo significato.

I FATTI CHE ISPIRARONO STEPHEN STILLS

A metà degli anni ’60 il Sunset Strip di Hollywood vide l’apertura di numerosi locali notturni, nei quali si suonava musica e si faceva rumore fino a tardi. Gli stessi Buffalo Springfield erano tra le band fisse nel programma del locale Whiskey A Go Go. Nei mesi successivi i residenti, nonché i negozianti e gli uomini d’affari che operavano nella zona, lamentarono gli eccessi di chiasso e disordine e indussero la Contea di Los Angeles a stabilire una serie di limitazioni alla movida notturna, tra cui l’introduzione di un coprifuoco. Per molti locali significava la chiusura. Fu proprio alla notizia della imminente chiusura di uno di essi, il Pandora’s Box, che i ragazzi delle high school e della gloriosa università UCLA, sostenuti da alcune radio locali, organizzarono una manifestazione di protesta davanti al Pandora’s Box, inscenandone il finto funerale. La polizia di Los Angeles si presentò all’appuntamento con elmetti e scudi di protezione e, alla prima occasione di frizione con i manifestanti, represse energicamente l’evento, fino a quel momento pacifico. Questi fatti ispirarono For What It’s Worth.

Un monumento scolpito in un quarto d’ora

Stephen Stills assistette a quei fatti quasi casualmente. Non sapeva della manifestazione, ma si stava solo recando in uno dei locali per sentire della buona musica. Rimase scioccato quando vide la fiumana di ragazzi protestare per strada e la polizia caricare i giovani con quella veemenza. Non partecipò attivamente alla manifestazione (nel corso della quale vennero invece arrestati, tra gli altri, Jack Nicholson e Peter Fonda), ma tornò a casa per scrivere una canzone su quello a cui aveva assistito. Prese la vecchia bozza di una canzone che stava scrivendo contro la guerra in Vietnam e su di essa costruì For What It’s Worth. Gli ci vollero solo quindici minuti, dichiarò in seguito. Solo quindici minuti per scrivere una delle maggiori canzoni di controcultura rock di tutti i tempi.

Un manifesto con un titolo minimalista

For What It’s Worth venne incisa dai Buffalo Springfield all’insaputa degli stessi produttori, che nel frattempo avevano lanciato il primo album della band. Una volta incisa, Stephen Stills si presentò a loro con il nastro della registrazione e disse: “Ho questa canzone, per quello che vale, se la volete…”. I produttori ne percepirono immediatamente la bellezza e la portata storica, così programmarono di lanciarla come singolo e di inserirla nella seconda edizione dello stesso album nella primavera del 1967. Gli stessi ritennero che il titolo “Stop! Hey, what’s that sound” fosse più d’impatto, ma Stephen Stills insistette perché il titolo rimanesse quello strano For What It’s Worth (Per Quello Che Vale), che peraltro non viene mai citato nel testo.

I figli dell’America

For What It’s Worth avrebbe dovuto dipingere il modo nefasto in cui l’America stava trattando i suoi figli in una guerra inutile e sanguinosa come quella del Vietnam. Invece virò verso l’amara considerazione di come l’America stava trattando i suoi figli nella repressione dei loro ideali e della loro gioventù. La canzone è composta di quattro strofe a quartina e un ritornello che si ripete forte e drammatico. Nella prima strofa c’è la sorpresa del narratore che arriva nel luogo dei disordini e vede fucili spianati, mentre qualcuno gli consiglia di stare attento. Nella seconda strofa c’è una prima presa di posizione. Quel “nessuno ha ragione se tutti hanno torto” implica l’inutilità della violenza, ma subito Stills prende una parte: non si può far resistenza a giovani che esprimono il loro pensiero. Nella terza strofa si torna a ciò che sta avvenendo: un migliaio di ragazzi sta pacificamente cantando il proprio dissenso ed esponendo cartelli di protesta. Ma anche alla fine di questa strofa, come delle altre, arriva quel brusco “Stop” e quel suono, uno sparo, che segna il netto confine tra la pace delle idee e la guerra delle armi. Infine l’ultima strofa, tagliente e disillusa: la paura e la conseguente paranoia arriva strisciante nella vita di ognuno. La paura instaurata nei giovani rischia di lasciare un segno indelebile in generazioni che invece devono credere negli ideali e sognare. “Supera il limite e quegli uomini arrivano e ti portano via”, recita il testo. Una strofa, questa, che diventa un pilastro essenziale in tutta la storia del rock. Qualcosa che tutti dovrebbero conoscere a memoria e di cui dovrebbero ricordare il profondo significato.

UN SOUND INCONFONDIBILE PER UNA CANZONE EPICA

Nonostante si tratti di uno dei loro primi brani, i Buffalo Springfield dimostrarono con For What It’s Worth una notevole finezza musicale, ricavando da un brano strutturalmente semplice, sorretto fondamentalmente da due accordi, una canzone dalla sonorità inconfondibile. Questo grazie ad alcuni arrangiamenti strumentali molto particolari. Sopra una base ritmica costante e senza stacchi da ballata blues-rock, la dinamica è garantita dal lavoro di quattro chitarre in tempi e modi diversi. Neil Young introdusse quello che forse è l’elemento più geniale dal punto di vista musicale: ogni quattro battute suona sugli armonici della chitarra. Un elemento che rimane come un metronomo dall’inizio alla fine della canzone, caratterizzandola come un marchio di fabbrica. Ad essa si aggiungono due chitarre acustiche. Quella di Richie Furay svolge l’accompagnamento ritmico, mentre quella di Stephen Stills introduce un riff blueseggiante, anch’esso molto distintivo. Infine Neil Young aggiunge dalla fine del secondo ritornello una chitarra elettrica carica di effetti che gioca su alcuni riff non particolarmente complessi, ma di grande effetto, donando al sound complessivo quella dose di dramma che un brano del genere deve possedere. Anche la componente vocale è ben costruita. Insieme alla voce bassa e potente di Stephen Stills si presentano cori e controcanti deliziosi, che nei ritornelli e nelle ultime due strofe danno dinamica e rafforzano quel messaggio di rifiuto di ciò che è successo in quel viale di Los Angeles, condizionando un’intera generazione di giovani.

Curiosità

La portata storica di una canzone di protesta come For What It’s Worth è testimoniata da diversi aspetti. La canzone è entrata in ogni elenco tra le canzoni più rivoluzionarie del rock ed è stata voluta da diversi registi nelle colonne sonore di grandi film (da Lord Of War a Forrest Gump). Inoltre For What It’s Worth è stata riprodotta in un numero indefinito di versioni cover. Ma forse, singolarmente, la miglior cover l’ha realizzata il suo stesso autore, Stephen Stills, nell’indimenticabile versione che compare nel live 4 Way Street di Crosby, Stills, Nash & Young. Infatti, in coda al brano 49 Bye Byes, compare con il nome di America’s Children, proprio For What It’s Worth. In quell’occasione Stephen Stills, solo sul palco al pianoforte, arringò la folla ad alzarsi e a battere le mani per accompagnarlo in un canto rabbioso che, ancor più dell’originale, esprimeva quel senso di rivoluzione rimasto alto, nonostante le disillusioni del post ‘68.

 

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For What It’s Worth, Buffalo Springfield

Scritto da Dario Migliorini

Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome
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Apr 26, 2021

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