Nel corso della sua lunga carriera live Bruce Springsteen ha spesso introdotto le sue canzoni dal vivo con monologhi che a volte spiegavano il senso della canzone che stava per eseguire, ma più spesso raccontavano aneddoti della sua vita. Alcuni di questi – tre in particolare su Growin’ Up, The River e War – compaiono sulla prima e più corposa pubblicazione dal vivo, il Live 1975/85, che riassume i primi dieci anni di carriera live di Springsteen. Il monologo che Bruce ha pronunciato nel corso di Growin’ Up al concerto di West Hollywood del 7 luglio 1978 è perfettamente in linea con il significato della canzone, che parla della ribellione di un giovane ragazzo che con il blues contava di uscire dalla gabbia in cui le istituzioni (a cominciare da quella familiare) tentavano di rinchiuderlo. Lo speech ricorda proprio i momenti in cui Bruce ambiva a diventare un rocker, ma veniva controllato dai genitori, che desideravano per lui ben altri traguardi. In comune con quello prima di The River, molto più drammatico, questo monologo ha le continue discussioni con il padre, tema ricorrente anche in tante sue canzoni. Ecco qui di seguito la traduzione di quel monologo.

Il monologo

“Penso, non ne sono sicuro, ma credo che mia madre, mio padre e mia sorella siano di nuovo qui stasera. Ehi, ragazzi là fuori, sono lì? Per sei anni, mi hanno seguito in giro per la California, cercando di farmi tornare a casa. ‘Hey mamma, lascia perdere, eh! Dacci un taglio!’ Loro sono ancora… non lo so… sono là fuori da qualche parte. Ma, sapete… stanno ancora cercando di farmi tornare al college. Ogni volta che entro in casa… ‘Sai, non è troppo tardi, puoi ancora tornare al college’, mi dicono. E io dico: ‘Va bene, va bene, mamma’. Ma è divertente perché, quando stavo crescendo, c’erano due cose impopolari in casa mia. Una ero io… e l’altra era la mia chitarra. E mio padre si sedeva in cucina. E avevamo questa grata, e tipo… il calore doveva passare, solo che non era collegato a nessun condotto di riscaldamento. Era aperta, fino alla cucina. E c’era una stufa a gas proprio sotto. E quando iniziavo a suonare, lui accendeva i getti del gas e cercava di cacciarmi fuori dalla mia stanza con il fumo. Di solito finivo sul tetto o qualcosa del genere. E lui si riferiva sempre a questa chitarra, sapete, mai con ‘chitarra Fender’ o ‘chitarra Gibson’, era sempre la ‘dannata chitarra’, sapete. Ogni volta che infilava la testa oltre la mia porta, sentivo solo questo: ‘Abbassa quella dannata chitarra.’ Sapete, lui cercava di farmi diventare un avvocato. Ed è stato divertente perché ebbi un incidente in moto quando avevo 17 anni. Questo tizio mi era venuto addosso e mi aveva urlato contro per aver rovinato la sua Cadillac. E così avemmo una causa, una causa legale. E mio padre mi portò da un avvocato in città. ‘Oh, amico, devo difendere questo qui?’ Il mio aspetto era esattamente come quello che ho proprio adesso. E… tipo… ricordo, stavamo andando in tribunale il giorno della causa. E, voglio dire, io avevo ragione. Ero stata colpito e la mia gamba era messa male. E ricordo che il mio avvocato mi disse: ‘Se fossi il giudice, ti dichiarerei colpevole!’ Sapete? Non so per cosa, solo per il fatto di essere lì, credo, sapete. Comunque, mio padre diceva sempre ‘Sai, dovresti essere un avvocato. Capisci, ti crei qualcosina per te stesso.’ Sapete… mia madre diceva sempre: ‘No, no, no, no. Dovrebbe essere, dovrebbe essere un autore. Dovrebbe scrivere libri. Dovresti… È una bella vita, puoi avere qualcosina per te stesso.’ Beh, quello che non capivano era che io volevo tutto. E così voi, ragazzi, qualcuno di voi voleva un avvocato e qualcuno altro un autore. Beh, stasera dovrete accontentarvi del rock’n’roll.”

Frank e la Coupe DeVille

Indovina che lavoro fa Frank Joyce, il protagonista del mio romanzo Coupe DeVille, fortemente ispirato alle canzoni di Bruce Springsteen? Lo scrittore. In realtà prova anche lui, come Bruce, a fare il musicista, ma non ce la fa. Non ha il talento e la grinta di Bruce. Così diventa uno scrittore. E sai chi, fin da quando era ragazzo, lo aveva spronato a provare la strada della scrittura, seppur per tanto tempo invano? Sua madre! Questo ti fa capire quanto i testi di Bruce, ma persino la sua vita, mi siano stati di ispirazione per la stesura del mio romanzo. Anzi, proprio questo monologo, in cui Bruce racconta l’aspirazione di sua madre perché lui facesse lo scrittore, mi ha acceso la lampadina perché il mio Frank Joyce fosse una sorta di alter ego di Bruce. Hai già letto Coupe DeVille? Qui trovi tutte le info (sinossi, recensioni e piattaforma di acquisto).

 

Leggi anche: il monologo prima di The River 1985

 

Dario Migliorini

 

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