Sono ormai più di dieci anni che se ne parla pubblicamente. Il disturbo mentale di Bruce Springsteen, lungi dall’essere una nebulosa che accompagna il gossip su una celebre rockstar, è un fattore concreto di cui lo stesso Springsteen ha parlato apertamente, mettendosi a nudo come poche altre star hanno saputo fare. Il disturbo mentale di Bruce Springsteen, come tutte le malattie che riguardano la psiche, è tutt’altro che banale e facile da inquadrare. Soprattutto è molto complesso e non è per nulla semplificabile con il termine di depressione, del quale forse spesso abusiamo. Nell’informarmi sul web, tra i tanti articoli in cui mi sono imbattuto, quello del 23 luglio 2012, pubblicato sul New Yorker, intitolato We Are Alive e firmato da David Remnick mi è sembrato che più di altri inquadrasse il disturbo mentale di Bruce Springsteen, scavando anche nelle sue radici familiari.
Un dramma antico
Remnick nel suo articolo sul New Yorker sostiene che nei primi anni 1980, Bruce Springsteen era così depresso che ha contemplato il suicidio. Springsteen era rimasto ossessionato dal suo passato, che in primo luogo aveva significato crescere in presenza e sotto il controllo di un padre depressivo, forse affetto da bipolarismo. Il padre di Bruce, Douglas Springsteen, era un uomo che si auto-isolava. Il momento zero dei suoi problemi si presume fosse rappresentato dall’aver sofferto la perdita di una sorella, Virginia, nella sua infanzia, lasciando cicatrici permanenti nella sua psiche. Doug, poi morto nel 1998 a causa di un cancro, venne descritto come un uomo che viveva momenti di paurosa collera, che spesso ribaltava sul suo figlio maschio Bruce. Un furore acuito anche dalla non condivisione delle scelte di vita di Bruce. I sintomi di malessere psichico dello stesso Bruce emersero, secondo il biografo di Springsteen Dave Marsh, proprio mentre stava completando l’album Nebraska, quindi tra il 1981 e il 1982. “La depressione non era scioccante, di per sé. Era su un razzo, dal nulla a qualcosa di importante. Potresti iniziare ad avere dei conflitti interiori sulla tua vera autostima,” ha dichiarato Marsh.
La situazione si aggrava
Ma ciò che è stato scioccante è stato quanto sia diventata grave la depressione di Springsteen, raggiungendo il punto di andare fuori controllo durante un viaggio attraverso il paese. Marsh sostiene che Bruce arrivò a un punto così basso da aspirare al suicidio. Se così si capirebbero alcuni testi di quel periodo, una su tutti la sempre più probabilmente autobiografica Dancing In The Dark, e il riferimento in quella canzone a una pistola a noleggio potrebbe davvero essere ben più di un riferimento solo metaforico. Dopo essere tornato nel New Jersey per iniziare un altro tour, la depressione di Springsteen persistette. Fu in quel periodo che capì di dover iniziare a curarsi, così iniziò a frequentare uno psicoterapeuta.
La cura della musica
Il trattamento terapeutico puntava ad elaborare e risolvere le sue ferite passate. A un concerto anni dopo, quando Springsteen introdusse la sua canzone My Father’s House, ricordò ciò che il terapeuta gli aveva detto su quei viaggi notturni: “Il dottore mi disse che con quella canzone tentavo di tornare indietro, sapendo che qualcosa di brutto era successo. In quel modo speravo di recuperare quelle cose, girandole per il verso giusto. Qualcosa era andato storto e continuavo a tornare indietro per vedere se fosse possibile risolvere il problema. Così mi sono seduto e mi sono detto, ‘Questo è quello che sto facendo.’ E lui disse, ‘Beh, non funziona così.'” Springsteen attribuisce anche alla malattia la sua costante necessità di comporre musica e scrivere testi, oltre alla pianificazione di tour e concerti senza sosta. Sul palco riusciva a liberarsi dalle profondità della disperazione. “Sei libero da te stesso per quelle ore; tutte le voci nella tua testa sono sparite. Tu stesso sparisci. Non c’è spazio per loro in quel momento. C’è una voce, la voce con cui parli.”
Leggi qui l’articolo We Are Alive (in inglese)
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Ottimo, e come sempre, circostanziato articolo. Ma della situazione attuale che sappiamo ? Si è finalmente liberato dei demoni interiori ? Non sarà dovuto anche alla loro presenza, le caratteristiche dell’ ultimo Tour, dove, pur non risparmiandosi, si è poco interfacciato con noi fans, come invece in tutti i precedenti tour. Passava da un brano all’ altro in maniera quasi ossessiva, come se avesse fretta di terminare la Serata e per giunta con la scaletta, quasi bloccata. Naturalmente questa mia, vuol essere solo una piccola provocazione e magari stimolare un’ altra chiave di lettura, oltre a quelle già state date su quest ultimo tour.
Abbracci
Giuseppe C.
Caro Beppe, ovviamente non posso spingermi a prevedere come si stia evolvendo la cura di Bruce, sia in merito alla ulcera peptica, sia più in generale per il suo disturbo mentale. Sicuramente nell’ultima tournée Bruce ha modificato il suo modo di presentare il suo spettacolo e indubbiamente la scaletta più bloccata e una più ferrea pianificazione dello show e di ciò che Bruce commenta durante il concerto non ci sono sfuggiti. Questo fatto, a mio parere, dipende in parte dalla volontà di Bruce di concentrare il messaggio su alcuni elementi chiave, in particolare sul trascorrere del tempo e sull’argomento morte, così ingombrante ma anche così umano. In parte sostengo decisamente che Bruce sia molto condizionato dall’età, ma ancora di più proprio dai suoi disturbi che oggi gli consentono di fare ancora tre ore di concerto con grande energia e grinta, ma su un solco ben tracciato e non deviabile. Nel complesso resto comunque incantato dalla sua forza d’animo, a maggior ragione nella consapevolezza della battaglia che sta combattendo dentro se stesso da ormai 40 anni. A presto