Spesso ci chiediamo se esistano elementi per riconoscere la musica di qualità. La questione riguarda specificatamente la musica popolare, di norma considerata tecnicamente inferiore alla musica classica. In particolare, ci chiediamo se esistano dei parametri oggettivi che elevano determinata musica a un rango superiore. Una domanda a cui difficilmente riusciamo a dare una risposta univoca. Esistono certamente una serie di elementi che aiutano ad attribuire un valore intrinseco più elevato a certa musica rispetto ad altra. Sono elementi oggettivi, ma di difficile misurazione e pertanto non quantificabili in un risultato certo. Di conseguenza, ci rifugiamo spesso in una conclusione: il valore della musica è soggettivo. Attribuiamo maggiore valore alla musica che sa generare in noi le emozioni più forti.
La musica di qualità è nelle emozioni
È una conclusione certamente plausibile e non fuorviante. In effetti l’ascolto della musica, così come l’ammirazione di ogni forma d’arte, genera emozioni. La loro intensità dipende certamente anche da una dimensione soggettiva. Un esempio banale: chi cerca nella musica un piacevole sottofondo melodico o un’occasione di danza sfrenata difficilmente potrà emozionarsi ascoltando Bob Dylan. Parimenti, chi prova emozione nell’ascolto di un virtuosismo, tipicamente di un assolo di chitarra, non proverà alcuna emozione ascoltando uno scanzonato tormentone estivo. Eppure, l’aspetto delle emozioni generate dalla musica, benché molto importante, non esclude l’incidenza di elementi oggettivi. Elementi che possono aiutarci a individuare la musica di qualità. Elementi che a volte, anche inconsapevolmente, sono l’origine stessa delle nostre emozioni.
I parametri oggettivi
Esistono parametri oggettivi che, benché non quantificabili, ci possono aiutare a elevare certa musica sopra l’ordinario e ad attribuirle una qualità maggiore? Provo a elencarne alcuni che, singolarmente o in abbinata ad altri, influenzano la qualità della musica.
- La complessità degli arrangiamenti musicali
- La significatività del testo
- La presenza di virtuosismi strumentali
- La prestazione vocale
- L’originalità e la sperimentazione
- La rilevanza storica
- L’intensità emotiva e musicale dell’esibizione live
Questi elementi ci possono aiutare ad attribuire un valore diverso alla musica. Non sono certamente quantificabili, o almeno lo sono solo in parte. Una bella voce o un grande assolo di chitarra danno certamente valore a una canzone. Ma, intanto, stabilire se la voce di un cantante o un assolo di chitarra siano migliori di altri non è certamente oggettivabile. Così come non sono di per sé elementi certi o univoci di qualità. Non è pensabile di catalogare oggettivamente la qualità di un virtuosismo musicale o vocale. Gli assoli di Ritchie Blackmore e la voce di Freddy Mercury sono universalmente considerati belli. Non per questo le canzoni dei Deep Purple e dei Queen sono tutte inequivocabilmente belle o lo sono allo stesso modo. Del resto ci sono casi, e torno all’esempio di Bob Dylan, in cui la voce non è canonicamente bella, ma è così espressiva, singolare e caratterizzante che la percepiamo come perfettamente adatta al quella musica. Non ci sono nemmeno grandi virtuosismi nella musica di Dylan. Eppure, la rilevanza storica e culturale dei suoi testi rende molte sue canzoni oggettivamente immense (classico esempio: Like A Rolling Stone).
Complessità e sperimentazione
C’è chi, per fare un altro esempio, ritiene migliore il rock progressivo o alternativo rispetto al cosiddetto rock classico. Il motivo: c’è sperimentazione e originalità a livello di arrangiamenti musicali. Altre volte certa musica è percepita di maggior valore perché rientrante in una fase storica e culturale molto significativa. Le canzoni dei primi Beatles, benché a volte di non particolare qualità musicale o lirica, sono considerate universalmente tra le migliori di sempre. Lo sono per quello che hanno rappresentato in quel momento di rivoluzione di musica e costumi. Un altro esempio: il punk rock ha tolto ogni forma di virtuosismo musicale. L’assolo di chitarra, che in precedenza era ritenuto uno dei momenti più elevati di una canzone, venne derubricato dal punk a elemento non influente. Clash e soci riportarono la musica alla sua essenza, al suo scheletro musicale. Una sorta di contro-rivoluzione artistica. Tant’è, sarebbe fuorviante pensare al punk come a musica di qualità inferiore. Specie rispetto all’heavy metal, che al contrario ha sempre fatto del virtuosismo chitarristico uno dei suoi cardini.
L’esigenza artistica
Al termine di tutto questo ragionamento è alta la tentazione di lasciare tutto a un approccio puramente soggettivo. Eppure, il mio essere cultore di musica, scrittore e (scarso) musicista, mi porta verso un’idea più strutturata. Che, però, ha anche una sintesi: è di maggior valore la musica frutto di un’esigenza artistica. Ecco, l’esigenza artistica. È un elemento forse non immediato, ma determinante. Componi testi che vogliono scavare nella natura umana e nella convivenza sociale? Entri in studio di registrazione con l’obiettivo, quasi il bisogno, di esprimere qualcosa di alto, di profondo? Beh, allora stai scrivendo/incidendo qualcosa di rilevante. Non tutti lo sanno fare allo stesso livello di profondità e di qualità, ma resta il fatto che quello che stai proponendo ha un’anima viva. Sul versante opposto c’è chi entra in studio o, ancora prima, si trova a tavolino con dominanti produttori discografici, per creare un prodotto musicale. In quel caso, a mio parere, è quasi certo che ne scaturirà musica di minore qualità.
L’orecchio (e il cervello) vogliono cose facili
Il motivo è presto detto: l’ascoltatore che vive la musica come puro mezzo di intrattenimento non ricerca profondità di suoni e significati. Anzi, ne è addirittura infastidito. A volte proprio non li capisce, altre volte non ha nessuna intenzione di approfondirli. Quante volte ci hanno detto: “Bob Dylan mi fa schifo con quella voce?” Oppure: “Che rumore assurdo fa quella chitarra?” Meglio le cose superficiali e immediate all’ascolto. Meglio che tutto sia riconducibile a qualcosa di già sentito, facile da ricordare. Meglio qualcosa con una semplice ma impattante ritmica che faccia ballare. I produttori discografici sono ben consapevoli di questo. Se vogliono vendere alle masse, studiano motivi semplici nella musica e nei testi. Poi puntano ai grandi ascolti, investendo enormi capitali nel marketing musicale (promozione, passaggi in radio, presenza televisiva, distribuzione sulle piattaforme online). Chi ascolta musica di profilo più elevato, invece, cerca spesso il significato che lo accresce culturalmente, l’arrangiamento musicale o il virtuosismo che gli dà la sensazione di ascoltare qualcosa di raro. Quando questa sensazione raggiunge l’anima, l’emozione va alle stelle. Ecco perché ritengo che l’emozione che proviamo è spesso legata a quei parametri di qualità. Molti non sono musicisti, né persone tecnicamente preparate sulla musica. Eppure, sentono vibrare l’anima ascoltando certa musica. Non sanno spiegarne il motivo, lo sentono e basta! È l’arte che sa volare alto, è l’arte che sa scavare nel torbido.
La controcultura rock
Chi ama il rock sa benissimo queste cose. Su cosa si fonda la musica rock? Il rock è nato nell’idea dell’improvvisazione, nella liberazione dagli schemi rigidi e preconfezionati della musica precedente. Il rock è stato rivoluzione culturale, in primis. Forse la più importante rivoluzione culturale della storia. In ambito musicale ciò si è tradotto in una svolta drastica. La musica popolare non doveva essere più soltanto la bella melodia su giri armonici standard. Non più solamente abbinata a un bel canto e a un’esecuzione pulita, ordinata, eseguita secondo partitura, senza possibilità di improvvisazione. Non a caso nel rock diventa fondamentale la performance dal vivo. L’esecuzione live di una canzone non sarà mai uguale alla precedente. Il cantante cercherà linee di canto differenti, i musicisti solisti interpreteranno gli assoli in modo diverso. A volte si forzerà addirittura il suono verso limiti che sfiorano la stonatura, a disturbare l’orecchio dei tanti che cercano solo il piacere dell’udito.
La musica “in provetta”
Un approccio ben diverso è quello della musica prettamente commerciale, che erroneamente definiamo pop. Nel tempo la musica commerciale non ha solo accantonato la musica dal vivo, privilegiando la “fabbricazione del prodotto musicale” in studio. Addirittura, specie in televisione ma anche dal vivo, ha sublimato il concetto con le tecniche del playback e dei suoni pre-registrati. Pratiche orrende che, per evitare la stonatura o il suono inatteso che offendono l’orecchio più fragile ed educato, sono divenute la sintesi estrema della musica “in provetta”.
Tutti vogliono vendere: ma un prodotto o arte?
Intendiamoci: tutti vogliono vendere musica (prima dischi, oggi ascolti sulle piattaforme online). Ma c’è chi costruisce musica “industriale”, standard, perché sa che le masse ascolteranno quel prodotto facile, indifferenziato, fabbricato in serie. C’è chi, invece, costruisce musica “da artigiano”. Entra in studio, intagliando musica come un falegname. Ogni opera sarà diversa, avrà un significato autonomo, intrinsecamente profondo e spesso molto personale. Questo artigiano vuole vendere? Certo che sì (e per fortuna ci sono ancora artigiani musicali che riescono a vendere su larghissima scala). Ma quel magico momento in cui compone e scrive musica nasce dall’esigenza di esprimere la propria arte, prima ancora di incontrare il favore del pur auspicato acquirente/ascoltatore. Ecco, teniamo ben presente queste dicotomie: industriale/artigiano, acquirente/ascoltatore, superficialita/profondità. Ne aggiungo un’altra: orecchio/anima. La musica “in provetta” si ferma all’orecchio, la musica “artigiana” scende nell’anima, fino alle budella. Esiste una sola Point Blank di Springsteen perché scende fino a giù, in fondo all’anima, mentre di Despacito o Mambo N.5 ne troviamo tante, in serie. Le ricordiamo perché, a furia di sentirle forzatamente ovunque, continuano a girarci nell’orecchio. Ma lì si fermano.
Sfatiamo luoghi comuni
Benché il rock, almeno un certo rock, per i motivi sopra citati sia l’emblema dell’approccio dell’esigenza artistica, è giusto sfatare qualche luogo comune.
- Non è vero che il pop, inteso come musica più melodica e pulita rispetto al rock, sia irrimediabilmente di rango inferiore al rock stesso. Un esempio: Elton John è un cantautore dall’approccio pop. Musica patinata, suoni puliti. Eppure, tanti dei suoi lavori sono di notevole qualità. Il motivo? Elton John è (quasi) sempre entrato nello studio di registrazione sentendo un’esigenza artistica. Così ha curato attentamente arrangiamenti musicali e testi, uscendo dallo stereotipo e dalla banalità. Lo stesso ha fatto Sting da solista, dopo il primo periodo post punk dei Police. Lo stesso hanno fatto David Bowie e Bruce Springsteen, quando dagli anni ’80 hanno sposato suoni più sintetizzati e un rock più patinato.
- Non è vero che la canzone d’amore sia inevitabilmente inferiore alla canzone più impegnata. Ci sono canzoni d’amore di un’intensità tale da essere veri e propri capolavori. Rimmel di Francesco De Gregori è un capolavoro. Lo è Angie dei Rolling Stones, lo è Because The Night dell’accoppiata Springsteen/Smith. Solo per fare alcuni esempi.
- In ogni genere musicale c’è musica di maggiore o minore qualità. Non sono un cultore della musica giovanile attuale, in particolare di trash, rap, trap ecc.. Ma sono convinto che anche in quei generi ci sia qualche isola che emerge in un mare di qualunquismo. Nel rap, per esempio, ho la netta sensazione che alcuni autori sappiano esprimere testi che non siano semplicemente una forzata ricerca di rime e di ritornelli facili. Anche l’attenzione ai dettagli musicali non si ferma sempre all’ordinarietà di arrangiamenti e giri armonici standard.
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