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Independence Day, Bruce Springsteen

Aggiornato il 8 Lug, 2021 | Words and Music |
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Se sul lato musicale è una bellissima ballata dalla ritmica lenta e dalla melodia colma di dolce tristezza, dal punto di vista lirico Independence Day, quinta traccia dell’album The River, è uno dei testi più belli che Bruce Springsteen abbia scritto. Difficilmente il momento dell’addio tra un padre e un figlio in pieno scontro caratteriale e generazionale poteva essere messo meglio in versi come avviene in Independence Day. Dopo Adam Raised a Cain, nella quale quello scontro è in pieno svolgimento, e Factory, nella quale il figlio prende atto della durezza della vita del suo vecchio provando insieme amore e desolazione, arriva Independence Day a scrivere la parola “fine” sulla convivenza tra i due. Tutto questo succede il 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza americana. Non ci sono fanfare che suonano a festa, ma solo un organo che spreme il cuore e un sassofono che piange per quella separazione. Senza più risse, un atto inevitabile.

IL RIFIUTO DELLA PREDESTINAZIONE

Independence Day (leggi la traduzione qui) è impostata come un monologo del figlio che parla al padre tra le pareti della loro casa. Considerando anche ciò che emerso dai racconti dello stesso Springsteen, sembra di vederli i due uomini, nel buio di un tinello di una casa semplice, occupata da una comune famiglia proletaria. È ormai sera, l’ora di andare a letto. Tutto è deciso: il figlio se ne andrà dal padre e dalla sua casa la mattina seguente. Il padre ascolta in silenzio, distrutto e disilluso, ferito dai propri fallimenti come padre e come uomo. Il figlio incoraggia il suo vecchio ad andare a letto, perché ritiene inutile spendere ulteriori parole in un dialogo nel quale nessuno sembra volere rivedere le proprie posizioni. Ma poi il ragazzo trova la forza di esprimere quello che sente, in primis il rifiuto di finire nel giogo che ha distrutto suo padre: un lavoro alienante, una vita con poche soddisfazioni, un figlio ribelle.

Un atto d’accusa

Se la situazione che si è creata è frutto dell’incapacità di dialogo dei due protagonisti e, in particolare, la chiusura del padre verso l’idea che il figlio possa cercare strade diverse, in Independence Day compare anche un j’accuse molto diretto verso la società americana, che sfrutta il lavoro senza dare dignità e benessere a chi presta la propria opera. I versi “anche il buio di questa città ci possiede, ma adesso non possono toccarmi e ora tu non puoi toccarmi, non faranno a me quello che li ho visti fare a te” sono durissimi, ma molto significativi: per il figlio c’è un sistema economico e sociale che annienta le persone. Ha annientato anche suo padre, ma lui rifiuta di entrare in quel tritacarne. È ancora più doloroso prendere atto che quello stesso sistema, nel catturarti, ti rende suo complice: infatti il figlio avverte il padre che non solo quelle forze negative non lo potranno abbattere, ma anche che il padre stesso non potrà aiutarli in quel proposito.

Una casa troppo stretta

Gli Springsteen, da quello che emerge nelle (auto)biografie, non hanno mai vissuto in case minuscole, ma nelle classiche case di provincia americane, tutto sommato con spazi sufficienti ad accogliere dignitosamente l’intera famiglia. Eppure la difficile convivenza tra il padre e il figlio ha reso quelle pareti molto più incombenti e trasformato quella casa in uno spazio troppo angusto per ospitare entrambi: le pareti semplicemente si stringevano a causa della loro guerra domestica. In realtà, canta Springsteen, loro erano troppo simili. Entrambi alla ricerca di una soluzione che non arrivava perché il loro carattere coriaceo e cocciuto non consentiva di trovare il punto di incontro.

L’addio nel giorno di festa

E allora il figlio decide di andarsene. Non lo fa in giorno qualsiasi, ma nel Giorno dell’Indipendenza. Quando normalmente le famiglie si riuniscono per fare festa, la loro si divide. L’addio, però, non è brusco. Non c’è l’animosità di Adam Raised A Cain, il figlio non sta più sotto la pioggia nel vialetto davanti a casa con il rancore nell’animo. Adesso i due sono intorno a un tavolo la sera tardi e l’invito del figlio al padre di andare a letto è nello stesso tempo dolce e doloroso. È doloroso perché il giovane comunica la decisione di partire il giorno dopo, ma è dolce perché quel “papà, va a letto ora, si sta facendo tardi” mostra quell’amore verso il padre a lungo represso dalle incomprensioni. È anche un’inversione di ciò che avviene normalmente: non è più il padre che intima al figlio di andare a letto, ma è il giovane a chiedere al genitore di farlo, come se il salutarsi alla fine di una giornata rappresenti in metafora la loro separazione definitiva.

Una città irriconoscibile

Il valore di Independence Day sta anche in un altro aspetto. La crisi nel rapporto tra il padre e il figlio non è avulsa da ciò che succede intorno. Fuori da quella casa c’è un piccolo angolo di mondo che va a rotoli. Il figlio non vuole andarsene solo da quella casa, ma anche da quella città nella quale non trova sbocchi, né li intravede, salvo essere risucchiato nel gorgo in cui è finito suo padre. Ma lo stesso Douglas, oltre a provare delusione verso il figlio e verso se stesso, è anche indurito dalla presa di coscienza che nulla è più come l’aveva conosciuto e desiderato, compresa una cittadina che si spopola e perde la sua identità. Questa vicenda si incasella in un quadro di desolazione. Ci sono le difficoltà economiche (i locali che chiudono), i cambiamenti demografici (la gente che se ne va e altra gente, molto diversa, che arriva) e culturali (“presto tutto quello che abbiamo conosciuto verrà spazzato via”).

La soluzione del conflitto generazionale

Potrebbe risultare di primo acchito che lo scontro tra le due opposte generazioni si risolva solo con l’addio definitivo tra i due contendenti. Ma gli ultimi versi di Independence Day, splendidi al punto da rappresentare una colonna portante dell’intera discografia springsteeniana, introducono un altro importante passaggio: nel dire addio al padre il figlio capisce proprio all’ultimo quello che il genitore voleva per loro. “Papà, adesso capisco le cose che volevi ma non sapevi dire… giuro che non ho mai avuto intenzione di portarti via quelle cose”. Questi versi fondamentali dicono qualcosa di grandioso: il figlio riconosce al padre il merito di aver provato a costruire qualcosa. Non è riuscito a farlo, anche per l’incapacità di spiegare le sue intenzioni, ma la volontà di donare qualcosa alla sua famiglia non è mancata. E nello stesso tempo il figlio svela che la sua ribellione non aveva come fine la distruzione di quei valori, ma semplicemente la necessità forte e inevitabile di andare oltre, per cercare la propria strada. Un addio che mette i brividi per la sua grandezza emotiva.

UNA SLOW BALLAD CHE TRAFIGGE IL CUORE

Independence Day è una ballata dalla melodia semplice e malinconica, nonostante non preveda nella sua partitura accordi minori. Sono gli arrangiamenti strumentali, insieme al testo, a rendere il senso di avvilimento che domina nella canzone. Partono solo la chitarra acustica in arpeggio e un organo dal suono così dolce e sottile da assomigliare a un flauto. Con esso Danny Federici disegna il tema principale. Springsteen decide di cantare in solitudine la canzone, non solo per tenere i toni più bassi e dimessi, ma soprattutto perché quello che canta è un messaggio intimo al padre: qualsiasi coro sarebbe stato superfluo. Mentre il figlio imposta il suo monologo, la strumentazione entra strofa dopo strofa. Il pianoforte di Roy Bittan ricama riff di pianoforte che rispondono al canto, mentre batteria e basso hanno il solo compito di accompagnare lentamente e senza sussulti una ritmica volutamente trascinata. E poi… e poi c’è Clarence Clemons, che estrae dal cilindro un assolo di sax che sembra rappresentare perfettamente in note quell’addio. Un assolo struggente e potente al tempo stesso. Una melodia triste e drammatica che potrebbe non finire mai e invece termina in modo soffuso, mentre il vecchio Doug sparisce dalla vista del figlio e si infila nella sua camera da letto.

Curiosità

Seppur incisa nel 1980 per The River, Independence Day fu scritta nel 1977 per rientrare nella tracklist di Darkness On The Edge Of Town, al punto che esistono del brano diverse versioni dal vivo, prima ancora che venisse inciso in studio. Ma Independence Day non rientrò in Darkness, probabilmente perché nel disco erano già presenti due canzoni sul tema dei rapporti col padre. L’esclusione non fu certo dettata a Springsteen dalla valutazione dello spessore del brano, tanto è vero che sarà lo stesso Bruce a parlare di Independence Day come di uno dei brani che rappresentano l’anima e il cuore di The River, insieme alla title track, a Point Blank e a Stolen Car.

 

Dario Migliorini

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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