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It’s Hard To Be A Saint In The City, Bruce Springsteen

Aggiornato il 19 Ago, 2021 | Words and Music |
It's Hard To Be A Saint In The City

It’s Hard To Be A Saint In The City è una delle canzoni che Bruce Springsteen portò all’audizione del maggio 1972 davanti al celebre talent scout della CBS, John Hammond, e poi rientrarono nel primo album, Greetings Form Asbury Park, New Jersey. Fu proprio It’s Hard To Be A Saint In The City a impressionare Hammond, che riteneva di aver scoperto il nuovo Bob Dylan, un decennio dopo aver scoperto lo stesso Dylan. Quella registrazione, solo chitarra acustica e voce, comparirà su Tracks (raccolta del 1998), mentre sul disco finì una versione full band, suonata dall’embrione della E Street Band (insieme a Springsteen, suonano David Sancious, Garry Tallent e Vini Lopez). It’s Hard To Be A Saint In The City è una pietra miliare della discografia del primo Springsteen. Allora in tanti si riferirono a questa canzone nell’indicare Bruce come astro nascente nel panorama della musica popolare americana.

IL SIGNIFICATO DELLA CANZONE

Con It’s Hard To Be A Saint In The City Springsteen inaugurò il filone dell’epopea (sub)urbana a cui appartengono anche Kitty’s Back, Incident On 57th Street, New York City Serenade e, in ultimo, Jungleland. Nei primi anni ’70 Springsteen iniziò a frequentare New York perché riuscì a ottenere i primi ingaggi nei leggendari locali della metropoli (il Cafe Wha e altri locali del Greenwich Village e della bassa Manhattan). Inoltre era impegnato nelle audizioni e nelle prime sessioni di registrazione. Allora Springsteen, che viaggiava prevalentemente con i mezzi pubblici, prese ad appuntarsi tutto ciò che osservava e sviluppò una “scrittura visiva” impressionante. Nacquero così alcune canzoni di Greetings Form Asbury Park, New Jersey, tra cui proprio It’s Hard To Be A Saint In The City. La narrazione è in prima persona: Bruce si immedesima in uno dei suoi primi splendidi personaggi dei bassifondi: “il principe dei poveri incoronato a un festino di mendicanti”.

I “film in musica” di Springsteen

Springsteen eccelle, tra le altre cose, per la sua capacità descrittiva (leggi la traduzione). I suoi testi catturano immagini e le restituiscono in parole e musica. It’s Hard To Be A Saint In The City è ricca di queste sequenze in movimento. Una sorta di cortometraggio filmato, nel quale il protagonista prova ad assumere un ruolo dominante nel mondo degli emarginati: una sorta di primo degli ultimi con due destini alternativi, soccombere o rimanere nell’anonimato. Un ragazzo che, pur nelle ristrettezze di un rione cittadino, ha sperimentato un momento d’oro, nel quale era “il re del vicolo” a cui si dovevano rispetto e ammirazione. Lui si vede come un Marlon Brando o un Casanova, di cui probabilmente non è mai stato nemmeno la brutta copia. Del resto, non ha nulla da perdere. Quando la fortuna gira la faccia dall’altra parte, non gli resta che tornare in superficie e tentare di sopravvivere. La scena in cui il protagonista prova a uscire dalla metropolitana, venendo ricacciato sotto dalla folla e rischiando l’asfissia, è talmente reale che sembra di viverla in diretta. Anche l’arrangiamento musicale aiuta a sentire la tensione del momento.

Gesù e il Diavolo

Il titolo della canzone, It’s Hard To Be A Saint In The City, lascia già intuire qualcosa: come è possibile rimanere nel giusto se si proviene dai bassifondi e si vuole emergere? Come non cadere nella tentazione dei soldi facili e nel richiamo di una malavita che ti può far uscire dalle fogne? Springsteen eccelle nella descrizione del flebile confine tra il bene e il male tramite il tentativo del Diavolo di mascherarsi da Gesù, nascosto nel vapore che sale dal mondo sotterraneo. Sembra di vedere quel momento: nel buio di un vicolo e nel fosco dei fumi della città sommersa, un uomo compare dalle tenebre con le sembianze di Gesù ma, in realtà, è il Diavolo in persona. Ecco il confine tra il bene e il male, spesso labile e ingannevole.

UN BLUES-ROCK DALL’UNDERWORLD

Nonostante non si discosti dal sound prevalentemente acustico del resto dell’album, It’s Hard To Be A Saint In The City ha un timbro blues rock più energico che emergerà in tutta la sua potenza nelle versioni dal vivo degli anni successivi. Sono solo quattro gli elementi impegnati e ognuno di essi svolge un lavoro sorprendente. Mad Dog Lopez alla batteria ci ricorda il jazz con velocissimi giochi cassa/rullante e leggeri tocchi sui piatti. Garry Tallent fa le prove da grande bassista. Springsteen gira sulle corde della chitarra acustica come un esperto bluesman. David Sancious conferma di essere un musicista talentuoso, forse il più eclettico della storia della E Street Band. Se tutta la canzone è degna di nota, il finale è eclatante e perfettamente in linea con il significato della canzone. Mentre i volumi sfumano, il giro di accordi si insegue giro dopo giro, il ritmo accelera, il pianoforte disegna un tema misterioso e la chitarra entra a generare tensione. Negli anni successivi arriveranno le travolgenti versioni dal vivo. In esse Max Weinberg, subentrato a Vini Lopez, dimostrerà tutta la sua abilità e la sua potenza (non per nulla iniziarono a chiamarlo Mighty Max). Dal canto loro Springsteen e Steve Van Zandt inaugureranno un duello di chitarre che incendierà i palcoscenici d’America nel rovente finale strumentale.

Curiosità

David Bowie, sentita It’s Hard To Be A Saint In The City, dichiarò la sua ammirazione per il giovane Springsteen. Disse che chi aveva scritto quella canzone non poteva essere considerato un comune musicista. In seguito il Duca Bianco decise di incidere una cover della canzone nelle sessioni di Station To Station (1975). Questa versione non verrà pubblicata allora, ma poi ripresa nel 1989, quando fu inserita nell’antologia di Bowie, intitolata Sound + Vision.

 

Dario Migliorini

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

2 Commenti

  1. Francesca lolLobrigida

    Trovo molto interessante questo articolo.
    Vado spesso a leggere le traduzioni dei testi di Bruce e in effetti mi capita sempre di vedere i personaggi e le scene da lui descritte.
    Non nascondo che qualche volta da attrice ho provato ad interpretarli.

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    • Dario Migliorini

      Ciao Francesca, è vero, lui ha una capacità descrittiva fuori dal comune. In poche parole descrive azioni e immagini e ti catapulta lì nella scena. Bellissimo che tu provi a intepretarle… Recitare è una cosa che mi ha sempre affascinato, il classico sogno nel cassetto mai realizzato. Continua a seguirmi e a scrivermi.

      Rispondi

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