Jackson Cage, Bruce Springsteen

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Scritto e pubblicato da

Dario Migliorini

Terza traccia del doppio album The River (1980), Jackson Cage forma la sequenza di quattro canzoni che aprono il disco, donandogli da subito un notevole tiro rock. Dopo Darkness On The Edge Of Town, Bruce Springsteen voleva insistere sul tema dello sviluppo sociale dell’individuo, ma evolvendo su un approccio di coppia e di famiglia. Cos’era successo ai giovani che erano partiti con sogni e speranze sopra un’automobile i cui pneumatici dovevano trasformarsi nelle ali verso la libertà e la propria realizzazione? In Darkness On The Edge Of Town avevamo ritrovato quei ragazzi: alcuni più consapevoli, ma ancora forti di speranza (Badlands, The Promised Land), altri persi nella notte (Something In The Night, Streets Of Fire), altri ancora disillusi nei loro sogni di vita e di amore (Racing In The Street, Darkness On The Edge Of Town). I due protagonisti di Jackson Cage appartengono a quest’ultima categoria e Jackson Cage diventa il perfetto sequel di quelle storie.

LA CITTÀ DIVENTA UNA PRIGIONE

In Jackson Cage Springsteen gioca sul significato delle parole. Alla prima lettura sembra stia parlando del carcere della città di Jackson (N.J.), molto vicina alla natale Freehold, come se la protagonista della canzone sia una detenuta. In realtà nella prima strofa la giovane donna sta guidando verso casa, per rinchiudersi tra le quattro mura che custodiscono il suo piccolo mondo. Bruce quindi non parla di un carcere, ma della stessa città di Jackson come prigione. Una gabbia in cui sia la protagonista sia il narratore si auto-recludono, non trovando più la via di fuga. La promessa di qualche anno prima si infrange: la città di provincia popolata di perdenti rimane, ma la fuga per vincere è fallita e i suoi protagonisti hanno perso lo slancio. Ora si ritrovano prigionieri in una città che “li riduce in estranei da lasciar cadere in pezzi”.

Nessuno sbocco

Jackson diventa così una gabbia per chi è costretto a viverci, senza la possibilità di trovare realizzazione o almeno di potersene andare. Emergono le responsabilità della comunità e, in Springsteen, un’accentuata coscienza politica. C’è qualcuno di potente che muove i fili, che giudica e condiziona la vita delle persone, che le spinge a giocare al proprio gioco e, alla fine, le annienta. La città non offre opportunità, al contrario costringe le persone nei suoi schemi chiusi e privi di sbocchi. La ragazza, così, si chiude nell’unico posto che può sentire suo, la casa, tirando le tende per non vedere quello che c’è fuori. Il narratore, altrettanto invischiato nella situazione, non sembra spronarla, ma solo avvertirla di quello che aspetta entrambi. È il segnale di resa, che viene espresso in un verso che diventa anche uno splendido aforisma universale: “Arrendersi significa fermarsi senza conoscere il duro margine per cui sei al mondo”.

La resa

Il significato di quel verso è tanto tremendo quanto enorme. Chi nasce nel proletariato di una cittadina di provincia sembra abbia una sorta di prezzo da pagare. Cresce e vive senza che gli vengano concesse delle opportunità. Non c’è modo di raggiungere degli obiettivi, quali che siano, e si perde di vista il motivo per cui si vive. Così ci si arrende al proprio nulla, andando sempre più a rassomigliare agli altri. Catturato in questo giogo, rinunci a conoscere “il duro margine per cui sei al mondo”, ossia la fatica, la lotta per la conquista del tuo spazio, la spinta a migliorare la tua situazione. Un margine duro, certo, perché la vita non è facile, specie per chi vuole emergere dalle sabbie mobili. Ma ci sono persone che, di fronte a quella durezza, si ribellano e cercano il riscatto. Altre si fermano e lasciano che la loro vita prenda passivamente il suo corso, senza tentare di imprimere una direzione. Da questo punto di vista Jackson Cage sembra molto collegata ai temi di Darkness On The Edge Of Town.

Speranza di libertà o definitiva reclusione?

In una canzone dal testo straordinario come Jackson Cage, ci sono altri versi che diventano centrali e lo sono ancora di più per l’enigma che trasportano: “Lasciati soli ad aspettare per strada, finché tu diventerai la mano che gira la chiave giù nella gabbia di Jackson.” Ecco l’enigma: lei gira la chiave per liberarli dalla prigione o per rinchiuderli definitivamente? È interessante notare che se Springsteen cantasse di una sorta di riscossa della ragazza, che libera la coppia da quella gabbia, allora riemergerebbe il senso di speranza che ha spesso contraddistinto il suo messaggio, come ad esempio in Badlands e in The Promised Land. Viceversa, se il senso che Springsteen ha voluto dare a quel passaggio è che la ragazza, nella sua debolezza, chiude con le sue stesse mani la loro prigione, allora siamo in una di quelle occasioni in cui prevalgono la resa e la disperazione, come succede ad esempio in Something In The Night o in Point Blank.

IN PIENO E STREET SOUND

Ad accompagnare questo testo amaro Bruce Springsteen chiede alla sua E Street Band un rock rabbioso, dominato delle chitarre dello stesso Bruce e di Steve Van Zandt. La ritmica incalza in una ballata rock mid-tempo, mentre Danny Federici e Roy Bittan ricamano un accompagnamento prezioso, ma meno centrale rispetto ad altre occasioni. Singolarmente Springsteen decide di riservare l’assolo all’armonica a bocca e non alla chitarra o al sassofono. Non trattandosi di un brano folk, ma di un rock ruvido, quell’assolo risulta particolarmente stridulo, nel pieno rispetto del senso di disperazione che emerge dalla canzone. Nell’esempio compiuto di E Street Sound che è Jackson Cage si incastonano come gioielli le performance vocali di Springsteen e Steve Van Zandt. Bruce canta con la sua voce roca e potente la rabbia di un giovane che si sente inesorabilmente prigioniero, Steve interviene spesso in controcanto con la sua bellissima voce soul, acuta e tagliente. Se è vero che The River è più di tutti l’album in cui emerge la bellezza del loro duo vocale, Jackson Cage ne diventa per questo fattore la perfetta riproduzione.

Curiosità

Jackson Cage ha fatto parte delle scalette dei concerti di Springsteen solo nel tour di The River e poche altre volte, salvo poi ripresentarsi nel nuovo millennio, dopo il Reunion Tour. Nelle prime versioni dal vivo, come ad esempio a Tempe Arizona in un noto video disponibile in rete, Springsteen preferì rimpiazzare l’assolo di armonica a bocca con uno di chitarra elettrica. Inoltre sostituì il finale secco della versione in studio con un finale più “live”, richiamando il motivo musicale di introduzione della canzone.

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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