My Generation, The Who

my generation the who
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Dario Migliorini

Ci sono canzoni simbolo di un’epoca? Ne conosci? Beh… una delle più importanti è senza dubbio My Generation, canzone che diede il titolo al primo album della band inglese The Who, pubblicato nel 1965. Scritta dal chitarrista Pete Townshend, questo brano è divenuto il manifesto di una generazione che provava orgogliosamente ad affrancarsi dai vincoli sociali e comportamentali delle generazioni precedenti. Risultato della cultura Mod inglese di quegli anni, My Generation ne divenne l’inno incontrastato, traghettando l’energica richiesta dei ragazzi d’oltremanica di essere considerati diversi da pura forza lavoro o da soldati da mandare in guerra. Grazie soprattutto a questa canzone The Who vennero considerati anche i precursori del Punk, che esplose sempre in Inghilterra nella seconda metà degli anni ’70. In molte classifiche My Generation emerge come uno dei pezzi rock più significativi di sempre e la band uno dei gruppi più influenti della storia della musica popolare.

L’IRRIVERENZA GIOVANILE

Sembra che Townshend prese spunto per My Generation in protesta contro i capricci dell’allora Regina Madre, ma la trasformò in un manifesto generazionale grazie a un testo scarno e ripetitivo (leggi la traduzione qui), ma portatore di una rivendicazione irriverente, che sembra pioniera del Punk che esploderà nel decennio successivo. Un accorgimento stilistico aiuta nell’intento: sull’onda della tradizione del Rhythm & Blues (e prima ancora del Gospel) di cantare in un’alternanza di voce solista e cori, Roger Daltrey lancia il messaggio focale della canzone, mentre Townshend e il bassista John Entwistle rispondono con un coro ripetuto “Talkin’ ‘bout my generation”. Come spesso avviene nelle canzoni manifesto, lo spessore del messaggio non è da ricercare nella varietà testuale e nella profondità poetica, quanto nella ripetitività di concetti chiave. In My Generation le prime due strofe sono riproposte in modo identico dopo l’assolo centrale di basso, ma invertite.

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Il Mod inglese

La protesta che partì da Londra, dando origine al movimento Mod (dall’inglese Modern), fu diversa da quella che partì negli stessi anni in America. Bob Dylan e la nuova epopea folk puntarono su una protesta di classe che spingeva perché fosse riconosciuta una vita dignitosa ai lavoratori e agli indigenti. Qualcosa che assomigliava, pur con i dovuti distinguo, all’ideale comunista. Il Mod si impose in una prospettiva diversa. Il problema scatenante era lo stesso: nei quartieri periferici delle grandi città le famiglie di ceto basso sembravano condannate a lavorare duramente per mantenersi. Il Mod reagì in una prospettiva più ottimista, eppure ugualmente rivoluzionaria. Quei figli del proletariato espressero la voglia di uscire, di divertirsi, di vestire secondo le mode, in contrasto con i loro genitori, che sembravano condannati a una vita di privazioni. Il salario non serviva al risparmio e al sostentamento, ma a godersi la vita e concedersi una maggiore libertà.

Morire giovani

Il verso più celebre della canzone (e uno dei più celebri della storia del rock) recita: “Spero di morire prima di diventare vecchio”. Un verso di rottura che allora fece molto discutere. Poteva sembrare sprezzante nei confronti della vita, al punto che fu scambiato per un verso che incitava all’autolesionismo, usanza molto in voga in quel periodo, tra l’abuso di droghe e alcol e il mito della velocità sfrenata. In realtà, proprio in accordo con il fenomeno Mod, questo verso sembra condurre verso un significato diverso. Godere la vita, spendere i soldi, non fare rinunce, senza rassomigliare ai padri e ai nonni che, in nome di un’arrancante previdenza verso un futuro grigio e pieno di insidie, rinunciavano al presente, al “qui e ora”. Canta Daltrey: “Non sto cercando di creare scalpore, sto solo parlando della mia generazione.”

Proto-punk?

Sull’influenza che My Generation esercitò sul Punk inglese del decennio successivo si è scritto molto. Lo stile musicale scarno e potente di quel primo album ha sicuramente ispirato i Clash, i Sex Pistols, i Ramones e altre band di quel genere. Un altro elemento che avvicina The Who al Punk è quella dirompente rabbia giovanile che My Generation esprime. Ma è proprio la cultura Mod alla base che distingue The Who dal Punk. Come i Beatles, i Rolling Stones e i Kinks, The Who provenivano da un movimento culturale che non contemplava la violenza distruttiva del Punk, in guerra contro il controllo sociale esercitato dalle autorità e dai media. Il Mod reclamava uno stile di vita, uno spazio per i giovani nella società, il rifiuto di una sorta di predestinazione economica e sociale. La differenza fondamentale? Il Punk esplose in un’epoca di grande crisi economica, il Mod invece in un’epoca di espanzione economica, in cui il lavoro e i salari non mancavano affatto.

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DALL’AMERICA CON BIGLIETTO DI RITORNO

Sul lato musicale My Generation ebbe una genesi e un risultato finale del tutto singolari. In origine Townshend la pensò come un brano lento di blues parlato con sonorità più vicine al folk, sulla scia di musicisti americani come John Lee Hooker e Mose Allison. Ma Townshend, consigliato da Daltrey e dai produttori, si spostò verso un sound più potente, che aggiungesse al pop rock dei primi Beatles qualcosa di più rabbioso. Il risultato fu ottenuto con alcuni accorgimenti musicali eclatanti: la chitarra di Townshend ha un suono modulato sullo stile dei Kinks e non esegue assoli, solo riff che riempiono il sound e lo rendono più aggressivo. La batteria di Keith Moon è impetuosa e la trama ritmica è fortemente caratterizzata dai continui stacchi che accompagnano il “botta e risposta” del cantato. Il suono è crudo: non c’è traccia di pianoforte o tastiere. Originalmente lo strumento solista è il basso di Entwistle, che non solo viaggia libero sulle quattro corde durante gli stacchi sul cantato, ma entra in un celebre assolo a metà canzone.

Curiosità

My Generation include anche un altro elemento originale: Roger Daltrey canta volutamente simulando la balbuzie. Un effetto che ebbe un’origine casuale. Il cantante, leggendo per la prima volta il testo di Townshend, balbettò a causa di un forte raffreddore. Fu il manager Kit Lambert che suggerì alla band di mantenerla. L’idea provocò la messa al bando del brano dalla BBC nel periodo del lancio, essendo ritenuta offensiva verso chi soffriva realmente del problema. Ma The Who, incuranti delle critiche, mantennero quello strano modo di cantare, sostenendo che non era mirato a ridicolizzare il difetto dei balbuzienti, ma a esprimere ancora più coraggiosamente la rabbia incontenibile di quel messaggio e quindi a renderla ancora più credibile.

Tira tu le conclusioni…

  • Conosci My Generation e la band The Who?
  • La band fu tra i principali esponenti della cosiddetta British Invasion. Hai letto qualcosa in merito?
  • Lo sai quale fu il mezzo di trasporto simbolo della cultura Mod?
  • Quante influenze musicali tra le radici americane e il pop rock che esplose in Inghilterra. Ne vuoi dibattere?

Esprimere se stessi è segno di vitalità e di distinzione. Fallo anche tu e commenta qui.

Dario Migliorini

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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