Nebraska, Bruce Springsteen

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Dario Migliorini

Nebraska è il sesto album di Bruce Springsteen, pubblicato nel 1982. Reduce dal successo di The River e del seguente monumentale tour, che lo consacrarono a livello di pubblico e di critica, Bruce era a un bivio. La sua notorietà aveva varcato i confini americani e il passo successivo avrebbe potuto portare al successo planetario. Ma la musica stava profondamente cambiando in quel periodo. Springsteen era l’ultimo eroe rock, che stava salvando il genere da una morte data da molti per certa. Solo il punk rock, a cui lo stesso Springsteen fugacemente guardava, contribuiva a tenere alta una bandiera i cui colori venivano offuscati dall’avvento del pop elettronico e della musica dance. In quel momento uscì Nebraska, un album da antidivo, da one man band, totalmente acustico e racchiuso tra il folk, il blues e il rock. Anche i temi di Nebraska, aspri e dolorosi, spingevano in direzione opposta rispetto alla definitiva consacrazione di una star mondiale.

IL CORAGGIO DI UNA SCELTA IMPOPOLARE

Così, proprio mentre il mondo attendeva curioso e impaziente il nuovo disco, chiedendosi se Springsteen sarebbe rimasto o meno fedele al sound più tradizionale ma estremamente efficace della sua E Street Band, lui sorprese tutti con la pubblicazione di Nebraska e del suo singolo, la splendida Atlantic City. In realtà questa mossa da scacco matto non fu decisa a tavolino prima della registrazione dell’album e questo forse contribuisce a dare un ulteriore carattere leggendario a un album che già di per sé è un piccolo capolavoro. Bruce, infatti, registrò le tracce dell’album in casa, utilizzando un semplice registratore a 4 piste della Tascam, che gli consentiva giusto di usare un paio di canali per la voce principale e per un controcanto e l’altro paio per il resto della strumentazione, comunque acustica, che gli consentiva di abbellire quei demo: ovviamente la chitarra acustica, ma anche l’armonica a bocca, il mandolino, il glockenspiel e poco altro. Con quelle tracce Springsteen si presentò in sala prove per costruire le versioni full band. Ma le take elettriche non convincevano né lui né il fidato amico e manager Jon Landau. In quel momento arrivò la decisione clamorosa: in barba alle proteste della CBS, quel nastro demo sarebbe diventato Nebraska, il nuovo album di Bruce Springsteen.

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La tomba del sogno americano

Se in Born To Run il sogno americano appariva già sfuggente e nei successivi Darkness On The Edge Of Town e The River vacillava sotto i colpi di un sistema sociale iniquo e un sistema economico in forte crisi, con Nebraska quella vecchia promessa, originata un paio di secoli prima nell’idea che la grande America potesse dare cibo e dignità a tutti, venne definitivamente sepolta. Non che qualcuno in passato non avesse già svelato la menzogna – basti pensare a John Steinbeck e a Flannery O’Connor nella letteratura e a Woody Guthrie, Pete Seeger, Johnny Cash e Bob Dylan nella musica. Ma il colpo inferto da Bruce Springsteen in un anno come il 1982 fu tanto inatteso quanto sconvolgente. Gli USA del neo eletto Presidente Ronald Reagan stavano provando a lasciarsi alle spalle le durissime crisi politiche ed economiche degli anni ’70 e la cocente sconfitta militare in Vietnam e ad assaporare un’aspettativa di nuova ricchezza e stabilità. Anche per il timing di uscita Nebraska, dunque, squarciò in due il sogno di rinascita. Due canzoni dell’album sembrano meglio rappresentare quel senso di sconfitta. Mansion On The Hill vede un padre e i suoi due figli ammirare dall’esterno una grande villa in collina nella consapevolezza che non potranno mai aspirare a possederne una. Used Cars mostra invece un giovane che spera nella fortuna al gioco per poter provare l’orgoglio di possedere un’auto nuova. Ma lo stesso Ralph di Johnny 99 diventa assassino per disperazione, avendo perso il lavoro: ecco il sogno americano che svanisce nel più tragico dei modi. Il primo messaggio di Nebraska fu essenziale ma aspro: “Fatevi poche illusioni!” Il secondo messaggio, ancora più acre, fu: “Non credete in loro.”

Istituzioni deboli e ciniche

Ma loro chi? Verso chi Springsteen concentrò tanta sfiducia? Nebraska è senza dubbio l’album più politico di Bruce. Dopo venticinque anni, in realtà, pubblicherà Magic, riportando alle stelle il suo livello di rabbia verso le istituzioni. Ma in Magic quell’attacco fu molto diretto e specificatamente contro le scelte politiche. Nebraska, invece, presenta due peculiarità. Intanto è un insieme di racconti, con i quali l’offensiva verso il sistema dirigente americano è sottesa nelle sfortunate vicende narrate. Questo peraltro consente a Springsteen di non dettare la morale ma di lasciarla elaborare all’ascoltatore. Inoltre i bersagli non sono solo i politici, ma tutto quel sistema istituzionale che provoca iniquità e ingiustizia. Nella title track e in Johnny 99 troviamo giurie e giudici quasi disumani, che dispensano pene capitali e ergastoli come se fossero noccioline, impossessandosi dei destini delle persone e ponendosi sullo stesso piano dei due protagonisti. In Atlantic City c’è un sistema giudiziario e di polizia debole che non riesce (o non vuole) fronteggiare il crimine. In State Trooper troviamo un poliziotto inflessibile che ferma un giovane uomo in auto, togliendogli l’unica libertà che gli resta di vagare nel nulla di una notte piovosa. In Highway Patrolman l’istituzione è nello stesso protagonista, agente della Stradale. La sua macchia sta nel versante opposto: non l’eccesso di durezza e insensibilità, ma l’eccesso di debolezza che gli fa contravvenire il dovere di fermare il fratello colpevole.

Speranze ridotte al lumicino

Un altro elemento peculiare di Nebraska sta nella quasi totale assenza del senso di speranza, che fino ad allora non era mancato nella poetica di Springsteen. Perfino in un album duro come Darkness On The Edge Of Town la speranza di farcela e la voglia di lottare non mancavano (in Badlands Bruce lo cantava esplicitamente: “I believe in the hope that could save me”). Nelle canzoni di Nebraska quello slancio ottimistico manca totalmente. Le storie narrate parlano di disperazione, emarginazione, follia e morte. In My Father’s House viene a mancare anche il sicuro appoggio della propria casa, di una famiglia e di una città (torna il parallelo con Magic e la sua Long Walk Home). In questo quadro nero fanno eccezione due esigui momenti, così flebili da apparire vani ma ancora buoni per un debole appiglio. In Atlantic City i versi del celebre ritornello recitano: “Tutto muore, piccola, è un fatto, ma forse quello che muore un giorno tornerà”. Che si tratti di un’idea di resurrezione/reincarnazione o della metafora di una nuova opportunità terrena, in ogni caso l’uomo che ha “debiti che nessun uomo onesto potrebbe pagare” riesce a convincersi che non è ancora finita. L’altro momento di speranza è in Reason To Believe. Quattro mini racconti, lunghi una strofa ciascuno, si chiudono con lo stesso messaggio: “Ancora alla fine di un giorno duramente guadagnato la gente trova una ragione per credere”. Non è un caso che questa canzone chiuda l’album, perché c’è ancora un motivo per andare avanti. Ed è bello pensare a quel bimbo battezzato nel fiume, il piccolo Kyle, come al migliore simbolo di speranza.

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UN CAPOLAVORO ACUSTICO TRA FRUSCII E DISTORSIONI

La scelta già sconvolgente di pubblicare un album acustico registrato artigianalmente tra le mura domestiche appare ancora più folle se si pensa che Springsteen e Landau imposero alla CBS che il disco uscisse senza “ripuliture”. Ascoltando Nebraska si sentono nitidamente i fruscii di una registrazione imperfetta, alcuni rumori casalinghi, alcune distorsioni nei momenti in cui Bruce urla nel microfono e perfino alcuni cali di voce dello stesso Springsteen nell’esecuzione dei brani. Eppure, paradossalmente, anche questo contribuisce a portare Nebraska nella leggenda. Questo disco non è un omaggio alla musica tradizionale americana ma, anche grazie a quelle imperfezioni, è esso stesso la tradizione musicale americana. Non è un album degli anni ’80 che si guarda indietro, ma è un disco degli anni ’50 tolto dalla polvere trent’anni dopo, come se fosse coevo della This Land Is Your Land di Woodie Guthrie che Bruce ha riproposto spesso dal vivo, proprio insieme alle canzoni di Nebraska. Dal punto di vista musicale sarebbe fuorviante definirlo un album folk. Se alcune canzoni, come la title track, Mansion On The Hill, Highway Patrolman, Used Cars e My Father’s House sono in piena tradizione folk, altri brani sono versioni acustiche di brani rock’n’roll, blues e country. Atlantic City nasconde nella splendida versione del disco quel potenziale sound rock che Springsteen effettivamente gli troverà dal vivo. Johnny 99 e Open All Night sono brani rock’n’roll a tutto tondo (anch’esse destinate a trovare successivamente una dimensione full band). State Trooper è un ruspante blues rock. Reason To Believe si sposta verso le ritmiche e le sonorità country. Dal punto di vista strumentale, oltre alla chitarra acustica, compaiono con grande frequenza l’armonica a bocca e il mandolino. Dal punto di vista vocale uno Springsteen necessariamente cupo e pieno di rabbia sovraincide magistralmente il proprio controcanto (memorabile nella maestosa Atlantic City).

Curiosità

Dalle registrazioni che diedero origine a Nebraska scaturirono altre canzoni che non entrarono nell’album. Alcune vennero registrate dalla E Street Band, ma poi scartate dal successivo disco Born In The USA (è l’esempio di alcuni pezzi rockabilly come Stand On It e TV Movie). Altre trovarono la loro strada nel celebre album del 1984 (è l’esempio di Downbound Train). Altre ancora furono scartate perché il loro tema, attinente le dure esperienze di reinserimento sociale dei veterani del Vietnam, fu ritenuto da Springsteen distante dai temi dominanti in Nebraska. Una di queste, la bellissima Shut Out The Light, trovò fortuna solo come lato B di un singolo, per poi essere ripescata nella raccolta Tracks del 1998. L’altra fu niente meno che la stessa Born In The USA. É un paradosso, ma la canzone che, nella sua potente versione rock, portò Springsteen al successo planetario, ebbe la sua genesi in quello studio casalingo di Holmdel, New Jersey, inizialmente destinata all’album meno commerciale dell’intera discografia springsteeniana.

 

Dario Migliorini

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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