Nebraska, Bruce Springsteen

nebraska Bruce Springsteen
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Dario Migliorini

La canzone Nebraska dà il titolo al sesto album di Bruce Springsteen, che il cantautore americano suono e registrò nel 1982 con un piccolo registratore a quattro piste nella sua casa di Holmdel, New Jersey. Già nella seconda metà degli anni ’70 Springsteen aveva iniziato a leggere romanzi e racconti neorealisti americani, tra cui quelli di John Steinbeck e di Flannery O’Connor. Le canzoni di Nebraska scaturirono da quelle letture, ma la title track fu ispirata da un fatto realmente accaduto e dalla visione di un film uscito qualche anno prima. La potenza narrativa che Bruce aveva sviluppato, unita alla sua sensibilità umana, gli consentirono di scrivere un brano nel quale il reportage di una tragica storia vera venne affiancato dalla volontà di entrare nelle motivazioni che avevano portato i suoi protagonisti a compiere quegli orrendi misfatti. Nebraska, nella sua semplicità musicale di brano folk, rappresenta una delle punte più alte della grande poetica springsteeniana.

 

IL GIOCO DELLA MORTE

Siamo nel 1958 a Lincoln, Nebraska. Charlie Starkweather era un giovane di 19 anni, perduto in tutto ciò che la monotona e cruda vita di provincia americana cancellava per l’avvenire dei giovani e armato solamente di un fucile e di tanta rabbia. Una rabbia accumulata in tanti anni di soprusi subiti a causa di un suo difetto alle gambe e di problemi di linguaggio. Dopo aver ucciso una persona in solitudine nel 1957, un giorno si presentò a casa della giovane fidanzata, Caril Ann Fugate, di soli 14 anni e, dopo averne ucciso la madre e il patrigno, la portò con sé per le strade del Nebraska e dello Wyoming, lungo le quali i due uccisero altre otto persone. Tutto nell’arco di una settimana.

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Una scrittrice e un film

A ispirare Springsteen nella composizione di Nebraska (leggi la traduzione qui), tuttavia, non fu tanto la lettura di quei fatti di cronaca, quanto la visione di un film, Badlands di Terrence Malick (1973). Bruce aveva notato la locandina del film qualche anno prima (dalla quale “rubò” il titolo per la sua bellissima Badlands del 1978), ma non l’aveva visto. Lo vide solamente in quei primi anni ’80 e ne fu impressionato. Il film di Malick, fortemente ispirato alla storia di Starkweather, ricostruiva gli efferati omicidi della coppia di giovani, mettendo in risalto la casualità degli stessi, la percettibile assenza di motivazioni. Una sorta di gioco apparente che, in realtà, nascondeva tutta la rabbia che covava in quei ragazzi. Un malessere di cui, decenni prima, scriveva Flannery O’Connor. L’autrice americana divenne nota soprattutto per i suoi racconti di disperazione e violenza, nei quali i crimini venivano commessi in situazioni di isolamento sociale.

La malvagità repressa

La grandezza di Springsteen in Nebraska consta soprattutto nell’aver scandagliato in pochi versi (24 versi suddivisi in sei quartine) l’animo umano, quando i sentimenti vengono a lungo negati e la rabbia repressa, per poi esplodere inaspettatamente e violentemente. Springsteen decise di narrare in prima persona, per immedesimarsi maggiormente nel protagonista, e si divise tra l’esigenza puramente narrativa e quella introspettiva. Tre delle sei quartine (la prima, la seconda e la quarta) sono utilizzate per riportare i fatti, dall’incontro con la ragazza all’uccisione di dieci persone lungo le strade del Nebraska e dello Wyoming, dal verdetto di colpevolezza con la condanna a morte alla dura prigionia.

Nessun rimorso, nessun pentimento

La terza quartina inizia a scavare nelle motivazioni. “Non posso dire di essere dispiaciuto per le cose che abbiamo fatto”: questi versi sono essenziali, perché mostrano la totale assenza di pentimento. La violenza si scatena fine a se stessa, senza un motivo. O forse con motivi così profondi da essere resi invisibili e da rimanere inespressi. Il fatto poi che il protagonista ammetta scabrosamente di essersi pure divertito conferma la lucida follia di una persona che non sa perché ha commesso quegli omicidi e non ha nemmeno la volontà di chiederselo a mente fredda. Solo quando, ormai vicino all’esecuzione della pena capitale, gli viene chiesto di esprimere una ragione umanamente plausibile di quel massacro, il giovane trova una risposta tanto dura quanto scioccante: “Beh, signore, io credo che ci sia solo malvagità in questo mondo. Un verso sconvolgente, certamente ispirato dalla lettura di A Good Man Is Hard To Find della O’Connor, che spazza via decenni di certezze e di perbenismo e lo fa in un momento delicato, quando l’America sta tentando di dimenticare il Vietnam e le crisi economiche e si sta buttando nell’idea di un nuovo benessere.

Dal vuoto al vuoto

Nemmeno la morte spaventa il ragazzo. Lui ammette la leggerezza con cui ha tolto la vita ad altre persone con la stessa cinica indifferenza con la quale accetta la fine della sua stessa vita. Chi lo condanna lo spaventa dicendogli che la sua anima verrà gettata nel grande vuoto. Non nell’inferno, che è un luogo con un’identità e con uno scopo, ma nel vuoto, cioè nel nulla indefinito. Eppure il ragazzo rimane freddo perché è da quello stesso vuoto che proveniva, con una fanciullezza e una adolescenza che gli sono stati rubati. L’unico momento di sentimento che emerge dalla sua impassibilità avviene quando, nella quinta quartina, chiede che la sua ragazza, l’unica persona che le ha dato qualcosa che più si avvicina a un sentimento vivo, possa essere lì con lui nel momento dell’esecuzione.

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IL FOLK MEZZO SECOLO DOPO GUTHRIE

Nebraska è un tradizionale brano folk di tre accordi, dall’andamento lento e funereo. Lo esegue, come del testo tutto l’album, solo Bruce Springsteen che, oltre alla chitarra, alla voce e all’armonica a bocca aggiunge alcuni tocchi di glockenspiel. Non esiste controcanto, ma solo un canto dimesso che non abbandona mai la linea melodica principale. L’armonica è lo strumento solista e interviene in tre diversi momenti: nella breve introduzione, prima dell’ultima quartina e alla chiusura del brano. L’altra versione ufficiale del brano è presente nel Live ’75-85. In quella versione, come in altre versioni dal vivo, Springsteen apporta alcune modifiche, pur mantenendo intatto il mood e la struttura dal brano originale. Una riguarda l’inserimento di una seppur ridotta base ritmica, che rafforza la sensazione di una canzone da rito funebre, una marcia lenta battuta solo dalla grancassa e dal basso. L’altra variazione riguarda gli assoli di armonica: sparisce quello nell’introduzione, mentre gli altri due assumono due significati ben precisi. Il primo, tenuto su note molto basse, simula il pianto sommesso e di lamento, mentre quello finale, suonato su un’ottava più alta, simula l’urlo lancinante del condannato a morte.

Curiosità

In alcuni momenti della sua immensa carriera Springsteen ci ha indotto a riflettere su un argomento spinoso: la pena di morte. Lo ha fatto con Nebraska e con Johnny 99 nel 1982. Addirittura ha ripreso l’argomento, accettando di scrivere la bellissima Dead Man Walking per la colonna sonora del film omonimo di Tim Robbins. In tutti questi casi la grandezza di Springsteen sta nelle premesse. Bruce infatti non ci presenta una situazione di innocenza ingiustamente punita con la pena capitale; al contrario ci presenta casi di colpevolezza evidente: lo Starkweather di Nebraska, come il Ralph di Johnny 99 e il Matthew Poncelet del film hanno davvero ucciso (per quest’ultimo si saprà solo alla fine). Semmai Springsteen ci chiede con queste storie di interrogarci sul perché quegli uomini siano arrivati a tanto e se sia giusto che la giustizia punisca il crimine con altra violenza.

 

Dario Migliorini

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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