No Surrender, Bruce Springsteen

Scritto e pubblicato da

Dario Migliorini

Quante belle canzoni sono state scritte sull’amicizia. Ne conosci? Una è questa. No Surrender, scritta da Bruce Springsteen, è la settima traccia del suo celebre album Born In The USA (1984). Per Springsteen non era solo l’occasione di celebrare uno dei sentimenti più nobili, l’amicizia, ma anche il momento di mettere un suggello sul forte rapporto, professionale ma soprattutto umano, che lo univa da anni ai componenti della E Street Band. No Surrender, infatti, con le sue melodie solenni e il suo incedere potente, è un inno all’amicizia, ma anche un momento di ringraziamento a una band che ha seguito Springsteen ovunque e ha resistito con lui anche nei momenti più duri quando, nella seconda metà degli anni ’70, le cose potevano giungere al capolinea. Anche per questo motivo No Surrender è una delle canzoni più amate dagli ammiratori di ogni epoca e una delle più apprezzate nelle sue esecuzioni dal vivo.

VICINI ALLA VETTA

Quando Springsteen registrò le canzoni che entrarono in Born In The USA (1982-1984), le fortune del rocker e della sua band sembravano aver preso una piega clamorosamente positiva. Erano lontani i problemi legali e i rischi di rottura del periodo di Darkness On The Edge Of Town e nel frattempo era arrivato il successo di The River (con un tour che lo aveva consacrato in patria e gli aveva permesso di presentarsi anche in Europa). Dopo la parentesi acustica di Nebraska, una cosa era chiara a Springsteen e al suo entourage: il nuovo album doveva essere quello del definitivo decollo. Bruce non sapeva cosa lo aspettava ma era consapevole che, spiccando il volo verso lidi di notorietà ben più alti di quelli che aveva conosciuto fino ad allora, era alla vigilia di drastici cambiamenti. Fu in quel momento che sentì di dover onorare gli amici della E Street Band.

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Quello era il momento

La E Street Band, pur con qualche cambiamento nei componenti, era insieme grosso modo da una decina di anni. Dai bassifondi del New Jersey i musicisti erano passati a una certa notorietà, non ancora planetaria (lo diventerà proprio con l’uscita di Born In The USA), ma comunque già importante. Era la situazione tipica in cui si rischiava di perdere di vista l’obiettivo comune e l’idem sentire, anche a causa di una maggiore agiatezza. C’è di più: Steve Van Zandt stava abbandonando il gruppo. Paradossalmente era proprio lui a insistere perché No Surrender fosse il singolo di lancio di Born In The USA, ma Springsteen e Jon Landau le preferirono Dancing In The Dark. La terza strofa sembra proprio rivolta all’amico chitarrista: “C’è una guerra che ancora imperversa là fuori, ma tu dici che tocca a qualcun altro vincerla.”

Amici in musica

Tra le tante canzoni che Springsteen ha scritto sull’amicizia, No Surrender è certamente quella più solenne, una sorta di monumento di marmo in onore di un sentimento così alto. Lontano dai rimorsi di Backstreets, scritta quasi dieci anni prima, Springsteen tornò a concentrare la sua narrativa sul rapporto con gli amici: dalla voglia di ricominciare di This Hard Land all’intima malinconia di Bobby Jean, fino alla dolcezza crepuscolare di Blood Brothers. No Surrender stabilisce, invece, i muri portanti dell’amicizia, specie se a fare da collante c’è la musica e la possibilità di lavorarci in una piccola comunità come una band. Questi amici, i componenti della E Street Band, sono scappati dalla scuola, dove hanno imparato ben poco, e si sono riparati nel garage del batterista vicino di casa per tentare “di ritagliarci un posticino tutto nostro con questa batteria e queste chitarre.”

La solennità di un giuramento

Nel solenne proclama dei ritornelli Bruce opta per un’immagine militare, pur solo simbolica. I soldati, i fratelli di sangue che giurano unione con una promessa da mantenere in una notte fredda e tempestosa, sono semplicemente i compagni di viaggio di una band che si sono promessi fedeltà l’un l’altro. Più in generale, sono amici che si giurano un eterno amore fraterno, contro ogni avversità. Springsteen e la sua band non si sono arresi; quella battaglia hanno continuato a combatterla, serata dopo serata, palco dopo palco. Sono passati altri anni, poi diventati decenni. E, pur con una lunga pausa in mezzo, Bruce è ancora insieme ai suoi amici, gli amici di quella fatidica promessa. E anche Steve Van Zandt è tornato con loro.

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IL MURO DI SUONO

Prima dell’avvento dei CD, quando si ascoltava musica sul vinile o sulle musicassette, c’era una mossa obbligata: girare il disco (o la cassetta) dal lato A al lato B. Nel caso di Born In The USA questo significava lasciare il primo lato con il finale passionale e sfumato di I’m On Fire e avviare il secondo lato con qualcosa di simile a spari di cannone. Non solo per la potenza di No Surrender come canzone, ma anche per quel suo inizio simile a una mitragliata. Il “conto quattro” iniziale non viene eseguito né con la voce né con le bacchette, ma con il suono grosso e possente della grancassa. Quattro battiti che annunciano l’esplosione, perché seguiti da una rullata dirompente, la prima di una lunga serie in quella canzone da parte di uno strepitoso Max Weinberg. Già attratto dal cosiddetto Wall Of Sound, il marchio di fabbrica del mitico Phil Spector, Springsteen rivestì la canzone di un suono pieno e massiccio, composto da chitarre e organi sontuosi. Non da meno sono i cori, quei cori da “giorni di gloria” che trasportano una tale solennità da farti quasi mettere sull’attenti. Questo significato, insieme alla bellezza granitica della canzone, ha reso No Surrender un’altra pietra miliare della monumentale discografia springsteeniana.

Curiosità

Se molte canzoni tratte da Born In The USA hanno trovato spazio in una versione elettrica, pur provenendo da una composizione acustica, No Surrender conobbe dal vivo un percorso inverso. Pensata da subito per la versione roboante e solenne che venne pubblicata sul disco, già nel corso del tour che ne seguì la canzone fu proposta in una versione acustica molto nuda: solo chitarra, voce e armonica a bocca (come testimonia il Live ‘75/85). Solo dopo il Reunion Tour e, più frequentemente nel nuovo millennio, No Surrender tornò a mostrare la sua faccia più rock, per certi versi ancora più ruspante di come compare sull’album.

Tira tu le conclusioni…

  • Conosci No Surrender e l’album Born In The USA?
  • C’è un verso provocatorio: “Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti rispetto a tutto quello che abbiamo imparato a scuola.” Cosa pensi di questo verso?
  • Quali altre canzoni conosci sull’amicizia, anche di altri autori?
  • L’amicizia è il cardine della storia narrata nel mio romanzo Coupe DeVille e No Surrender vi è anche citata. Hai già letto il mio romanzo? Per info su Coupe De Ville, clicca qui.

Esprimere se stessi è segno di vitalità e di distinzione. Fallo anche tu e commenta qui.

Dario Migliorini

 

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Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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