Recensione Bruce Springsteen, concerto Barcellona 22 giugno

Il Boss è sempre il Boss, ma le città dove si esibisce non sono tutte uguali: alcune sono vere e proprie roccaforti springsteeniane e Barcellona, come Milano e Goteborg, è una di queste. Non solo perché la capitale catalana è la città europea in cui Springsteen ha suonato di più in assoluto. C’è altro. Se a Barcellona era richiesta un’ennesima prova del suo feeling con il rocker del New Jersey, il concerto di sabato 22 giugno non ha tradito le attese. Dopo che due giorni prima, sempre all’Estadi Olympic del Montjuic, Bruce aveva pareggiato il record 2024 di canzoni suonate in un concerto (32, come solo a Los Angeles), nella seconda serata catalana ha fatto ancora tanto. 30 canzoni per una durata di 3 ore e 5 minuti. Un miracolo per il quasi settancinquenne di Freehold, N.J. e per la sua E Street Band, composta per gran parte da coetanei. E quel we’ll be seeing you pronunciato da Bruce alla fine ci dice che il miracolo si ripeterà prima o poi. Anzi, proprio quelle parole ci fanno presupporre che Bruce abbia tutte le intenzioni di tornare a Barcellona anche nel 2025. Probabilmente approfittando del viaggio in Europa già programmato a recupero delle date di Milano, Marsiglia e Praga, rinviate quest’anno suo malgrado.

In attesa di Bruce

Fin dalle ore sul prato si percepisce che c’è fermento, c’è tanta voglia di Bruce.
Lo Stadio Olimpico si riempie lentamente e in modo molto ordinato. Nelle lunghe file in attesa all’esterno dello stadio si scorge gente di ogni età. Sono ormai quattro le generazioni che si danno appuntamento al cospetto di Springsteen. Dai nonni ottantenni, già fan del primissimo Bruce, si arriva ai bimbi di 5 anni, abbigliati con tanto di bandane, t-shirt e cappellini. Si sentono diversi accenti e lingue, qualche nord-europeo, tanti italiani. Tutti inneggiano a quell’uomo, ormai completamente grigio di capelli, ma ancora variopinto nelle diverse tinte di emozioni che genera nel suo pubblico. Le tribune sembrano ancora po’ spoglie alle 20, ma sono piene in ogni ordine di posto alle 21, quando il Boss è atteso sul palco.

Arriva Bruce

L’uomo, con la sua celebre Fender Telecaster color legno chiaro, fa la sua comparsa alle 21.11. Dopo il saluto in catalano, è My Love Will Not Let You Down a introdurre il classico clichet dei feudi springsteeniani: la simbiosi tra il rocker ed il suo pubblico, che recita senza remore il ruolo di co-protagonista. Springsteen sollecita, spesso solletica, e i 60.000 di Barcellona rispondono con un entusiasmo senza ombre, con cori che echeggiano nel cielo grigio catalano, con un’adrenalina che non ha un minimo calo per tutte le tre ore dell’esibizione. L’approccio di Bruce oggi è meno spavaldo di una volta. Lui è un uomo sincero, genuino: non può nascondere a sé stesso e al mondo la sua età, accompagnata da qualche acciacco e qualche fragilità, non solo fisica. E infatti non lo fa, non recita, è se stesso. Ne esce un rapporto con i fan meno da capo, per quanto amatissimo, ma più confidenziale, quasi amicale. Lui ha sempre detto che vede nei volti delle prime file singole persone che sono lì per lui, per vivere emozioni fino all’ultima spilla di sudore. Bruce ha ancora quell’approccio, ma oggi cerca quasi l’intimità che si ha con gli amici di sempre. In alcuni frangenti ti sembra di stare all’esibizione di un musicista che suona in un ritrovo tra amici. Bruce si abbandona all’abbraccio (nel vero senso della parola) del pubblico delle prime file.

Le prime note ed è subito rock

La scaletta presenta una struttura già nota e sperimentata. Un’apertura lasciata alla sorpresa, nella quale, come detto, My Love Will Not Let You Down torna a sostituire come opener Lonesome Day, che comunque arriva subito dopo. Springsteen deve scaldare la voce, mentre lo spirito sembra già su di giri. Anche Ghosts è attesa, mentre mancano la frequente No Surrender e la rediviva Cover Me. Al loro posto due altri brani dal neo-quarantenne Born In The U.S.A., il suo album più noto: Darlington County e Working On The Highway. La prima, soprattutto, con la prima escursione di Bruce tra le braccia del suo pubblico, fa alzare notevolmente la temperatura nella fresca serata di Barcellona. Poi l’energica Radio Nowhere, ripresentata nelle due serate barcellonesi dopo un’assenza dal 2016, nell’occasione di ieri è stata suonata alla batteria da Jay, il figlio d’arte dell’inesauribile Max Weinberg.

Una sequenza da lasciare senza fiato

Quando poi lo stesso Mighty Max ha attaccato l’accompagnamento di batteria della elettrica Atlantic City, non sappiamo ancora che razza di sequenza ci aspetta. Roba da far accapponare la pelle. La stessa Atlantic City, poi Reason To Believe, The Promised Land, Spirit In The Night, The River e Racing In The Street rappresentano una sequenza praticamente perfetta, specie per il fan più storico. Solo Waitin’ On A Sunny Day, infilata lì in mezzo per fare cantare a squarciagola il pubblico e una carinissima bimba nelle prime file, interrompe il viaggio in quella stupefacente macchina del tempo. Per quanto l’intera carriera di Springsteen abbia offerto pezzi di altissima qualità, qui è come passare la mano per togliere un velo di polvere dalla cassa di legno, sulla quale compare la scritta Champagne. Bollicine musicali che, insieme alla superba interpretazione di Bruce e di una band in versione large size, valgono da sole il prezzo del viaggio e del biglietto. Ma forse valgono molto di più: la sensazione che il rock e le nostre vite siano ancora accompagnate da qualcuno di cui ci si può fidare. Spirit In The Night è musicalmente uno dei momenti migliori della serata. Reason To Believe riporta indietro perfino al blues del Delta del Mississippi. The River arriva calda ed emotivamente intensa, mentre lo stadio resta silenzioso e contemplativo. Un regalo per collezionisti è la splendida Racing In The Street dove il Boss condivide gli onori con The Professor Roy Bittan.

Messaggi forti e nuove emozioni

Il trittico che segue è collaudato, già sentito dal 2023. Ma non manca di generare ancora emozione e commozione. La bellissima Nightshift dei Commodores, che Bruce ha riproposto nel suo Only The Strong Survive, dal vivo sposa il soul e il gospel, con una parentesi “black music” di assoluta bellezza. Ma è soprattutto il binomio Last Man Standing/Backstreets a scavare nelle parti più oscure delle nostre anime. Il pensiero di chi non c’è più, l’ombra nemmeno tanto velata della morte, la sopravvivenza che – dice Bruce – deve trasformarsi in vita vissuta, perché la vita è un regalo. La sempre splendida Backstreets, storia di un’amicizia perduta, si coniuga perfettamente al messaggio.

La chiusura del set principale

Non ci sono state novità nel set di 6 canzoni che chiude la scaletta principale. Because The Night è la canzone per tutte le età e le stagioni della vita. E dimostra ancora una volta quanto sia bravo il funambolico Nils Lofgren alla chitarra. She’s The One, carica di sensualità, funge da nuovo detonatore di adrenalina. Wrecking Ball è ormai un nuovo classico e funziona alla grande dal vivo. The Rising è un must per Bruce, forse ancora più che per i suoi fan. Evidentemente il messaggio che porta è troppo importante perché Springsteen la lasci in disparte. Infine il suo Badlands/Thunder Road. Entrambe amatissime dal pubblico, eppure così diverse. La prima scalda voce e budella del Popolo springsteeniano in un urlo di rabbia e di riscatto. La seconda, specie in questa versione più lenta, quasi onirica, è la più compiuta rappresentante del legame tra Bruce e i suoi fan. La chiusura, nella quale l’assolo di sax è doppiato da tutta la sezione fiati, è una novità che porta nuova solennità a una canzone già iconica.

Il gran finale

Il gruppo di canzoni che compongono i bis (di fatto senza separazione reale dalla scaletta principale) è per gran parte scritta. Springsteen ha ripreso Born In The U.S.A., in questo anno così rappresentativo per l’album a cui dà il titolo. Poteva essere un azzardo vocale, e invece un Bruce per niente in crisi con la sua ugola dopo la fastidiosa laringite di fine maggio, ha portato a casa con sorprendente potenza il risultato. Born To Run è il must, un concerto senza il capolavoro assoluto sarebbe come un piatto di spaghetti al cacio senza pepe. Bobby Jean, bella e sentimentale, aiuta anche la coreografia. Quando tutto lo stadio muove a ritmo le mani da una parte all’altra sembra eseguire una danza che lascia senza fiato per il suo effetto scenico, messo in evidenza dai maxischermi. Dancing In The Dark è la canzone che conoscono anche i sassi e le rocce del Montjuic, mentre belle ragazze sorridenti, in spalla ai propri fidanzati, sperano nell’inquadratura delle telecamere. La sempre coinvolgente Tenth Avenue Freeze-Out consente a Bruce di presentare la band (compresi gli indimenticabili Clarence Clemons e Danny Federici). Nella canzone inscena anche piccoli siparietti che solo lui, con la complicità della sua spalla per eccellenza, Steven Van Zandt, sa mettere in piedi con quel carisma, soprattutto all’alba delle tre ore di concerto. Tre ore che vengono raggiunte grazie all’immancabile Twist & Shout, ormai la cover springsteeniana per antonomasia, con i finti finali e una sfida aperta con il pubblico.

Chi si arrende prima?

Davvero pensate di poter competere in resistenza con la E Street Band”? ha chiesto Bruce alla gente del Lluys Companys. Il boato che è seguito ha obbligato i musicisti a riprendere posto e far partire Glory Days, perfetta per un momento festaiolo, ma forse nemmeno troppo casuale per il suo significato. Il tema dominante della tournée è infatti rappresentato dagli anni che passano, la vita che vola via, il tempo che ha portato via tanti amici. E con quel “glory days pass you by” sembra quasi che Bruce lo sapesse già 40 anni fa, all’apice della Bruce-mania planetaria: alla fine, a prescindere da ciò che facciamo, tutti partiamo da un punto e tutti arriviamo lì, in quel momento in cui, se ci guardiamo indietro, ci chiediamo se quello che abbiamo fatto ha avuto un senso. Se quel regalo – la vita – l’abbiamo goduto o lasciato ad ammuffire nel pacco che ci è stato recapitato quando siamo venuti al mondo. Ma c’è un’ulteriore speranza: che quel momento di addio alla vita non sia la fine di tutto. “Perché la morte non è la fine“, canta Bruce durante I’ll See You In My Dreams, chiudendo in solitaria il concerto. Forse non c’è un al di là, ma sicuramente rivivremo nel ricordo di chi resta se avremo combinato qualcosa di buono in vita. L’uscita di Bruce dal palco, un quarto d’ora dopo la mezzanotte, ci lascia ancora una volta un senso di consapevolezza: di aver avuto la fortuna di vivere qualcosa di forte, di sano, di giusto, di bello. Un concerto di Bruce Springsteen.

La scaletta

MY LOVE WILL NOT LET YOU DOWN / LONESOME DAY / GHOSTS / DARLINGTON COUNTY / WORKING ON THE HIGHWAY / RADIO NOWHERE (with Jay Weinberg) / ATLANTIC CITY / REASON TO BELIEVE / THE PROMISED LAND / SPIRIT IN THE NIGHT / WAITIN’ ON A SUNNY DAY / THE RIVER / RACING IN THE STREET / NIGHTSHIFT / LAST MAN STANDING / BACKSTREETS / BECAUSE THE NIGHT / SHE’S THE ONE / WRECKING BALL / THE RISING / BADLANDS / THUNDER ROAD / BORN IN THE U.S.A. / BORN TO RUN / BOBBY JEAN / DANCING IN THE DARK / TENTH AVENUE FREEZE-OUT / TWIST AND SHOUT / GLORY DAYS / I’LL SEE YOU IN MY DREAMS

 

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Dario Migliorini

 

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