Recensione Cocomero, Lucio Corsi

di Dario Migliorini
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Cocomero è la nona traccia della raccolta Altalena Boy/Vetulonia Dakar, pubblicata nel 2015 da Lucio Corsi. Il brano appartiene al gruppo di cinque canzoni apparse nel 2014 nell’E.P. Vetulonia Dakar, poi confluito nella suddetta raccolta. L’ispirazione folk che ha guidato il cantautore toscano nelle canzoni di Vetulonia Dakar è pienamente confermata in Cocomero, canzone eseguita con una ritmica vorticosa alla chitarra acustica e con il solo supporto delle percussioni. Come in Søren, anche in questo brano Lucio Corsi dà prova di una notevole velocità di pronuncia in un ritornello con una metrica da scioglilingua. Questa breve canzone è uno degli esempi più nitidi di come Lucio Corsi sappia usare il nonsense per costruire sarcasmo. Un sarcasmo pungente ma espresso con l’astuzia del ragazzino furbo, quello che ha l’indole sfrontata di vedere le cose e di denunciarle. Non lo fa però con testi impegnati o canzoni manifesto, bensì con il sarcasmo, utilizzando il nonsense e l’assurdo. In Cocomero Lucio, andando davvero a raccogliere l’eredità di Rino Gaetano, fa ironia, per sua stessa ammissione, con un certo modo di scrivere canzoni. Con gli eccessi poetici, stracolmi di ideologia e di belle forme. Ma – aggiungo io – anche con chi fa informazione e con chi la beve senza opporre alcun filtro.

L’ipocrisia dell’uomo-cocomero

In Cocomero ritorna il mondo animale, ma non come essere umanizzato in un approccio simil-favolistico. Gli animali sono invece le quanto mai reali prede “gastronomiche” che finiscono sulla tavola dell’uomo. C’è una certa dose di nonsense, ma il messaggio pare chiaro e si sostanzia nel verso ricorrente “Anch’io lo mangio, però almeno lo so“, che poi diventa “anch’io lo canto…”. A volte, per cultura o per costume, facciamo o non facciamo cose soltanto perché ci vengono omologate o, al contrario, sconsigliate da un modo di pensare comune. È l’esempio di quando si mangia la carne di coniglio nonostante sia divenuto nel tempo un animale da cortile, per qualcuno addirittura un animale domestico. Eppure lo mangiamo, a differenza del gatto che, per l’influenza della nostra cultura, saremmo inorriditi a mangiare. La stessa cosa – canta Lucio con un bel carico di immaginazione – è pensare che mangiamo galline, nonostante abbiano zampe come i dinosauri, e i maiali, sebbene certi uomini ne abbiano una goffa somiglianza. L’uomo, in ultima analisi, che assomiglia a un cocomero per quanto mangia e si ingrossa e per quanto la sua testa sia sempre più vuota, a quel punto dovrebbe mangiare se stesso, quando ha voglia di un cocomero.

Cocomero contro l’ipocrisia

La cosa sorprendente dell’assurdo è che, se utilizzato bene come sa fare Lucio Corsi, diventa quanto mai rivelatorio. A volte, anche per l’influenza delle nostre ideologie e del nostro “buon costume”, c’è un contrasto tra quello che pensiamo/diciamo e quello che facciamo. Questo ci rende ipocriti. Cocomero è sostanzialmente una canzone contro l’ipocrisia. Un’ambiguità che nasce quando si nutrono ideologie o principi morali, ma poi si agisce in direzione opposta. L’insistente “ma almeno lo so” che Lucio canta, implica l’importanza di essere consapevoli delle proprie azioni. Non ci rendiamo conto di quanto le cose che facciamo siano a volte distanti dai principi morali e ideologici che abbiamo dentro e che spesso esterniamo. Un’ipocrisia che, a volte, tocca anche l’artista, una figura che per antonomasia scrive o produce arte spinta da valori, principi, ideologie. “Mangiare un uccello è come mangiarsi il vento“, canta Lucio, che poi replica: “Mangiare un pesce è come mangiarsi il mare“. Versi di slancio poetico che enunciano un principio ideologico: non dovremmo mangiare uccelli e pesci, sia per non rompere un equilibrio naturale, sia per rispetto di quegli esseri viventi. Ma Lucio Corsi ironizza: “Una frase così in questa canzone non ha alcun senso” e poi “Una frase così in questo pezzo non ci può stare“. Ma – chiude schiettamente – “io la canto perché almeno lo so ed esserne consapevoli è già qualcosa“. È decisamente sarcastica anche la sorta di filastrocca che chiude il brano: “E larga la foglia, stretta la via, racconta la tua che ho già detto la mia.” È un verso apparentemente privo di significato ma che, in realtà, riassume la satira del brano su un certo modo di scrivere. L’abitudine dell’uomo a fare la morale tramite la poesia, scrivendo a volte versi ambiziosi e così intrisi di principi e ideologie da risultare più privi di senso del nonsense stesso.

Ascolta Cocomero

Leggi anche: recensione di Volevo Essere Un Duro, Lucio Corsi

 

Dario Migliorini

 

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Dario Migliorini

Mi presento… … sono Dario Migliorini, nato a Codogno nel 1971 e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio.Amo la musica: il mio riferimento assoluto è Bruce Springsteen. Lo seguo dal 1985, l’ho visto dal vivo più di venti volte (persino a New York) e da tanti anni mi appassionano in particolare i suoi testi. La sua poesia, dovrei dire.

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