Recensione Common Stories, album di Carlo Carena
Common Stories è un album pubblicato nel 2025 dal cantautore e musicista blues-rock italiano Carlo Carena. Classe 1964, dopo una lunga esperienza in diverse cover band, Carena ha affinato le tecniche musicali e compositive blues. Il processo è scaturito nella pubblicazione del suo primo album The Seventh Wave, uscito nel 2023. Il soddisfacente esordio lo ha convinto a scrivere nuovo materiale, che ora sfocia nel nuovo Common Stories. L’album è basato sulla radice blues ma evolve verso altri generi. Carlo Carena si è infatti aperto ad altre influenze musicali, in particolare al rock progressivo degli anni ’70. Common Stories risulta così un album complesso, con partiture musicale di notevole profondità, possibili grazie alla presenza in studio di musicisti esperti e virtuosi e al mixaggio/masterizzazione di Lorenzo Grazioli. Eccellenti, nel complesso, arrangiamenti e produzione.
Common Stories: vite uniche ed esperienze comuni
Con testi in lingua inglese, metricamente semplici e relativamente ermetici, le otto canzoni di Common Stories tracciano un efficace ritratto dell’umanità. Da un lato i percorsi individuali, che rendono le persone uniche per indole e fatti della vita. Dall’altro i tratti comuni, che portano le esperienze personali a riassumersi in fattori simili, che possono essere condivisi. L’omologazione a cui siamo indotti da una società come quella attuale tende a aumentare i fattori comuni più acritici e impersonali. Tuttavia, è più pregnante trovare elementi comuni che, se condivisi, fanno crescere tutti. Da qui il titolo dell’album, su cui l’autore scrive: “Common Stories racconta, con stili musicali diversi, pensieri comuni, storie ordinarie, non universali (come potrebbero esserlo?), ma certamente comuni a moltissime persone.“
Le relazioni più importanti
Le storie comuni di Carlo Carena esordiscono con A Lucky Day, brano blues con richiami funky. Sopra il prezioso intreccio di chitarra elettrica e organo Hammond, la voce roca di Carena, accompagnata dai cori della bravissima Sara Cappelletti, esprime la bellezza di una lunga relazione di coppia, pur nelle difficoltà e nelle imperfezioni. O forse la fortuna è proprio quella: essersi misurati insieme con i momenti difficili. “Non c’è possibilità di vivere, se non accettiamo di sanguinare“, recita il testo. Una relazione di coppia ha come diretta conseguenza la nascita dei figli. Con un testo ermetico ma di notevole profondità, Carlo Carena esprime in Feel The Beat la bellezza della paternità lontana dal possesso. Ispirato dal libro Il Profeta di Khalil Gibran, i versi esprimono quanto si possa godere della presenza di un figlio, semplicemente vedendolo crescere e vivere la sua vita, senza pretendere di essere il loro domani, condizionandone i sogni. La canzone è un brano blues classico con chitarra elettrica, hammond e armonica che si inseguono come in una jam session.
Sfide musicali ed esistenziali
Con Winter Flowers Carlo Carena inaugura un genere musicale e uno stile compositivo per lui sperimentale. Il brano ha una struttura originale, senza un vero ritornello e con un lungo bridge centrale. Inoltre, possiede notevoli sonorità in stile progressive anni ’70, dalla batteria sincopata al lavoro di stampo jazzistico del pianoforte, dagli originali ricami di suoni di archi fino alla chitarra elettrica che, quando entra, fornisce una notevole dinamica. E poi, davvero rimarchevoli, i cori solenni che sembrano riportare a Us And Them da The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd. Sul lato lirico la canzone esalta le passioni che molto spesso rimangono sopite per poi sbocciare nella loro bellezza, proprio come i fiori dopo l’inverno. Segue You Gotta Ride, che sembra una Harvest ammantata di blues e vede chitarra elettrica e armonica riffare intorno alla linea di canto, per poi liberare la loro energia in vigorosi assoli. Il brano si rifà al detto popolare “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala!“, ma nasconde un significato metaforico di salita (e di fatica) contro le avversità che intervengono nella vita. C’è una meta, che forse non si raggiungerà mai, ma il bello è vivere comunque l’esperienza, a scapito delle tentazioni di desistere nella corsa.
Common Stories: tra Clapton e Pink Floyd
La title-track è un gioiellino musicale. Brano molto breve, è un delicato omaggio ai Pink Floyd di The Great Gig In The Sky. Come questa, anche Common Stories è impreziosita da uno splendido vocalizzo femminile e dall’intreccio dello stesso con i ricami di una superba chitarra elettrica. Completamente priva di testo, la canzone lascia spazio all’immaginazione individuale, in cui l’ascoltatore può riempire di significati la propria esperienza di vita. Blue, la sesta traccia dell’album, torna sul blues, ma si rifà a quello più sofisticato dell’Eric Clapton degli anni ’80, in stile Old Love. Le sonorità virano verso il pop più sofisticato e, insieme a un tappeto di Hammond e a una chitarra semiacustica, accolgono l’esordio nell’album del sassofono, che porta forza e grazia nello stesso tempo. Il brano riprende il tema dei figli e della paternità. Ci si perde negli occhi del figlio, lasciando indietro ogni eccesso di protezione e di controllo e liberando la sua crescita. Canta Carlo Carena: “E ora, sì, lo capisco: mi stanno dicendo, lasciaci andare“.
Il blues e le sue evoluzioni
L’album si chiude con una coppia di canzoni che riassumono lo stile dell’album. In A Friend il blues si sposta verso il jazz, sostenuto da una batteria sincopata e da fraseggi di piano, organo e chitarra. È il brano più lungo dell’album e la seconda metà è interamente occupata da un notevole assolo di chitarra elettrica, che contribuisce a esprimere la malinconia dell’assenza. La canzone narra infatti della perdita di un amico nella Milano anni ’80. Un amico che ha cercato una fuga nelle droghe, trovando soltanto la morte, lasciando nel narratore sgomento, ma anche un doloroso senso di colpa. Down and Up Again, che chiude l’album, si sposta sui ricordi. Questo shuffle blues, tutto chitarra elettrica e armonica in stile Eric Clapton/Paul Butterfield, traghetta le memorie dolci e spensierate di quando si era bambini. Le campane di un campanile ricordano all’uomo di oggi le divertenti scampanate di lui, piccolo chierichetto, che si aggrappava alle robuste corde, salendo e scendendo come in un’altalena. Ricordi di un tempo passato che, al di là dell’inevitabile malinconia, restituiscono piacevoli sensazioni.
Common Stories: un album da godere
Common Stories è un album breve, ma sorprendente. Le otto tracce uniscono con equilibrio il blues e le sonorità degli anni ’70, elaborando un tessuto sonoro decisamente apprezzabile. L’eccellente base ritmica eseguita da Marco Camia alla batteria e alle percussioni e da Federico Rubert al basso elettrico e al basso fretless raggiunge l’apice in brani come Winter Flowers e A Friend. Carlo Carena non presta soltanto la sua voce calda e roca ai messaggi dell’album, ma si destreggia con notevole padronanza tra pianoforte, organi e sintetizzatori. A proposito di sezione vocale, l’apporto di Sara Cappelletti è davvero di livello. I suoi cori a supporto della linea di canto e la sua splendida esecuzione in Common Stories contribuiscono in modo decisivo a portare il sound verso quei favolosi anni di liberazione musicale e di sperimentazione. Da rimarcare anche le parti solistiche. L’armonica di Ernesto Marzi ribadisce la centralità del blues, il sax di Alex Faraci è determinante nel traghettare il sound verso le sonorità che Carena stava cercando nel suo lavoro più sperimentale. Le splendide parti delle chitarre di Luca Grazioli, infine, sono insieme sintesi e profondità, robustezza e classe, in una produzione sicuramente ben curata. Un album sorprendente, da ascoltare e riascoltare per cogliere ogni singolo dettaglio.
Common Stories: le otto tracce
Dario Migliorini
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Bravissimo, complimenti
Vero, Giuseppe. Un album che mi ha davvero colpito molto. Qualità altissima