Dancing In The Dark è l’undicesima e penultima traccia dell’album Born In The USA (1984) di Bruce Springsteen. Ultima canzone scritta da Springsteen per il celebre best seller, Dancing In The Dark è stato il primo singolo estratto dall’album ed è a tutt’oggi il singolo di maggior successo commerciale di Springsteen. Un successo sostenuto anche da una nota videoclip, firmata niente meno che dal celebre regista Brian De Palma (Scarface, Gli Intoccabili, Carlito’s Way, Mission: Impossible, Black Dahlia). Un video live divenuto croce e delizia per i fan del Boss. Nonostante non appartenga al novero di canzoni di Born In The USA provenienti dal periodo di Nebraska, Dancing In The Dark si presta a una lettura molto vicina ai temi del capolavoro acustico del 1982. Tuttavia sembra più plausibile un’interpretazione alternativa, più legata alla situazione personale dello stesso Springsteen, che con la pubblicazione di The River e con il successo del tour di promozione dell’album del 1980 era ormai diventato una rockstar molto nota.

La notte per il giorno

Sul lato tematico Dancing In The Dark (leggi la traduzione qui) narra in prima persona la situazione di un uomo in forte crisi esistenziale e psicologica. Un uomo che ha stravolto la sua vita, scambiando la notte per il giorno, e che non sopporta più la propria immagine riflessa nello specchio. In suo soccorso l’uomo cerca una donna a cui si rivolge nel corso della canzone, una donna con cui lui sta già ballando nel buio ma dalla quale cerca una reazione. Reazione che deve provenire da un sentimento più profondo, che lui auspica possa condizionare positivamente tutta la sua esistenza, per evitare che i giorni trascorrano inutilmente a piangere sopra il proprio cuore spezzato e a preoccuparsi del proprio piccolo mondo che cade a pezzi. Una situazione a cui contribuisce non solo l’immobilismo del protagonista, ma anche un ambiente circostante che prova a sopprimerlo (“Stai per le strade di questa città e ti faranno a pezzi per bene, dicono che devi rimanere affamato, ehi tesoro, stanotte io sto proprio morendo di fame”).

Una canzone autobiografica?

In quest’ottica il protagonista di Dancing In The Dark non si discosta molto dai personaggi in piena sofferenza degli album precedenti e, in particolare, dalle figure disperate che emergono da alcuni episodi di Nebraska. Eppure è molto probabile, come sostenuto anche da molti commentatori e biografi, che la canzone abbia fortissimi riferimenti autobiografici. Springsteen stava infatti vivendo un momento di successo artistico già notevole, benché non ancora a livello planetario. Ma paradossalmente proprio quei momenti di soddisfazione si riversavano in fragilità e insicurezze sia dal punto di vista personale, sia dal punto di vista artistico. Sul lato personale Bruce non riusciva a indirizzare la propria vita, soprattutto quella sentimentale, verso un’agognata stabilità. Le sue relazioni erano state per lo più saltuarie e, anche quando più profonde, comunque terminate sotto i colpi delle sue insicurezze. Sul lato artistico Bruce sapeva di essere a un crocevia fondamentale della sua carriera, ma proprio per questo non riusciva a capire fino in fondo quale direzione imprimere al suo percorso. Se Nebraska, nella sua infinita e quasi inattesa bellezza, gli aveva anche consentito di prendere tempo, ora il nuovo album su cui stava lavorando con la E Street Band poteva sì portarlo in cima al mondo, ma anche fargli perdere la bussola della sua produzione artistica e il controllo sulla sua musica.

Jon e Steve

In questa fase fu fondamentale la doppia influenza che su Springsteen ebbero due personaggi rilevanti. Il problema è che queste due fonti di influenza navigarono in direzioni del tutto opposte. Da un lato Steve Van Zandt, suo fedele amico e chitarrista, consigliava a Bruce la realizzazione di un album rock fedele al sound della E Street Band sul sentiero già tracciato dai precedenti album, in particolare da The River (non a caso l’album in cui la presenza e l’influenza di Van Zandt fu più forte). Dall’altro la posizione di Jon Landau, il manager di Springsteen, che insisteva per un album più vicino alle sonorità pop-rock degli anni ’80. In questa discussione rientrò anche la scelta del primo singolo di lancio. Van Zandt preferiva No Surrender, canzone peraltro dedicata alla forte amicizia con i musicisti della band e in particolare allo stesso Steve, a cui Bruce sembra rivolgersi nel testo. Jon Landau, invece, insistette non poco con Bruce perché scrivesse un nuovo brano più accattivante da lanciare come singolo. Alla fine prevalse la linea di Landau, nonostante la ritrosia dello stesso Springsteen che, però, si narra abbia composto Dancing In The Dark in una sola notte. Benché la decisione di lasciare Springsteen e la band fosse probabilmente già maturata e motivata anche da aspirazioni da solista, è evidente che la scelta di Dancing In The Dark come singolo fu per il futuro Little Steven la conferma di aver perso la presa influente sulla produzione dell’amico e il segnale che le scelte artistiche di quest’ultimo prendessero strade diverse da quelle che lui prediligeva.

Questo fucile è a nolo

Si è molto dibattuto anche sul significato del ritornello. In particolare, se i primi due versi sono chiari e del tutto in linea col senso della canzone (ossia che serva una reazione per provocare un cambiamento), molto meno chiaro è il riferimento alla pistola che l’uomo può prendere o cedere a nolo. Un’interpretazione più letterale lascerebbe pensare a una situazione di sconforto tale che potrebbe portare a un crimine o ad un atto estremo. Se così fosse avremmo un legame molto diretto con alcuni personaggi di Nebraska, in primis i protagonisti della stessa canzone Nebraska e di Johnny 99. Persone che per nichilismo o per disperazione arrivano a compiere efferati crimini. Sembra però più probabile, ed è anche la mia linea interpretativa, che il riferimento all’arma da fuoco sia più metaforica. Ecco che la pistola a noleggio diventa la metafora di qualcosa che l’uomo o la coppia hanno a disposizione per farsi del male, ponendo fine alle proprie speranze di reazione. In questa visione troviamo una coppia che balla, cioè che si mette in gioco, ma che nel buio potrebbe perdersi. L’arma in tal caso non sarebbe altro che la rappresentazione del male che a volte le persone infliggono a loro stesse. Questa lettura, peraltro, riporta molto all’elemento autobiografico e potrebbe rappresentare il primo episodio nel quale Springsteen rivela, senza svelarlo esplicitamente in interviste o confidenze, il suo ormai noto e atavico malessere psichico. In realtà anche l’interpretazione più letterale potrebbe essere plausibile, se collegata alla situazione personale di Bruce. Il suo biografo e amico Dave Marsh, in un’intervista di anni fa, ha infatti rivelato che i primi forti sintomi di depressione di Bruce, risalenti proprio ai primi anni ’80, comprendessero anche paurose aspirazioni suicide.

Radici rock ed esigenze pop

Dancing In The Dark, dunque, è una canzone molto più complessa di quanto possa apparire al suo ascolto più immediato. Il suo testo così oscuro, infatti, è accompagnato da un brano rock molto accattivante, al quale Springsteen, su pressione di Jon Landau, ha abbinato sonorità decisamente pop, arricchendo in particolare gli arrangiamenti con un riff di sintetizzatori che detta il motivo principale del brano. Non è un caso che la canzone sia diventata un grandissimo successo commerciale. Proprio la scelta di inserire questi ingombranti sintetizzatori ha generato intorno a Dancing In The Dark una perenne discussione tra gli ammiratori di Bruce. Da un lato chi la adora e dall’altro chi la detesta. Ad acuire il dibattito anche la versione edulcorata e stracolma di suoni sintetizzati che Springsteen e la E Street Band hanno proposto nel corso del Born In The USA Tour. Forse proprio negli ultimi anni, dal momento che Springsteen ha deciso di riproporre dal vivo una versione di stampo maggiormente rock, con le chitarre in primissimo piano, la canzone è tornata ad essere gradita dalla maggior parte dei fan. Quale che sia il gradimento della canzone, a mio parere è davvero notevole l’assolo di sax di Clarence Clemons nel finale della canzone. Pur essendo meno d’impatto di altri, l’assolo unisce rock, soul e persino una punta di jazz in una linea melodica che sorprende.

Il video di De Palma fa discutere

Come se le scelte di produzione musicale di Springsteen e soci non rappresentassero già infuocati argomenti di discussione, a rendere tutto ancora più acceso ha pensato Brian De Palma con la videoclip live che il regista ha diretto e che ha accompagnato il lancio del singolo. Il video, in effetti, ha più di una caratteristica discutibile. Se da un lato i fan aspettavano da anni di poter ascoltare o vedere qualcosa di Springsteen dal vivo, che non fossero i tanti bootleg in circolazione, trovare un video live di Springsteen in cui lui cantava in playback e la band fingeva di suonare (Max Weinberg suonava con le cuffie per sentire la base pre-registrata) fu molto destabilizzante, soprattutto per i fan della prima ora. Peraltro nel finale uno Springsteen ben acconciato e tutt’altro che sudato portava sul palco un’attrice professionista messa lì dal regista allo scopo (l’ancora sconosciuta Courteney Cox) non deve aver propriamente migliorato la situazione. Certamente, dall’altro lato, chi approcciava la musica di Springsteen per la prima volta (e furono in tanti), con un orecchio più pronto alle produzioni patinate degli anni ’80 e ormai assuefatto alla logica del playback, fu molto attratto dalla comunque pregevole fattura del video e più in generale dall’impatto della canzone.

Tira tu le conclusioni

  • Conosci Dancing In The Dark di Bruce Springsteen?
  • Uno dei brani più noti e commerciali di Bruce accompagna un testo oscuro e molto probabilmente autobiografico. Cosa ne pensi?
  • Dancing In The Dark, come Glory Days, hanno videoclip live ufficiali in cui Springsteen canta in playback. Cosa pensi del playback?
  • L’utilizzo negli anni ’80 di strumenti sintetizzati da parte degli eroi rock anni ’70 (ad esempio la celebre Jump dei Van Halen). Come ti poni su questo tema?

Leggi anche: Thunder Road, Cover Me

 

Dario Migliorini

 

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