Breve ma molto intensa, Factory è la settima traccia dell’album Darkness On The Edge Of Town, celebre album di Bruce Springsteen del 1978. Come l’omologa seconda traccia del primo lato, Adam Raised A Cain, Factory è spiccatamente autobiografica e ha come soggetto Douglas, il padre di Bruce. Nonostante la sua rilevanza lirica, sembra che la canzone abbia a lungo rischiato di essere scartata dall’album, per poi eventualmente rientrare in quella nutrita schiera di piccole gemme incluse in Tracks, raccolta di inediti e outtakes pubblicata nel 1998. Per fortuna Springsteen ci ha ripensato. Factory, nella sua semplicità musicale da ballata folk-rock basata prevalentemente sulle parti di pianoforte e organo, è un brano fondamentale, specie perché forma una trilogia inerente i rapporti col padre che comprende, oltre alla già citata Adam Raised A Cain, anche Independence Day, scritta nello stesso periodo ma pubblicata nel successivo doppio disco The River (1980).

Un amore prondo e inespresso

Nella trilogia che potremmo definire “del vecchio Doug”, Factory (leggi la traduzione qui) occupa un posto particolare per la diversa angolatura dalla quale viene osservato il rapporto tra il padre e il figlio. Come in Adam Raised A Cain e in Independence Day il narratore è sempre il figlio e, ancora come in Adam Raised A Cain, è proprio il figlio a raccontare le vicende mentre le vive (in Independence Day, invece, il figlio parla direttamente al padre). Tra le altre due canzoni, tuttavia, c’è un legame diretto, in quanto le incomprensioni domestiche e lo scontro generazionale culmineranno con l’addio nel Giorno dell’Indipendenza. In Factory, invece, osserviamo l’amore compassionevole, forse inespresso ma profondo, di un figlio che vede il padre ammalarsi e invecchiare a causa del duro lavoro in fabbrica.

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Nella durezza c’è sentimento

La narrazione che Springsteen dona alla figura del figlio in Factory potrebbe apparire distaccata, perché non ci sono versi che esprimono affetto. Al contrario si potrebbe constatare un senso di indifferente osservazione della predestinazione in quel ripetuto “È vita di lavoro, solo vita di lavoro”. Ma a portare tutto su un livello più affettivo ci sono sia l’interpretazione canora di Bruce, dimessa e sofferente, sia un dettaglio apparentemente marginale: mentre nella prima e nell’ultima strofa il lavoratore è definito genericamente come man (un uomo), nella seconda strofa diventa my daddy. Non my father (mio padre) o my old man (il mio vecchio), ma my daddy, il mio papà.

Ciak, si gira!

Siete al cinema e stanno scorrendo i titoli di testa. Poi arriva la prima scena: lontano si sente il primo fischio di una fabbrica che richiama i lavoratori al loro dovere. Quel primo fischio è da anni la sveglia per un uomo che abita proprio vicino alla fabbrica. Lui si alza e si veste nel freddo del mattino. Solo, in una casa buia, mentre la moglie e i figli ancora dormono, l’uomo prepara il suo pranzo ed esce di casa. Non sappiamo ancora chi sia quell’uomo. La narrazione è distaccata e impersonale. Vediamo solo quelle poche azioni, senza conoscere il nome del protagonista e la sua situazione. Tutto ciò che sappiamo è che è un tizio che si alza molto presto, richiamato dal fischio della fabbrica, per andare a lavorare. Abbiamo visto tutto questo in pochi scarni versi di una canzone.

Oltre la rabbia c’è amore

La scena prosegue. L’uomo ha da poco varcato la soglia di ingresso di casa sua e sta attraversando sotto la pioggia una strada, forse un piazzale, e in lontananza si vedono i cancelli della fabbrica. Non lo vediamo da una telecamera che lo segue, ma dal punto di vista di qualcuno che è in casa. La telecamera si sposta su quella persona: è un ragazzo, il figlio dell’uomo che, come probabilmente altre mattine, si è alzato per osservare la scena. In quel momento cambia il livello di emotività nella narrazione. Il figlio non sta guardando un uomo qualsiasi, ma il suo papà. Forse il suo eroe. O semplicemente l’uomo che, grazie a quel suo sacrificio, mantiene lui e il resto della famiglia. Sa che il padre vive nella paura di ammalarsi e in un dolore già concreto. Sa che il rumore assordante di quei mostruosi macchinari gli sta rubando l’udito, ma sa anche che quella è la vita che suo padre ha accettato di vivere per poter dare sostentamento alla sua famiglia.

I titoli di coda

Al termine di questo splendido cortometraggio la scena torna impersonale. Mentre il figlio e il resto della famiglia attendono a casa il padre per la cena, al richiamo di un fischio di fabbrica che – anch’esso sfinito – non soffia più, ma urla e piange, vediamo l’uomo uscire da quegli stessi cancelli dove era entrato la mattina, ma ora la paura e il dolore si sono trasformati in senso di morte. Qualcosa che l’uomo mostra nel suo sguardo e che porterà a casa sua e nel suo letto. Quella sera, come in tante altre, nelle case residenziali degli operai intorno alla fabbrica qualcuno starà male. Sarà forse il turno di questo padre di famiglia o di qualcun altro, ma succederà.

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Solo vita di lavoro

“Eravamo prigionieri del nostro amore, un amore in catene” cantava Bruce in Adam Raised a Cain. Bene, questo amore riemerge in Factory negli occhi di quel ragazzo che osserva il deterioramento fisico e morale di un uomo che accetta quella vita come una predestinazione. L’elemento della pioggia ci accompagna in entrambe le canzoni. In Adam Raised A Cain il ragazzo è fuori sotto la pioggia, mentre il padre lo fronteggia stando sul ciglio della porta. In Factory si invertono i ruoli. Il ragazzo è sulla porta di casa e vede il padre andare al lavoro sotto la pioggia. Un ingresso, quello nella fabbrica, che sembra una condanna ai lavori forzati, un viaggio di sola andata all’inferno. La frase che chiude ogni strofa, nella sua semplicità, rende tutto il significato della canzone. “È lavoro, solo vita di lavoro”. Quella sorta di predestinazione a cui sono condannati gli uomini come il padre. Timbrare tutti i giorni in cartellino, andando incontro alla malattia e alla morte, ma portandosi a casa qualcosa per vivere. “È solo vita di lavoro” significa che cose tanto gravi come la malattia e la morte sono ridotte al rango della consuetudine e dell’inevitabilità. Sembra che la società ti costringa a un patto diabolico: “Vuoi avere il pane per sfamare la tua famiglia? Qui c’è la soluzione. Ma niente è gratis. Noi ti diamo la vita e tu ce la devi restituire.”

I PILASTRI DEL FOLK

Factory è una breve canzone che parte dalla tradizione folk e aggiunge i classici elementi da ballata rock acustica. Gli elementi distintivi, dal punto di vista musicale, sono due: il primo è la melodia, sorretta dalle quattro mani fatate di Danny Federici all’organo Hammond e di Roy Bittan al pianoforte. Un sodalizio il cui sound così peculiare è entrato a pieno diritto della storia della musica popolare. A loro Springsteen chiede anche di riempire con malinconica dolcezza l’intermezzo musicale prima dell’ultima strofa. Il secondo aspetto rimarchevole è la prestazione vocale dello stesso Springsteen, apparentemente piatta ma densa di significati. In quella voce Bruce riunisce gli echi del folk più tradizionale di Woody Guthrie, la pienezza dei toni bassi e profondi di Johnny Cash e la ruvida spontaneità di Bob Dylan. In questo modo la crudezza del messaggio si riempie della partecipazione emotiva del ragazzo Bruce verso le vicende lavorative e di salute del padre Doug. Significativa, sempre nell’ottica di arrangiare la musica in piena sintonia con il testo rappresentato, la scelta di Springsteen di chiudere la canzone non con urla di strazio (come invece in Adam Raised A Cain o Streets Of Fire), ma con un flebile ma emozionante vocalizzo a bocca chiusa.

Una genesi complessa

Come tante canzoni di Springsteen anche Factory ha avuto una genesi complessa, tra melodie e armonie che cambiavano di take in take su un testo scolpito nella roccia. Forse anche per questo Bruce è rimasto indeciso fino all’ultimo sull’inclusione della canzone in Darkness On The Edge Of Town. Da notare che, mentre le tribute band o altri cantanti, come Lucinda Williams, hanno proposto versioni di Factory che variavano dal blues al country rock, Springsteen ha invece mantenuto sempre la canzone nella sua versione originale anche dal vivo. Splendida la riproposizione nel live al Paramount Theatre, incluso nel cofanetto celebrativo di Darkness On The Edge Of Town.

Tira tu le conclusioni…

  • Conosci Factory e l’album Darkness On The Edge Of Town?
  • Leggi in sequenza i testi di Adam Raised A Cain, Factory e Independence Day. Senti il grande legame che c’è tra le tre canzoni?
  • Il lavoro, specie quello in fabbrica. I rischi e l’assuefazione a una situazione non soddisfacente e potenzialmente pericolosa. Cosa ne pensi?
  • Il rapporto con i genitori. I loro tempi, le loro necessità, il loro lavoro, mentre ci sono figli da crescere ed educare. Dammi il tuo contributo!

 

Dario Migliorini

 

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