Glory Days è la decima traccia dell’album Born In The USA (1984) di Bruce Springsteen. Grazie alla sua inconfondibile melodia e in particolare al suo riconoscibilissimo riff di chitarre e tastiere e al suo ritornello così facile da memorizzare, Glory Days è uno dei brani più conosciuti di Bruce Springsteen ed è stato ovviamente selezionato come uno dei sette singoli estratti dal celebre album del 1984. Va da sé che sia anche una canzone molto suonata dal vivo, anche se come vedremo meno di quello che ci si potrebbe aspettare. Avendo allora compiuto 35 anni, Springsteen sentì di non essere più solo un ragazzo di tanti sogni e belle speranze e decise di trattare la sensazione di diventare adulto e di invecchiare con un testo colmo di ironica malinconia, ma accompagnato da una canzone estremamente divertente e orecchiabile.

Giorni di gloria: così vicini, così lontani

Il testo di Glory Days (leggi qui la traduzione) è diviso in tre parti, tante quante sono le strofe. A narrare in prima persona è un uomo che, anche a causa di due incontri con persone che hanno fatto parte della sua adolescenza, si rende conto che il tempo passa inesorabile e che tanti dei sogni nel cassetto sono rimasti irrealizzati. Si potrebbe pensare che a narrare sia lo stesso Springsteen, ma in tal caso sarebbe singolare pensare che Bruce, proprio nel momento in cui stava vivendo i propri giorni di gloria, stesse cantando di un destino avverso che vedeva quei successi volare via nell’arco di un battito di ciglia. Sembra quasi che Bruce si sia posto su una dimensione diversa, come se volesse esorcizzare quel timore di vivere un momento di successo grandissimo, ma limitato nel tempo. Un timore che, come sappiamo, si è rivelato infondato, grazie al suo talento, ma anche alla tenacia e alla continuità che Bruce ha saputo dare al suo lavoro, sia come autore/compositore, sia come performer dal vivo.

Due incontri e le somme che si tirano

Nella prima strofa il protagonista, entrando in un locale, incontra casualmente un vecchio amico di scuola che sembrava avere il talento per diventare un grande campione di baseball. Un’aspirazione che non si è concretizzata, al punto che quell’uomo ora passa il tempo al bar, ricordando quei giorni giovanili di gloria e di speranze. Nel secondo episodio ancora il protagonista si reca a casa di una vecchia amica che ai tempi della scuola era davvero avvenente e faceva perdere la testa a tutti i ragazzi. Ora lei è una mamma, separata dal marito, e deve badare ai figli. Anche lei ricorda con malinconia quei giorni in cui sembrava tutto così “alto”, quasi che siano diventati un’ossessione. Così, a seguito di questi due incontri e volendo tirare le somme, l’uomo si rifugia in una sana bevuta al bar e, mentre pensa a quegli incontri, spera di non passare gli anni che gli restano da vivere solo rimuginando su quei luminosi anni della sua vita, che gli si ripresentano così spesso nei pensieri e nei racconti da diventare perfino noiosi.

Lo Springsteen più “anni ’80”

Glory Days è una ballata rock molto orecchiabile e ritmata, caratterizzata da un riff di chitarra che viene poi doppiato da una tastiera sintetizzata particolarmente squillante. Costruita sopra una struttura classica composta da intro e strofe intervallate dai ritornelli, la canzone non prevede assoli ma solo un breve inciso musicale nel quale Springsteen inserisce il mandolino di Steve Van Zandt, elemento che avvicina Glory Days alle coeve Darlington County e I’m Goin’ Down. A differenza di queste due, però, non interviene il sassofono per un assolo. Steve Van Zandt è protagonista anche nei cori, che esegue in controcanto alla voce di Bruce nei ritornelli. Soprattutto, lui che diventerà a breve Little Steven in uscita dalla E Street Band, interviene nei botta e risposta del finale della canzone, un elemento già di gusto “live” nella versione in studio (ne è conferma la scelta di girare la videoclip in stile live in un piccolo club) e che sarà un motivo di grandissimo impatto nelle performance dal vivo.

Tante ma non tantissime volte dal vivo

Nonostante, anche per i motivi appena detti, nell’immaginario comune dei fan springsteeniani Glory Days rientri nel novero delle canzoni a maggior resa dal vivo, il brano si piazza solo al ventesimo posto nella graduatoria delle canzoni più suonate in concerto da Springsteen con le sue circa 600 volte. Eppure, si ricordano performance strepitose della canzone, durate anche oltre i 10 minuti. Infatti sul finale, già scoppiettante nella versione in studio, Bruce portava i suoi musicisti in giro per il palco e giocava a duettare con il pubblico nei cori finali. La canzone è stata suonata comunque in tantissimi tour, con la totale esclusione solo nei tour acustici e in pochissimi altri.

Il monologo a San Siro 1985

Il timore – o almeno il senso – dell’invecchiamento doveva “disturbare” Springsteen già in età ancora molto verde e in qualche modo già si legava a Glory Days. Durante l’esecuzione della canzone, infatti, Bruce accennava al fatto che stesse invecchiando. All’inizio della canzone, a intensità musicale ancora contenuta, lui raccontava che quella era una canzone che parlava del diventare vecchi e diceva chiaramente che lui, a trentacinque anni, sentiva già di aver intrapreso quella strada. Lo diceva in modo divertito, quasi autoironico, e con l’occasione si faceva beffe di Clarence Clemons che, allora quarantaduenne, aveva ben sette anni più di lui. Ora Springsteen ha più del doppio dell’età di allora e nel recente tour ha ancora riproposto negli encore ancora Glory Days, una canzone che, al di là della notevole resa dal vivo, evidentemente continua a sentire un po’ sua anche nel significato. Quello di cui i suoi fan possono rallegrarsi è che Bruce non stia, come nella canzone, “seduto a cercare di ricatturare un po’ della gloria passata“, ma stia invece continuando a cercare di ottenere la gloria presente, calcando il palcoscenico.

Tira tu le conclusioni

  • Conosci Glory Days di Bruce Springsteen?
  • Uno dei brani più noti e commerciali di Bruce accompagna un testo malinconico e autorionico. Cosa ne pensi?
  • Glory Days, come Dancing In The Dark, hanno videoclip live ufficiali in cui Springsteen canta in playback. Cosa pensi del playback?
  • Il timore di invecchiare. Qualcosa di estremamente umano e naturale. Il tuo vissuto?

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Dario Migliorini

 

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