Recensione L.A. Garage Sessions ’83, Bruce Springsteen

di Dario Migliorini
Bruce Springsteen | Tracks 2 The Lost Albums

L.A. Garage Sessions ’83 è il primo dei sette lost albums che formano la raccolta Tracks II di Bruce Springsteen, pubblicata nel 2025. L’album prende il nome dalle sessioni di registrazione che Springsteen intraprese, accompagnato solamente dal tecnico del suono Mike Batlan, a Los Angeles nel 1983. Queste registrazioni vennero portate su nastro nell’improvvisata sala d’incisione che lo stesso Springsteen fece allestire in una delle stanze della casa che aveva affittato nella megalopoli californiana. Uno studio che chiamò Thrill Hill West, per contrapporlo a Thrill Hill (East), studio casalingo a Colts Neck nel New Jersey, dove aveva registrato Nebraska. Le registrazioni ebbero luogo da gennaio a marzo/aprile del 1983. Si sa, infatti, che a maggio di quell’anno Bruce era già tornato nel New Jersey per completarle, oltre che per tornare a lavorare sull’album Born In The U.S.A., temporaneamente accantonato per fare spazio a Nebraska. Da queste informazioni logistiche e cronologiche proviene il nome del primo lost album di Tracks II: L.A. Garage Sessions ’83. Un album che si compone di 18 canzoni, sulle quali Springsteen lavorò da polistrumentista, occupandosi anche degli arrangiamenti. Perfino i controcanti e le sezioni cori in L.A. Garage Sessions ’83 sono interamente curati ed eseguiti da Springsteen. Tutto questo si ricava dai credits ufficiali. Il dubbio che, al ritorno dalla California, in alcune canzoni misero mano anche Max Weinberg e Roy Bittan, rimane molto forte.

Bruce e Thrill Hill West

All’inizio del 1983, dopo la sorprendente pubblicazione di Nebraska, che spiazzò l’intero mondo musicale, Bruce Springsteen stava vivendo una situazione personale molto delicata. Un momento che aveva a che fare con la sua vulnerabilità mentale, perché in quell’epoca – scopriremo poi – era già preda di sintomi depressivi. D’altro canto, alla sua fragilità si sovrapponeva il nuovo status di rockstar. Uno status che, per sua stessa natura, ti stacca ancora di più i piedi da terra e rischia di aumentare la tua fragilità. Lui stesso, nell’introduzione ai Lost Albums, scrive che in quel periodo “provava ancora un po’ di ritrosia verso la fama“. The River aveva scalato le classifiche di vendita e per la prima volta un suo singolo, Hungry Heart, era entrato nella top-ten americana. Inoltre, dopo il tour di The River, in tanti già lo acclamarono come uno dei più grandi rock performer di sempre. L’uscita di Nebraska gli aveva consentito di soddisfare il bisogno più interiore di scrutare le ombre e l’oscurità dell’America e delle persone che la abitano, in primis di se stesso. Preoccupato di perdere con la fama il controllo di se stesso e della sua musica, ottenne un periodo di invisibilità. Niente interviste, niente tour, niente ospitate in altri concerti. Con Nebraska aveva anche potuto prendere tempo con la casa discografica e con il suo management per capire meglio quale avrebbe dovuto essere il passo successivo. Come racconta lo stesso Springsteen nel libro accompagnatorio di Tracks II, lui stesso non era ancora così convinto che il suo prossimo album sarebbe stato Born In The U.S.A.. Le canzoni di L.A. Garage Sessions ’83 nacquero in quel frangente. Bruce decise di cambiare aria per qualche tempo e di trasferirsi in solitudine a Los Angeles, dove fece allestire il suo secondo studio di registrazione casalingo, Thrill Hill West.

L.A. Garage Sessions ’83: un nuovo metodo

La registrazione di Nebraska aveva portato a Bruce una novità sul lato tecnico-musicale. L’artista sapeva ora di poter registrare musica in autonomia, sovraincidendo parti musicali e ottenendo un risultato di buona qualità. Così era nato Nebraska, ma in quel disco Bruce aveva lasciato fuori percussioni e sintetizzatori, perché cercava suoni più crudi ed essenziali. Nei mesi che trascorse a Los Angeles, invece, iniziò ad utilizzare il registratore multitraccia Teac 144 Portastudio nelle sue piene funzionalità. Quasi per gioco, si divertì a rivestire di arrangiamenti musicali completi alcune canzoni che aveva composto. Alcune erano già state scritte nel periodo di Nebraska, ma non erano entrate nella sua tracklist. Altre furono composte tra la fine del 1982 e l’inizio del 1983, proprio in quel periodo di agognata solitudine. Le canzoni delle L.A. Garage Sessions ’83 sono il risultato di quel periodo. Se Bruce le avesse preparate nell’idea di proporle in studio alla E Street Band o se invece le avesse registrate per pura sperimentazione, questo non è dato da sapersi. In realtà lo stesso Bruce ci dà oggi una spiegazione: quelle furono canzoni che, per tema o per genere musicale, non sentiva si adattassero all’idea che stava pian piano costruendo per il nuovo album. Ed essendo lui maniacale su questo aspetto di coerenza artistica, decise di lasciarle nel cassetto.

L.A. Garage Sessions ’83: 18 canzoni con suoni differenti…

Le 18 tracce del primo lost album possono esse grosso modo distinte in alcuni sottogruppi, benché in ordine sparso nella tracklist. Dal punto di vista musicale molte delle canzoni si appoggiano alla ballata folk e al folk-rock più tradizionale. Di queste soltanto una, Jim Deer è stata lasciata in una versione nuda alla Woody Guthrie. Molte altre canzoni, pur partendo da una base di composizione tipicamente folk o country-folk, hanno ricevuto un rivestimento poli-strumentale, tipico di una band. La base ritmica è ricavata da una drum machine, manovrata da Bruce in tandem con il tecnico Mike Batlan, e da un basso (a volte sostituito da una chitarra acustica sulle corde basse) suonato dallo stesso artista. A ornamento dell’armonia un organo, in alcuni episodi una chitarra a 12 corde o la chitarra elettrica. Molto spesso, poi, sono presenti controcanti, eseguiti dallo stesso Bruce in sovraincisione.

… e su temi differenti

Nonostante siano canzoni scritte grosso modo nello stesso periodo, i temi sono diversi. Due canzoni fanno riferimento diretto a Elvis Presley. Follow That Dream parte dal titolo e da alcuni versi di una vecchia canzone del Re del Rock’n’Roll. Johnny Bye-Bye, pur prendendo in prestito una vecchia idea di Chuck Berry, ricorda non senza amarezza e sarcasmo i giorni della morte e del funerale di Elvis. L’attenzione verso Elvis non fu casuale. Conoscendo la desolazione degli ultimi anni di vita del suo idolo giovanile, temeva con la fama di cadere nei suoi stessi errori e di incorrere nei suoi stessi problemi. Altre canzoni ruotano intorno alle vicende sentimentali di coppie, spesso inserite in ambiti familiari, come già avvenuto nell’album The River. Little Girl Like You e County Fair lo fanno con un tono meno drammatico. Altre canzoni, invece, affrontano il tema con un fondo costante di sofferenza. È il caso di Don’t Back Down On Our Love e della sua gemella diversa Black Mountain Ballad, ma anche di Seven Tears e Fugitive’s Dream (Ballad) (quest’ultima con un possibile, pesante senso di morte nel suo epilogo). Due canzoni, la già citata Jim Deer e Richfield Whistle sono prison songs, riportando a temi legati al rapporto degli uomini con la giustizia, già trattati in Nebraska e in Johnny 99. Sugarland narra le sventure di un agricoltore in tempi di crisi, collegandosi in questo modo alla contemporanea This Hard Land. Di una vicenda legata alle crisi economiche e di lavoro tratta anche la già nota My Hometown, qui nella sua versione primordiale, ambientata in Texas. Shut Out The Light, anch’essa già nota da tempo, verte sul ritorno di un reduce dalla guerra del Vietnam, tema su cui Springsteen sviluppò grandissima sensibilità in quel periodo.

L.A. Garage Sessions ’83: tra potenziali hit e psichedelia

Se Don’t Back Down fa un po’ storia a sé, sia per genere musicale che per tema, trattandosi di una canzone pop rock dalle grandi potenzialità commerciali, una grande novità arriva da un gruppo di canzoni nelle quali Springsteen perlustra un genere decisamente atipico. Un genere che, mettendo insieme effetti gonfi di chitarre elettriche e una particolare elaborazione sui sintetizzatori, si può definire un mix di psichedelia anni ’60 e post punk/new wave dei primi anni ’80. Tutto questo sorprende: Springsteen, da grande esponente del rock classico e del folk, non si era mai mostrato particolarmente vicino alla psichedelia. Inoltre, aveva amato il punk-rock, quello dei Clash in particolare, ma non aveva mai espresso particolare vicinanza ai generi che erano emersi dopo il punk in quei primi anni ’80. Canzoni come la versione rock di Fugitive’s Dream, One Love, The Klansman e Unsatisfied Heart formano questo gruppo. Canzoni non soltanto suggestive e sorprendenti, ma anche davvero ben arrangiate ed eseguite. Se Springsteen le suonò in totale solitudine, è eccezionale non soltanto la creatività, ma anche l’esecuzione. Se, al di là di ciò che dicono i credits ufficiali, qualche parte musicale fu completata con il supporto di altri musicisti al ritorno nel New Jersey, resta il risultato sorprendente di canzoni che si spostano con notevole qualità su terreni inesplorati. Colpisce in particolare lo studio e l’esecuzione che Bruce ha dedicato ai sintetizzatori. Unsatisfied Heart è la canzone che più di tutte raggiunge l’apice di quella sperimentazione.

 

Dario Migliorini

 

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Dario Migliorini

Mi presento… … sono Dario Migliorini, nato a Codogno nel 1971 e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio.Amo la musica: il mio riferimento assoluto è Bruce Springsteen. Lo seguo dal 1985, l’ho visto dal vivo più di venti volte (persino a New York) e da tanti anni mi appassionano in particolare i suoi testi. La sua poesia, dovrei dire.

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