Lonely Night In The Park è una outtake dell’album Born To Run (1975) di Bruce Springsteen. Si tratta di un brano rock, inciso a maggio 1975, che rimase fino all’ultimo nel novero delle canzoni che avrebbero potuto entrare nella tracklist definitiva dell’album. In realtà, Lonely Night In The Park è collegata a una querelle che si sollevò tra Springsteen e i co-produttori Jon Landau e Mike Appel. L’argomento fu proprio la lista di canzoni che sarebbero entrate in Born To Run (ne parlo poco più avanti). La E Street Band era ormai nella line-up che avrebbe accompagnato Springsteen nei tre leggendari tour di Born To Run, Darkness On The Edge Of Town e The River. Max Weinberg era già subentrato a Vini “Mad Dog” Lopez e alla meteora Ernest “Boom” Carter alla batteria. Roy Bittan aveva sostituito David Sancious al pianoforte e organo. Le sonorità e l’impianto ritmico del brano, del resto, attestano chiaramente quel passaggio, con lo sviluppo del celebre E Street Sound. Tuttavia, i credits della versione attuale di Lonely Night In The Park riportano anche Steven Van Zandt e Ron Aniello alle chitarre. Il primo, pur utilizzato sporadicamente in quelle sessioni, avrebbe teoricamente potuto essere presente. Il secondo certamente no. È quindi certo che Springsteen abbia rimesso mano alla vecchia registrazione, intervenendo insieme a Van Zandt e Aniello con qualche ritocco.
Lonely Night In The Park e la querelle Landau-Appel
Lonely Night In The Park girava negli studi di registrazione di Born To Run già nel 1974. Lo si desume dal fatto che Springsteen l’avesse catalogata tra le canzoni da registrare. Dapprima il titolo variava da Lonely Night At The Beach a semplicemente Lonely Night, poi arrivò il suo titolo definitivo. Secondo Mike Appel, allora ancora co-produttore e manager di Springsteen, tra luglio e agosto del 1975 furono molto accese le discussioni su quella che sarebbe stata la tracklist definitiva di Born To Run. Nel libro di cui è co-autore Down Thunder Road: The Making Of Bruce Springsteen, Appel sostiene che due canzoni, che verranno poi escluse, erano ancora in corsa per entrare nella lista finale. Una era Linda Let Me Be The One, che nella linea di Landau avrebbe dovuto sostituire Meeting Across The River. L’altra era proprio Lonely Night In The Park, che addirittura avrebbe potuto sostituire la title-track. Appel sostiene di essersi messo di traverso, al punto di rifiutarsi di firmare la produzione dell’album e di bloccare tutto. Detto che Springsteen e Landau non hanno mai confermato né confutato questa versione dei fatti, se la diamo per buona, emerge come la visione di Landau fosse di un album a maggiore spinta commerciale, con due buoni brani di più facile ascolto. Appel, al contrario, sostenendo due canzoni come Born To Run e Meeting Across The River, faceva decisamente prevalere un’esigenza artistica. La seconda, peraltro, stupendo brano a tinte jazz, era l’unico brano dell’album non suonato integralmente dalla E Street Band.
Una notte solitaria ad Asbury Park
Il testo di Lonely Night In The Park, che ha anche preso alcuni versi da una outtake precedente, intitolata Angel Baby, sembra strutturarsi su una parte illusoria e su un’altra parte di dura e noiosa realtà. Un ragazzo assiste a uno spettacolo di striptease e, almeno nei suoi miraggi, riesce a rimorchiare una delle spogliarelliste. Questo ci fa vedere Springsteen nella prima strofa, ma subito nel ritornello ci fa ritrovare il ragazzo solitario nel parco. Per inciso, è altamente probabile che il parco a cui Bruce fa riferimento non sia un qualsiasi parco cittadino ma, in senso più assoluto, la stessa cittadina di Asbury Park. Nel testo l’autore la definisce, non senza sarcasmo, Toyland, il paese dei balocchi, un posto dove all’apparenza si può giocare senza sosta e avere tutto ciò che si vuole. Un posto ingannevole che vale anche da conferma al carattere illusorio dei sogni erotici del ragazzo. Del resto, che la canzone sia ambientata proprio nella ormai celebre cittadina atlantica, lo si capisce da alcuni dettagli. Infatti, Bruce cita il boardwalk (la passeggiata sul lungomare), la ruota panoramica e il molo.
Nei luoghi springsteeniani
Non può mancare anche la spiaggia di Asbury Park, dove nella seconda strofa Bruce ci mostra il ragazzo e la spogliarellista che si apprestano a fare sesso. Una scena senza sentimento ma carica di sensualità, nella quale la ragazza prima corre scalza, poi getta a terra il ragazzo e lo seduce, strisciando sulla sabbia. È la stessa spiaggia in cui il protagonista di Backstreets dormiva con Terry. La stessa in cui il protagonista di 4th Of July, Asbury Park (Sandy) correva di notte con la figlia del suo ex capo. Una Asbury Park dalla quale quel ragazzo voleva fuggire (“questa vita da lungomare per me è finita. Sai, anche tu dovresti togliere le tende da qui“). Il ragazzo di Lonely Night In The Park ha più analogie con i ragazzi perduti che abitavano quelle spiagge. Ancora, infatti, proprio mentre viviamo una scena così sensuale, torna il ritornello a suggerirci che sia tutta un’illusione. Come quelle vissute dai ragazzi che, tra luna park e sale giochi, inseguivano le stupide ragazze di New York e le operaie in uscita dalle fabbriche in 4th Of July, Asbury Park (Sandy).
Lonely Night In The Park: sconfitto tra gli sconfitti
Da quel momento, tutto perde il colore rosso del fuoco della passione per assumere le tonalità grigie di una notte solitaria che attende di diventare mattina. Il giovane Springsteen, già notevolissimo paroliere, utilizza immagini poetiche per portarci nel desolante silenzio della notte di Asbury Park. Tutto chiude, mentre rimangono in strada soltanto i losers, i perdenti cantati nel finale di Thunder Road. I versi dello special sono davvero intensi: “E la passeggiata sul lungomare è molto tranquilla alle tre del mattino, il vento solitario trasuda vita nella ruota panoramica, per qualche motivo questa strada sembra così noiosa stasera, violentata e devastata, senza segreti da rivelare“. Altrettanto belle sono le sequenze con le quali Springsteen ci mostra il ragazzo nel finale della notte solitaria. Uno sconfitto tra gli sconfitti, tra chi vomita e chi tira tardi senza scopo. Anche il giovane protagonista prende atto del fallimento di quell’ennesima serata. Non torna a casa ma decide di fare due passi. In quei frangenti osserva i ragazzi fermi agli angoli delle strade. Come lui, anche loro vedono cambiare le luci della città, che da artificiali tornano naturali con il sopraggiungere dell’alba. È un crescendo di mesta bellezza che il giovane Bruce sa davvero cogliere nei versi, specie in quello conclusivo. A quei ragazzi perduti manca tutto tranne il tempo, considerando il loro nulla da un lato, ma la loro giovane età dall’altro.
Lonely Night In The Park: in pieno E Street Sound
Lonely Night In The Park, come spesso succede con la musica di Springsteen e in particolare con le sue outtakes, ha antenati e discendenti. Ballata rock a tempo vivace costruita su un giro armonico di chitarre elettriche, la canzone pesca indietro da brani come For You (specie nel finale dell’ultima strofa) e Thundercrack e sfocia in pezzi successivi come Rendezvous e I Wanna Be With You. Nel solco del sound che Springsteen stava costruendo con l’arrivo di Weinberg alla batteria e Bittan al pianoforte, troviamo anche in questa outtake la forza e il carattere di una grande band. La ritmica si basa non soltanto sulla potenza dei polsi e dei bicipiti di Mighty Max, ma anche sulla classe cristallina del sempre sottovalutato Garry Tallent, davvero bravo nei suoi viaggi sul manico a quattro corde. Non ha bisogno di parole il connubio musicale fra il pianoforte di Bittan e l’organo Hammond di Danny Federici. Massicce le chitarre elettriche, sicuramente suonate da Springsteen allora ma integrate da alcuni aggiustamenti, apportati oggi da Steven Van Zandt e Ron Aniello. Sorprende l’assenza del sassofono di Clarence Clemons in un pezzo dove avrebbe potuto attecchire perfettamente.
Un semilavorato di allora oggi si svela
La take ora pubblicata, pur essendo suonata a piena strumentazione e incisa con la qualità di un brano definitivo, in realtà era probabilmente una take di passaggio, mentre i produttori discutevano se inserirla o meno nell’album. Lo si intuisce, intanto, dal fatto che Springsteen, Landau e Aniello abbiano ritenuto di intervenire sulla registrazione di allora con l’integrazione di alcune sovraincisioni. Ma anche il canto di Bruce, benché a pieni polmoni, sembra ancora provvisorio. Si ha l’impressione, in particolare, che Bruce stia cercando un timbro adatto, alternando il suo canto più roco e graffiato a momenti di canto più pulito, quasi tenorile, che succede nei secondi versi di ogni strofa, in corrispondenza delle escursioni sulle ottave più alte. Infine, ci sono due altre particolarità: all’inizio della seconda strofa, in chiusura del primo verso, Bruce sembra abbozzare una risata, che però contiene sul nascere. E poi, nello special, ad un tratto Bruce va su un timbro di voce quasi baritonale, come se volesse imitare la voce di Clarence Clemons. In ogni caso, nel complesso ne risulta un brano accattivante, senza particolari elementi di virtuosismo ma divertente e orecchiabile come una potenziale hit. Giusto – questo è assodato – che non abbia sostituito canzoni epiche come la title-track e Meeting Across The River. Nello stesso tempo soltanto artisti assoluti come Springsteen possono davvero permettersi di scartare e lasciare mezzo secolo nel cassetto canzoni come questa.
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