Recensione Shut Out The Light, Bruce Springsteen
Bruce Springsteen | Tracks 2 The Lost Albums
Shut Out The Light è la diciassettesima traccia dell’album L.A. Garage Sessions ’83, il primo disco di Tracks II – The Lost Albums di Bruce Springsteen. Si tratta di una delle canzoni delle sessioni californiane del 1983 già ampiamente note al pubblico e agli addetti ai lavori. Shut Out The Light, in particolare, è stata il lato B del singolo Born In The U.S.A. (con la quale condivide il tema del ritorno a casa dei reduci della Guerra del Vietnam). È stata poi inserita nella tracklist della prima raccolta Tracks (1998). Tuttavia, questi riferimenti riguardano l’unica versione ufficiale che si conosceva finora, quella registrata nella primavera del 1983 quando Bruce era tornato nel New Jersey. La versione ora inclusa in L.A. Garage Sessions ’83 diventa così la seconda ufficialmente pubblicata, ma è paradossalmente antecedente all’altra, appartenendo alle sessioni californiane del Gennaio di quell’anno.
Shut Out The Light: tra i testi più belli
Il testo di Shut Out The Light è un nitido esempio dello spessore lirico di Bruce Springsteen. Versi che rendono lampanti le sue qualità di storyteller, insieme alla sua straordinaria capacità di descrizione di azioni e immagini. Una scrittura cinematografica che avvicina molto Springsteen ad alcuni registi dell’epoca, primi fra tutti Martin Scorsese e Micheal Cimino. Qualcuno ha rivisto nei versi che descrivono il ragazzo steso e insonne vicino alla moglie una scena tratta proprio da Il Cacciatore di Cimino, interpretata da Robert De Niro e Meryl Streep. Il testo di Shut Out The Light mostra anche l’abilità di Springsteen a nascondere il tema che sottende la storia del protagonista, in modo da lasciare all’ascoltatore la più libera interpretazione. In realtà, sappiamo bene che Shut Out The Light è una canzone sul difficile ritorno in patria di un reduce della Guerra del Vietnam. Il brano è stato ispirato, come anche Born in the U.S.A., dalla lettura del romanzo Nato il 4 Luglio di Ron Kovic e dai successivi incontri di Bruce con l’autore ed ex-reduce. Ma la cosa stupefacente è che, se questo tema non ci fosse stato raccontato dalla diffusa letteratura su Springsteen, potremmo anche non capirlo. Potrebbe trattarsi di un uomo che è stato a lungo lontano da casa, in un’esperienza di vita negativa che gli ha generato paure e insonnia. Un uomo uscito di prigione, ad esempio. Oppure un uomo che ha svolto lavori particolarmente duri in ambienti impervi, come un minatore. Niente ci suggerisce che possa trattarsi di un reduce di guerra.
Shut Out The Light: la vicenda del soldato Johnny
La maestria di Springsteen in questa canzone si riscontra anche nella sequenza delle fasi di ritorno in patria del giovane Johnny. Peraltro, va notato che la versione di Tracks II ha due strofe in più della versione inclusa nella prima raccolta Tracks (nella traduzione ho inserito in corsivo le due strofe in più per distinguerle dal testo comune alle due versioni). All’inizio troviamo il ragazzo che, lasciato l’aeroporto, non va subito a casa ma si ferma in un bar a bere qualcosa. Lungi dal festeggiare il suo ritorno con gli amici, si isola in un angolo buio del bar. Bruce in questo modo ci offre già qualche indizio sullo stato mentale del giovane. Intanto, ci mostra la moglie di Johnny che prepara l’accoglienza più intima. Lascia i figli alla nonna, si fa sexy in vista di una notte che spera si accenda di sentimento e di sesso. Ma lui è totalmente bloccato, irretito da incubi e paure, e in piena notte è ancora sveglio a guardare il soffitto.
La solitudine e il buio
Il giorno dopo, nel giardino di casa, si tiene la festa di
homecoming, organizzata da genitori e parenti. Della festa vediamo che gli amici lucidano la moto di Johnny per fargliela ritrovare pronta
(Bruce riprenderà la stessa scena anni dopo in
Gipsy Biker). Sentiamo l’affetto della madre e le rassicuranti prospettive delineate dal padre sul ritorno al lavoro di Johnny. Ma sono momenti che svaniscono nelle paure del ragazzo, che invoca la mamma (in gergo americano potrebbe anche trattarsi della moglie stessa) perché non spenga la luce. Il buio lo riporterebbe in quei posti lontani, forieri di tenebrosi ricordi. Nei giorni successivi Johnny si nasconde in solitudine in una stanza della casa. Infine, lo ritroviamo, ancora solo, tra i boschi del Maryland. In uno splendido finale il ragazzo entra nell’acqua di un fiume oscuro e ignoto mentre piove. Rimane in piedi nella corrente, ricordando i posti dove è stato. Il Maryland come il Vietnam: foreste, pioggia, oscurità. Nell’ultima strofa, presente soltanto nella versione di
Tracks II, quando è ormai sera inoltrata, Johnny si ritrova l’acqua al petto e non più ai piedi. La lettura più probabile di questa scena è che Johnny si prepari al suicidio. È un destino che purtroppo ha accomunato non pochi veterani di ritorno dal Vietnam. È un finale che non vediamo, cosa che lascia aperta anche un’ipotesi meno tragica. Può essere che Johnny stia simulando l’attraversamento di un fiume, ripetendo una delle frequenti azioni di guerra in Vietnam. In ogni caso, il fatto che
Springsteen decise di escludere quest’ultima strofa nella versione definitiva mostra la sua volontà di lasciare il finale ancora più aperto verso ogni epilogo della storia.
Shut Out The Light: da L.A. al New Jersey
Le due alternative di versioni ufficiali di Shut Out The Light hanno molti aspetti simili ma anche qualche rilevante differenza. La versione inclusa in Tracks II, registrata agli albori del 1983 a Los Angeles, mostra già gran parte della struttura che sarà poi anche della seconda versione. Una chitarra che batte sulle corde alte detta il ritmo, insieme a percussioni che si sentono appena. Sopra una chitarra a 12 corde in arpeggio completa un sound che rimane relativamente scarno. Nella versione californiana ci sono già gli splendidi cori a tre voci. È una notizia non secondaria, perché ci conferma che quei cori furono studiati ed eseguiti dallo stesso Springsteen in solitudine. La seconda versione, quella già inclusa in Tracks, ha una durata inferiore di circa mezzo minuto, soprattutto perché, come detto, mancano due strofe a cui Springsteen rinunciò. Ma questa versione ha due elementi in più, al di là di qualche ritocco sui livelli di volume delle chitarre. Intanto il violino, una parte che, si ritiene, fu assegnata nelle successive registrazioni del New Jersey a Soozie Tyrell. Se così fosse, sarebbe quella la prima ufficiale collaborazione tra la violinista nata in Italia e Bruce Springsteen. L’altra differenza sta nel finale. Infatti, mentre nella versione delle L.A. Garage Sessions ’83 il finale con l’armonica è lasciato sfumare sul nascere, nella versione definitiva è mantenuto in un giro completo e con una chiusura non sfumata. Ma soprattutto è un finale in cui armonica e violino si intrecciano in un sound che avvicina la canzone a sonorità più country.
Dario Migliorini
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