Streets Of Minneapolis è una canzone pubblicata da Bruce Springsteen nel gennaio 2026. Scritta, arrangiata e registrata in pochi giorni, Streets Of Minneapolis è la dura presa di posizione in musica contro l’intervento armato dell’Immigration and Customs Enforcement (I.C.E.), una sorta di forza armata federale supplementare dedicata al controllo dell’immigrazione, nella città di Minneapolis. Un intervento armato voluto dal Presidente americano Donald Trump nell’intento di scovare l’immigrazione illegale che, però, sta assumendo un profilo diverso, decisamente peggiore. Una nuova caccia alle streghe tesa a colpire non tanto l’illegalità, ma l’immigrazione in quanto tale. Un’azione che, intanto, ha causato la morte di due nuove vite umane innocenti e, con loro, di due vittime gigantesche: la libertà e la democrazia. Questa nuova canzone non è una novità per ciò che riguarda l’opera di Springsteen sul tema politico e sociale. Ma Streets Of Minneapolis, per il suo testo diretto e rabbioso, diventa senza dubbio la più esplicita canzone-manifesto mai scritta dal grande artista americano.
Streets Of Minneapolis: l’antefatto
Minneapolis, capitale del Minnesota, è stata teatro di un cruento intervento da parte dell’I.C.E., culminato con due uccisioni di civili. Va precisato che il secondo è stato causato da una forza parallela all’I.C.E., la U.S. Border Patrol, ma il succo non cambia. Il primo assassinio è avvenuto ai danni di Renée Good. La trentasettenne scrittrice e poetessa, madre di tre figli, è stata uccisa il 7 gennaio 2026. La seconda vittima di Stato è Alex Pretti, anch’egli trentasettenne, un infermiere di terapia intensiva che come tanti cittadini di Minneapolis si era attivato per riprendere le azioni dell’I.C.E. con lo smartphone. Nella città americana, infatti, molti attivisti, ma anche comuni cittadini, si sono organizzati per riprendere gli interventi violenti dell’I.C.E., dando vita a un movimento spontaneo, denominato legal observers, gli osservatori legali. Oltre alle riprese con gli smartphone, questi gruppi di cittadini hanno adottato il sistema dei fischietti (a cui fa riferimento Springsteen nella canzone), utilizzati per avvisare il vicinato quando erano in arrivo le forze federali. Tornando a Pretti, è stato appurato che l’uomo fosse armato, ma che avesse un regolare porto d’armi e che non stesse maneggiando l’arma al momento dell’aggressione.
Le precedenti protest songs di Springsteen
Le canzoni a sfondo sociale e politico non sono certamente una novità per Springsteen. Tra le tante, alcune di esse hanno già trasportato messaggi forti di denuncia. Cito Nebraska e Johnny 99, che considerano il fallimento del sistema socio-economico e giudiziario americano. Cito The Ghost Of Tom Joad e Youngstown che ancora evidenziano le ingiustizie di un’America iniqua verso i propri figli. Nomino Born In The U.S.A. e la sua denuncia del maltrattamento di una nazione verso i veterani tornati dalla guerra. Devils & Dust, Gipsy Biker, Last To Die e The Wall cantano dell’assurdità assassina di ogni guerra. Infine Easy Money, Shackled And Drawn, Death To My Hometown e Jack Of All Trades sono atti d’accusa verso un sistema economico e finanziario che ingrassa le proprie pance a scapito della povera gente. Tutte canzoni in cui Springsteen, raccontando storie, ponendo domande e cercando risposte, ha indotto chi lo ascolta ad affrontare questi temi, senza però mai attaccare direttamente i primi responsabili di questi fallimenti istituzionali.
Streets Of Minneapolis: verso l’accusa diretta
Altre canzoni di Springsteen più si avvicinano al senso di Streets Of Minneapolis. Mi riferisco in particolare a Magic, Rainmaker, House Of A Thousand Guitars e American Skin (41 Shots). Di quest’ultima parlo più avanti. Le altre tre canzoni contengono testi di accusa diretta alla massima carica statunitense, ma è un’accusa ancora parzialmente velata dalle metafore e da altre figure retoriche. Magic puntava il dito, senza citarlo, contro George W. Bush Jr, dipinto come un abile prestigiatore che manipola e mistifica la realtà. Le altre due, entrambe tratte dall’album Letter To You, si scagliavano contro Donald Trump, ancora senza mai citarlo. Il tycoon, allora al suo primo mandato, era descritto in Rainmaker come il viscido uomo della pioggia che la gente scambia per un salvatore quando i tempi si fanno duri. In House Of A Thousand Guitars Bruce cantava di un “pagliaccio criminale” che “ruba ciò che non potrà mai avere“. Ma ancora, in queste canzoni Springsteen aveva attaccato i suoi bersagli mediante le metafore e il suo inestimabile genio lirico.
Streets of Minneapolis: niente più veli
Ciò che invece distingue la nuova canzone da tutte quelle citate è che Springsteen non vela più i nomi delle persone verso cui punta il suo pesante dito indice. Trump, citato due volte e definito non presidente, bensì ironicamente re, è sostanzialmente indicato come il mandante del terrore di Stato, ottenuto grazie a quello che Bruce definisce un esercito privato. Un re evidentemente assolutista, autoritario, sprezzante verso parte del suo popolo. Springsteen, inoltre, non manca di citare anche due dei principali consiglieri (o dovremmo dire cortigiani) di Re Donald: Stephen Miller, attuale vice capo di gabinetto della Casa Bianca, e Kristi Noem, attuale Segretario di Stato per la Sicurezza Nazionale.
Minneapolis: Bruce è sul campo
Alle citazioni dirette del tycoon e dei suoi consiglieri si affianca uno stile narrativo molto improntato sui fatti accaduti, che ricorda quello dei coraggiosi reporter che si portano sul campo di battaglia o di scontro. Ma Bruce non si limita ad assumere il ruolo di cronista, di testimone visivo, ma anche la veste dell’accusatore. Quasi che, assistendo ai fatti di Minneapolis, si unisca alla protesta della gente e ne diventi un portavoce. La canzone diventa un j’accuse così diretto da essere un unicum nella sua intera carriera. Tutto questo a un’età, 76 anni, nella quale è più frequente vedere artisti e attivisti ritirarsi, lasciando che sia qualcun altro a esporsi e a continuare la lotta.
Da Diallo a Good e Pretti
L’accostamento con American Skin (41 Shots) è inevitabile. Anche in questa canzone Springsteen cantava della brutale aggressione mortale di un ragazzo (Amadou Diallo) per opera delle forze di Polizia. Ci sono però differenze sostanziali, sia nei fatti di cronaca, sia nella reazione dello stesso Springsteen. L’uccisione di Diallo, per quanto deprecabile, era avvenuta in un frangente fortuito. Il ragazzo era stato fermato dalla Polizia e la reazione degli agenti, per quanto assurda, era stata causata dalla paura e dall’impreparazione ad affrontare situazioni di tale tensione emotiva. La stessa reazione in musica di Bruce, nonostante l’evidente intento di denuncia, verteva sull’amara, improvvisa consapevolezza che si possa morire in quel modo per le strade americane. La seconda strofa di quella canzone, nella quale Springsteen ci mostra una giovane mamma che raccomanda al proprio figlio di essere sempre gentile con le forze dell’ordine, di non scappare e di tenere sempre le mani in vista, prende in considerazione che bisogna in tutti i modi evitare quella paura, quella tensione. L’accusa di Bruce non era tanto rivolta al ruolo della Polizia in sé nello svolgimento delle proprie funzioni. L’accusa affondava nella brutalità del gesto: un’uccisione inutile e ingiustificata, per di più perpetrata con un’inumana raffica di 41 colpi.
Streets Of Minneapolis: l’intenzionalità liberticida
I fatti di Minneapolis, al contrario, sembrano più marcatamente la diretta conseguenza di un’azione intenzionale o, quantomeno, di una precisa linea d’intervento. Se l’agente I.C.E., addestrato per colpire senza lasciare spazio ad alcuna possibilità di confronto o di reazione, percepisce un atteggiamento che si discosta dalla completa sottomissione della “controparte”, può aprire il fuoco fino a uccidere. Se così è, sapere che quelle forze armate siano state inviate direttamente dall’Amministrazione Trump porta inevitabilmente a teorizzare il terrore di Stato e denunciare il chiaro intento liberticida. Questo ha portato Springsteen a scrivere e pubblicare qualcosa di estremamente diverso da American Skin (41 Shots) e da qualsiasi altra canzone di protesta scritta in precedenza. Streets Of Minneapolis è, in tutto e per tutto, un manifesto di denuncia politica, un j’accuse senza precedenti, non soltanto nella carriera di Springsteen, ma anche nella storia del rock.
Una ballata rock con influenze folk e gospel
Una canzone come Streets Of Minneapolis, per l’impeto e la rilevanza del suo messaggio, porta decisamente in secondo piano l’aspetto prettamente musicale. Funziona così nelle canzoni-manifesto: l’aspetto musicale non deve assumere un rilievo centrale. Ciò che è più importante è che il messaggio arrivi diretto al cuore e al cervello di chi ascolta. Così Springsteen scrive un’ordinaria ballata rock con richiami folk e gospel, peraltro con un motivo musicale già sentito, anche in altre sue canzoni. Una melodia facilmente memorizzabile, sonorità che piacciono a qualsiasi orecchio, un ritornello che possa rappresentare un inno da far cantare alle folle. Una canzone con questo intento così doveva essere e così è: nessuna esigenza artistica, soltanto tanta passione e tanto coinvolgimento, con un enorme effetto di trascinamento delle masse.
Springsteen, Aniello e le voci
L’urgenza di pubblicazione ha portato Springsteen a non coinvolgere la E Street Band, ma ad adottare uno schema già collaudato in alcuni degli ultimi album ufficiali e nella raccolta di inediti Tracks II, di recente pubblicazione. Il lavoro di arrangiamento e di esecuzione è realizzato a quattro mani con il polistrumentista e produttore Ron Aniello. Springsteen e Aniello si dividono tra batteria, basso, chitarre, pianoforte e hammond. Bruce suona ovviamente anche l’armonica a bocca, che interviene nell’assolo centrale. La sua voce, invece, è accompagnata da un gruppo di coristi ormai di casa nello studio domestico del musicista. Oltre alla moglie di Bruce, Patti Scialfa, eseguono i notevoli cori a più voci Curtis King Jr, Lisa Lowell, Michelle Moore e Ada Dyer.
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