The Aztec Dance è la quarta traccia dell’album Inyo, il quinto dei sette Lost Albums rientranti nella raccolta di inediti Tracks II di Bruce Springsteen. The Aztec Dance si regge su un arpeggio di chitarra acustica e sviluppa sonorità diverse dalle canzoni che l’hanno preceduta nell’album. Infatti, mentre in Inyo e Indian Town c’è il violino a impreziosire il sound e in Adelita entra in gioco l’orchestrazione mariachi, questa canzone ricorre ai sintetizzatori per creare un tappeto sonoro che dilata le armonie. In ultimo, poi, interviene un delicatissimo pianoforte che, insieme alla chitarra acustica e ai sintetizzatori, richiama brani che Springsteen inciderà più avanti, benché fossero noti prima di The Aztec Dance. Mi riferisco, in particolare, a The Last Carnival e The Wrestler, che chiudono l’album Working On A Dream (2009). In sintesi, dal punto di vista musicale, The Aztec Dance è molto in linea con il sound generale del “gemello famoso” di Inyo, The Ghost Of Tom Joad. Sonorità delicate e soffuse, ma arrangiamenti con una discreta dinamica crescente.
The Aztec Dance: la fine del popolo azteco
Con The Aztec Dance, Springsteen conferma la volontà di narrare racconti basati su vicende storiche reali. La differenza da casi precedenti come Inyo e Adelita, nei quali gli stessi protagonisti, benché di fantasia, fossero parte centrale delle vicende storiche reali, in questo a caso Bruce utilizza un diverso stratagemma narrativo. Infatti la storia a cui fa riferimento, quella che ha portato gli Spagnoli a distruggere la rigogliosa civiltà azteca in quello che oggi è il Messico, è raccontata da una madre di origine azteche alla propria giovane figlia. La vicenda alla base di questa canzone è quella che, nei primi decenni del 1500, portò i conquistadores spagnoli, capitanati da Hernàn Cortéz, a sterminare il popolo azteco e a cacciare dalle proprie terre i sopravvissuti.
Cortéz scambiato per un Dio
Servendosi della bocca di questa madre di origine azteca, Springsteen fa preciso riferimento a un dettaglio storico, tramandato dagli spagnoli ma, in realtà messo in discussione dagli storici. Il racconto che tramandarono gli Spagnoli narrava che il re azteco Montezuma vide l’arrivo di Hernàn Cortéz come il ritorno di Quetzalcoatl, il Dio serpente che gli Aztechi veneravano. L’astuto Cortéz, forte di questa venerazione nei suoi confronti, riuscì a penetrare senza fatica nella civiltà azteca per poi conquistarla e annientarla. Per questo motivo, Springsteen scrive: “Cortéz arrivò con la maledizione della fortuna e della fede negli occhi… Quetzalcoatl venne a incatenare il signore del nostro mondo.” In realtà, gli storici sono più propensi a pensare che gli Aztechi, in quanto popolo pacifico, accolse gli Spagnoli in pace e, soltanto una volta aggrediti, tentò invano di divendersi.
La derisione degli eredi di una civiltà gloriosa
La giovane madre racconta alla figlia la storia del loro popolo su specifica richiesta della giovane. Mentre insieme camminano per le strade di San José in California, la ragazza si chiede perché il popolo messicano di origine azteca venga denigrato con termini quali greasers e wetback. Termini offensivi che gli Americani utilizzano per indicare la loro etnia. Non esistono traduzioni precise di questi due termini: li ho tradotti nel modo in cui spesso sentiamo gli Americani chiamare in messicani nei film: sporchi teppisti e mangia-fagioli. Springsteen utilizza così uno stratagemma molto efficace: mette nelle parole di una ragazza innocente qualcosa che è obiettivamente inspiegabile, ma profondamente ingiusto. Diventa così evidente il divario tra lo spendore dell’antica civiltà azteca e la povertà persino beffeggiata dei suoi discendenti.
The Aztec Dance: la bellezza di una civiltà in una ragazza che danza
Il colpo di classe dello storyteller Springsteen è svelato all’inizio della canzone e si perfeziona nel suo epilogo. La ragazza è una ballerina di danze popolari azteche e nella palestra di San Josè esegue un saggio di questa danza, insieme ad altri ragazzi. Resta quindi la bellezza di un’intera civiltà in una danza che è sopravvissuta. Ancor più emozionanti sono le parole che Bruce assegna in chiusura alla madre. “Le città morte, lasciate andare in rovina, piangono lacrime amare in un altro mondo, ma qui in questo mondo, figlia mia, hanno te”. Sono l’amore di una mamma e la dignità di una donna a fondersi nell’orgoglio di aver messo al mondo una ragazza che potrà continuare a tramandare i valori e la bellezza delle tradizioni di antichi popoli piegati, ma mai finiti.
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