The Lost Charro è la quinta traccia dell’album Inyo, il quinto dei sette Lost Albums rientranti nella raccolta di inediti Tracks II di Bruce Springsteen. Nell’ambito di questo album, The Lost Charro è, dopo Adelita, la seconda canzone nel genere mariachi, la tipica musica della tradizione musicana che impiega, oltre agli archi e ai fiati, anche alcuni strumenti tipici come el guitarròn, la guitarra vihuela e l’arpa. Introdotta da una splendida parte di violino, la canzone è una dolce ballata ad andamento moderato che traghetta una storia in cui il Messico, oltre a essere il punto di partenza, è anche il desiderato punto di arrivo, meglio… di ritorno. Il protagonista di The Lost Charro è appunto un giovane charro, un cowboy messicano, che ha perduto la sua terra e il suo amore, emigrando per necessità economiche. Spera, un giorno, di poter tornare.
The Lost Charro: il lavoro come seconda pelle
In effetti, dal testo di The Lost Charro si intuisce che il giovane, un ragazzo cresciuto in un allevamento dove si portavano al pascolo le mandrie, ha dovuto emigrare a nord, prima a Santa Clara in California, poi addirittura in Ontario nel Canada per lavorare e sopravvivere. Lavori duri nei campi, insieme ai campesinos fuggiti dal Messico in cerca di fortuna. Da emigrato, il giovane prova nostalgia per la sua terra, dove svolgeva un attività che amava. I messicani sono per tradizione i cowboy della prima ora, coloro che hanno introdotto uno strumento come il lazo, le tecniche di gestione delle mandrie come la terna (l’accerchiamento del toro di tre charros) e il pial (la tecnica di imprigionamento delle zampe posteriori del toro con il lazo). Sono tecniche che Springsteen cita nel testo, a sostegno della verità per cui chi nasce charro lo sarà per sempre. Per questo il giovane ricorda quando, nella gestione delle mandrie, sentiva il caldo uscire dalla terra e scaldare la sua sella e quando al tramonto riportavano le mandrie nelle stalle.
The Lost Charro: la poesia più romantica
Al rimpianto per il suo lavoro si unisce la mancanza di ciò che amava più di tutto: la donna dalla pelle scura e dalle trecce nere che amava teneramente. Lei era forte e lo proteggeva con il suo amore, per questo la chiama madrina in questa sorta di lettera che le invia da così lontano. Un appellativo che non ha nulla anche vedere con la figura religiosa, ma è in senso figurato una persona forte e protettiva, una figura importante per la vita di un’altra persona (non è un caso che anche la fata buona nelle favole venga definita godmother dagli anglofoni). Del resto, che si tratti di una donna con cui il protagonista ha una relazione amorosa lo si intuisce fin dai primi versi. “Madrina, quando morirò… se senti un’ombra, un’ombra che ti tocca le labbra saranno i baci del tuo charro“, canta Bruce, che poi conferma questo slancio poetico nella seconda strofa. L’uomo sogna di rivedere la donna con i capelli sciolti, mentre danza nel suo “vestito orlato d’oro come un coro di giovani ragazze“. E nonostante sia in principio che nel finale l’uomo cita l’eventualità della sua morte, in realtà promette alla sua amata che, presto o tardi, tornerà.
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