The Promised Land è una delle tante gemme preziose ricomprese dell’album Darkness On The Edge Of Town di Bruce Springsteen. Quando scrisse le canzoni per il grande disco del 1978, Springsteen aveva l’età in cui ci si rende conto che i voli pindarici della gioventù verso una metaforica terra promessa (appunto The Promised Land) sono spesso ingannevoli. In quel periodo era rimasto imprigionato nella matassa ingarbugliata del suo contratto capestro con Mike Appel, ma cercava strenuamente di uscirne. Capì che la sua vita, come quella della gente comune, era più problematica di quanto aveva cantato tre anni prima in Born To Run. Darkness On The Edge Of Town fu il risultato di quella fase irrequieta. Canzoni cupe, nelle quali si prova il senso di sconfitta e di disillusione. Anche le canzoni del disco colme di rabbiosa speranza, come The Promised Land, parlano di strenue lotte per resistere e cercare almeno una dignitosa esistenza.

ACCECATO E DEBOLE

In The Promised Land (leggi la traduzione qui) un giovane uomo prende atto che la vita non è quel viaggio onirico verso il sole di Born To Run, né quella fuga da una città di perdenti per vincere cantata in Thunder Road. La vita è la sveglia che suona presto il mattino e il duro lavoro nell’officina del padre. Per fortuna almeno un lavoro c’è: alla fine del mese arriva una paga che ti consente di pensare a una ragazza di cui prenderti carico. Ma arrivano momenti in cui non ce la fai, anche perché ricordi i tempi in cui avevi nutrito aspettative ben diverse per la tua vita. La stanchezza e la rabbia si fanno sentire: “gli occhi ti si accecano e il sangue scorre freddo, a volte mi sento così debole che vorrei esplodere.” C’è chi si arrende, come i ragazzi persi nella notte di Something In The Night, e c’è chi invece reagisce.

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Ora sono un uomo

Come il lavoratore della omologa Badlands nel primo lato del disco, un uomo dalla schiena bruciata ma dalle idee chiare, anche il giovane uomo di The Promised Land si oppone al destino avverso, rappresentato dalle “nuvole scure che si sollevano dal suolo del deserto”. Nel ritornello lui dichiara fermamente di non essere più ragazzo, ma di essere diventato un uomo. E soprattutto di credere ancora nella terra promessa che volevano raggiungere lui e Mary in Thunder Road. Ma la terra promessa non è più una camminata nel sole, ora è un luogo più terreno dove un uomo possa vivere dignitosamente. Una dichiarazione fortissima che l’uomo non fa davanti a una bandiera a stelle e strisce, né salendo la scalinata della Capitol Hill, ma camminando per strada nella sua cittadina del Midwest, quando si accorge che alcuni cani guaiscono per richiamare la sua attenzione, chiedendo un po’ di solidarietà e di carezze. Un’immagine tanto semplice quanto straordinaria: questa onesta dignità è la nuova terra promessa. Un concetto che porta dritti a John Steinbeck e alla fierezza del suo Tom Joad.

Un uragano di rabbia

Nella terza strofa arriva la reazione rabbiosa, la dichiarazione di guerra a qualunque cosa intenda frapporsi tra l’uomo e la sua meta. Vengano spazzati via i sogni illusori che possono devastare l’esistenza, creando aspettative e trasformandosi poi in bugie. Un tema ripreso due anni dopo in The River (“Un sogno che non si avvera è una bugia, o forse qualcosa di peggio”). In The Promised Land il giovane uomo è ancora solo, in The River c’è una coppia ad affrontare la dura situazione. Questo forte legame tra i pezzi epici che la hanno preceduta (Born To Run e Thunder Road in primis) e altri grandi capolavori che l’hanno seguita (come The River) fa di The Promised Land un capitolo fondamentale del grande romanzo springsteeniano.

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UNA COMUNIONE MUSICALE

The Promised Land è una ballata rock che, pur accogliendo anche strumentazione elettrica, affonda le sue radici nel folk-rock più classico. Per questo motivo (e grazie a un testo dal significato enorme), nonostante il suo motivo musicale relativamente ordinario e il suo ritornello perfino orecchiabile, assurge a uno dei pilastri della discografia springsteeniana. Ma c’è un altro aspetto che rende The Promised Land così epica: Springsteen decise di farla diventare un manifesto musicale della sua E Street Band. Ottenne questo risvolto lasciando che l’assolo centrale dopo il secondo ritornello si dividesse addirittura in cinque parti: il pianoforte di Roy Bittan è seguito dall’organo di Danny Federici e dalla chitarra di Steve Van Zandt. Poi arriva imperioso il sax di Clarence Clemons, prima della chiusura all’armonica di Bruce. Un inciso strumentale che, oltre a dare grande dinamica alla canzone, diventa anche una sorta di comunione musicale tra Springsteen e la sua band. Nelle versioni dal vivo, poi, la canzone assunse una veste più rock, nella quale Bruce decise di allungare ulteriormente i tempi dell’assolo centrale, in particolare quello meraviglioso di Clemons, a ulteriore rafforzamento di quel momento catartico. In un certo senso non è solo Bruce, ma tutta la band a impersonare “i cicloni che butteranno giù tutto ciò che non ha la fede di stare coi piedi sulla sua terra. Sono loro che, divenuti uomini, continueranno la ricerca di una terra promessa.

La rilevanza di The Promised Land

Springsteen scrisse i versi del ritornello di The Promised Land molto prima di comporre il resto del testo. Quei versi – “Signore, io non sono un ragazzo. No, sono un uomo e credo nella terra promessa” – divennero un momento fondamentale della sua poetica. La loro rilevanza fu testimoniata da due episodi. Nel 1979, durante i concerti No Nukes, Bruce dedicò la canzone a Jackson Browne, incoraggiandolo a credere nel suo sforzo per il rispetto dell’ambiente contro tutte le avversità e i venti contrari. Gli stessi versi vennero poi ripresi da Bono degli U2, in coda all’esecuzione di Pride (In The Name Of Love), quando Springsteen fu incaricato dell’induzione del celebre quartetto irlandese nella Rock & Roll Hall Of Fame nel 2005.

Tira tu le conclusioni…

  • Conosci The Promised Land e l’album Darkness On The Edge Of Town?
  • La terra promessa, un concetto biblico, ma anche per estensione un significato laico: un obiettivo di vita a cui tutti noi puntiamo. Hai una tua terra promessa da raggiungere?
  • Se sei un lavoratore, che si alza tutte le mattine per andare a lavorare, leggi la traduzione della seconda strofa e torna a dirmi cosa ne pensi.
  • Anche The Promised Land mi ha ispirato per la stesura del mio romanzo Coupe DeVille. Lo hai letto? Se vuoi info, le trovi qui.

 

Esprimere se stessi è segno di vitalità e di distinzione. Fallo anche tu e commenta qui.

 

Dario Migliorini

 

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