Recensione Volevo Essere Un Duro, Lucio Corsi
Volevo Essere Un Duro è la terza traccia, nonché la title track dell’album omonimo di
Lucio Corsi, pubblicato nel 2025. Si tratta del brano con cui il cantautore toscano si è classificato secondo al
Festival di Sanremo 2025 e rappresenta l’Italia all’
Eurovision Song Contest 2025.
Volevo Essere Un Duro è una ballata rock melodica a tempo moderato, basata su una parte di pianoforte, sopra la quale si eleva un’orchestrazione crescente nel corso del brano e composta da organo, violini e le chitarre elettriche. Proprio la presenza delle chitarre elettriche, sia ritmiche che solistiche, distingue una canzone altrimenti melodica “all’italiana” dal rock che da sempre è di forte ispirazione per la musica di
Lucio Corsi. È il sound che il rock ha assunto dalla seconda metà degli anni ’60 con i secondi
Beatles e i
Velvet Underground. A seguire con
Lou Reed solista e
David Bowie, per arrivare a
Elton John, i
Queen e il
glam rock di fine anni ’70. Sopra questi ricchi arrangiamenti e queste melodie, forse già sentite ma sempre accattivanti,
Lucio Corsi intaglia un testo che può apparire leggero nella sua (auto)ironia. In realtà,
Volevo Essere Un Duro è l’affresco di un malessere personale e sociale tipico di un giovane che si ribella e cerca la libertà.
La distanza tra realtà e sogno
Volevo Essere Un Duro è canzone dal tema esplicitamente autobiografico. Lo si capisce proprio dagli ultimi versi: “
Volevo essere un duro, però non sono nessuno, non sono altro che Lucio“. Nella canzone il folletto maremmano esprime, nel suo modo surreale e scanzonato, il conflitto interiore provocato dalla notevole distanza tra ciò che si è e ciò che si sogna di essere ma non si sarà mai. È il sogno di essere un duro, dominatore e sprezzante, perfino un personaggio sbagliato, che arriva anche a delinquere. È l’aspirazione a essere uno degli eroi negativi che popolano l’epica rock di cui
Lucio è profondo estimatore. Un’ambizione che si scontra con la sua essenza di ragazzo piccolo e magro, anche bruttino, almeno secondo il canone dominante di bellezza. La realtà, il presente si scontrano con le aspettative, il futuro. Un senso di attesa a cui lui vorrebbe sfuggire. Al duro che vorrebbe essere, infatti, “
non gli importa del futuro“. Un’impostazione di vita che
Lucio aveva già espresso in
Søren, dalla prima raccolta
Altalena Boy/Vetulonia Dakar, in cui desiderava essere una farfalla dalla vita breve ma intensa. Un altro riferimento era arrivato poi in
Cosa Faremo Da Grandi?, la title track dell’album omonimo del 2019, nel cui ritornello
Corsi ripeteva che le persone buttano al vento il lavoro di anni, “
perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi“.
Tra disagio sociale e scontro generazionale
Il disagio personale diventa inevitabilmente anche un senso di disadattamento sociale e di ribellione alle imposizioni del mondo circostante, a cominciare dalla famiglia. Un risvolto sociale e di scontro generazionale che si esplicita in modo ancora più netto nel video che accompagna la canzone (ne parlo più avanti). L’aspirazione a essere un duro assume diverse dimensioni. Intanto la forza fisica, impersonata dal lottatore di sumo, figura che per stazza è agli antipodi di ciò che è il ragazzo, giusto una “cintura bianca di judo” che prende soltanto botte nelle risse. C’è poi la dimensione del tempo: la sensazione di essere rimasto indietro rispetto al suo tempo e a una società in continua mutazione. Ancora: ci sono le dimensioni del successo e del benessere economico: vorrebbe essere la gallina dalle uova d’oro, una stella, e invece – canta lui – è soltanto uno starnuto. Da questo punto di vista è paradossale come abbia lanciato Volevo Essere Un Duro proprio nel momento in cui il suo talento e questa canzone lo hanno portato tra le stelle della musica. Ma un’altra pesante dimensione che attanaglia l’Altalena Boy, ora divenuto una superstar, è l’aspirazione all’errore, all’illegalità. La volontà di uscire dalle aspettative di bravo ragazzo e di compiere qualcosa di sbagliato. Così, nel testo arrivano le vane attese di essere, se va bene, un campione di sputi, ma al peggio un piccolo spacciatore in fuga dai cani della polizia, uno scippatore che ti attende nel buio, una gazza ladra che ti ruba la fede.
Volevo Essere Un Duro: troppa luce fa male
I ritornelli e il bridge portano l’apice di quel disagio, ma anche una sorta di esito. Mentre sua madre gli diceva che la vita era facile, “un gioco da ragazzi“, in realtà lui si rende conto di come sia tutto molto più complicato per le persone normali che aspirano a non esserlo, per chi non si sente capito e amato. E per chi ha “troppo sole negli occhiali“. La questione della luce che acceca torna nel bridge, prima del finale: “I girasoli con gli occhiali mi hanno detto ‘stai attento alla luce‘”, canta Lucio. Con un nuovo episodio di umanizzazione del mondo vegetale, tipico della sua narrativa, Lucio apprende da chi è esperto di esposizione al sole che i troppi sogni di luce sono pericolosi. Un monito che gli ricorda quanto la vita vada vissuta sulla terra, giorno per giorno, nella consapevolezza e, se possibile, nell’accettazione del proprio essere.
Anche Lucio Corsi è accecato dalla luce
Questi passaggi sull’effetto della luce, in particolare quella del sole, metafora di sogni che spesso diventano abbagli, ricordano i versi finali della primissima canzone di Bruce Springsteen: Blinded By The Light. Accecato dalla luce, appunto. Ma l’esito è esattamente opposto: nei versi di Corsi c’è una mamma che illude sulla leggerezza della vita, mentre sono elementi terzi (i girasoli) a ricordagli che non è tutto così limpido (come la luce del sole) e liscio (“le lune senza buche sono fregature“). Nei versi finali di Springsteen troviamo un altro ragazzo che viene accecato dalla luce. Sua madre è molto più cauta (“mamma mi diceva sempre di non guardare direttamente il sole“), ma è il ragazzo a voler correre il rischio, “perché è proprio lì che sta il divertimento“.
Volevo Essere Un Duro: il video ribelle
A dare ulteriore enfasi ai disagi psicologici e sociali cantati da Lucio Corsi, fino a estremizzarli, pensa il video che accompagna Volevo Essere Un Duro, diretto da Tommaso Ottomano con protagonisti Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini e lo stesso Lucio Corsi in un cameo di se stesso. Una sorta di cortometraggio che introduce nuovi ambiti di insoddisfazione e di sarcastica denuncia. Nel video un bambino, Carletto, viene mandato a letto senza cena per i brutti voti a scuola. I genitori, all’apparenza benpensanti e posati ma in realtà maleducati e ineleganti, si rivolgono a un prete perché pratichi l’esorcismo sul figlio, che si è chiuso in camera e sembra schiavo del demonio in persona. In realtà, Carletto è soltanto appassionato di rock e adora ascoltare la musica ad alto volume. Il poster che tiene in camera di Lucio Corsi prende vita nel cantante stesso che, Diavolo del Rock, respinge i tentativi di esorcismo del prete, a colpi di pennate di chitarra distorta. Il ragazzino alla fine dorme sereno, mentre i genitori, illusi che sia stato merito dell’azione del prete, lo pagano profumatamente. Nel video, ancora più che nella canzone, sono forti lo scontro generazionale, come se i sessant’anni dall’epoca della controcultura rock non fossero mai passati, e l’attacco alle istituzioni sociali dominanti. In pochi minuti Lucio Corsi mette in discussione senza sconti i canoni di comportamento, le credenze religiose, il ruolo della famiglia e della Chiesa, le ipocrisie della società.
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