“Se dovessi morire domani, mi andrebbe bene, è stato un grande viaggio”. Questa è una delle affermazioni pronunciate dal suo protagonista in Road Diary, il docu-film su Bruce Springsteen diretto da Thom Zimny. Road Diary ripercorre diversi momenti del tour internazionale che sta portando Springsteen e la E Street Band in giro per il mondo dal febbraio 2023. Un film sincero, senza una vera e propria trama. A detta dello stesso Zimny, è più una narrazione spontanea, nata senza un progetto predefinito. La sua telecamera scruta non solo tra le rughe degli ormai anziani protagonisti, ma anche nei loro dialoghi e nei loro pensieri. Oltre a esprimere la soddisfazione per gli oltre 50 anni di carriera (il passato), in Road Diary Springsteen enuncia un altro messaggio fondamentale (il futuro). “Adesso è troppo tardi per fermarsi. Non smetterò di suonare finché avrò energie e la band mi seguirà”, afferma Bruce. In questo modo il grande cantautore capovolge il senso comune delle cose.
Road Diary: Springsteen non si ferma
Nell’immaginario comune, a 75 anni suonati, sarebbe troppo tardi per continuare a girare il mondo, lavorando duramente. Per Springsteen, invece, è troppo tardi per fermarsi. Quasi che avrebbe dovuto farlo prima, in quell’epoca in cui, raggiunta la ricchezza, avrebbe potuto convincersi che fosse sufficiente così. E gli ormai noti problemi di natura psichica che l’hanno colpito avrebbero potuto essere un motivo in più per appendere la chitarra al chiodo. Macché, Springsteen ha trovato proprio nei suoi guai di salute, oltre che nella morte della madre e degli amici più cari, gli stimoli a proseguire. Del resto, ormai è chiaro che per lui il tempo trascorso sul palco e in strada sia un toccasana, un elisir di lunga vita. Proprio mentre il pensiero della morte bussa alle porte della sua mente, Springsteen sa che deve continuare a fare quello che sa fare meglio per sentirsi vivo. Lo urla proprio in Ghosts, mentre parla dei fantasmi che abitano stabilmente i suoi pensieri e i suoi ricordi.
Road Diary: tornano i valori personali e comunitari
E allora avanti… a raccontare storie. A raccontare soprattutto se stesso, con la chitarra in mano, a un pubblico ancora ben disposto ad ascoltarlo. Road Diary in fondo rappresenta l’ennesima occasione in cui Springsteen mostra il suo grande senso umano. La sua eccezionalità parte da qui. La disponibilità, quasi l’esigenza, di raccontare se stesso, i suoi valori, le difficoltà e le gioie della vita. E poi l’importanza della comunità, intesa su diversi livelli. La famiglia, le amicizie: persone presenti in carne e ossa o in spirito. Il rapporto fraterno con i componenti storici della sua band. Infine il posto in cui vivi, le sue radici, i suoi mutamenti sociali ed economici, le inevitabili ripercussioni sulla vita della gente. Tanto di questo emerge in Road Diary, ad accompagnare un tour nel quale quei valori vengono ancora posti da Springsteen in primo piano.
Springsteen si mette a nudo
Lo dice lo stesso Bruce nel docu-film: “Faccio l’unico mestiere al mondo in cui a 75 anni lavori ancora con le persone con cui sei andato alla high school. Vivo con loro. Li vedi crescere, sposarsi, divorziare, andare in prigione e uscirne, pagare gli alimenti per i figli o non riuscire a farlo, invecchiare. Vedi i loro capelli ingrigirsi e, alla fine, ti ritrovi in quella stessa stanza quando muoiono”. Se c’è un motivo per cui Bruce ci ha insegnato qualcosa, senza ergersi nella posizione del professore, è perché ha accettato di mettersi a nudo. Quando racconti te stesso e non nascondi le tue difficoltà, il tuo dolore, le tue debolezze, non fornisci delle risposte, men che meno delle certezze. Riesci però ad aiutare chi ti ascolta a cercarle. Quanto meno ad accompagnarlo in quell’entusiasmante viaggio che è la vita.
Road Diary: l’autore e il live performer
In fondo Road Diary è un nuovo tassello di ciò che Bruce Springsteen rappresenta nella storia del rock: uno dei più grandi cantautori di sempre. Nell’eterna querelle tra i suoi inossidabili ammiratori e i suoi acerrimi detrattori, di una cosa sono ormai certo. L’eccezionalità di Springsteen parte dalla sua smisurata sensibilità umana e si riversa in due ambiti. Da un lato i suoi testi: difficile trovare un autore così capace di raccontarci la nostra vita. Dall’altro lato le sue esibizioni live. Un tale uomo, che di lavoro fa il musicista, non può che esprimere tutto quello che ha dentro quando il contatto con la sua comunità diventa essenziale: il concerto dal vivo.
È solo rock’n’roll?
Road Diary per la prima volta ci fa entrare nella sala prove: senti gli scricchiolii, vedi le cicatrici. Poi ci fa vivere l’attesa del concerto da parte di Springsteen e della E Street Band. Bruce una volta svelò che, prima di salire sul palco, carica se stesso pensando che quella sera dovrà essere fondamentale. Per se stesso, ma anche per le decine di migliaia di persone che lo aspettano là fuori. Poi però spesso si è trovato a sdrammatizzare: “In fondo è solo rock’n’roll”, si diceva. Ecco, il concerto di Springsteen è questo: un mix di dramma e commedia. Il “dovessi morire domani, ho detto e fatto tutto quello che dovevo” si fonde con il “baby, dai che stasera ce la spassiamo”. Nel docu-film si percepisce tutto questo. Anche il nuovo ingombrante elemento che Bruce lascia entrare senza alcuna finzione, la fine, non si defila da quelle dicotomie. Il dramma e commedia, il pianto e il sorriso, la melodia e il ritmo. Il sound acustico di Last Man Standing con quello elettrico di Backstreets, un binomio perfetto nell’ultimo tour, a esprimere la stessa cosa. Arriva la morte, evviva la vita!
La musica in simbiosi con i significati
Se i testi e le performance dal vivo sono i tratti eccezionali di Springsteen, la sua composizione musicale dove si pone? L’aspetto prettamente compositivo nella musica di Springsteen non è in secondo piano. Bruce ha composto, specie nei suoi primi album, alcuni capolavori anche dal punto di vista strettamente musicale. Con buona pace di chi lo considera un musicista mediocre, canzoni come Born To Run, Jungleland, New York City Serenade, It’s Hard To Be A Saint In The City, Meeting Across The River, solo per citarne alcune, hanno anche una cifra stilista musicale elevatissima. Ma Springsteen è stato nel tempo anche un eccellente arrangiatore. Anche quando non ha più ricercato il virtuosismo e la complessità strumentale, Bruce ha spesso saputo arrangiare le sue canzoni in modo esemplare. Qualcosa che consentisse alla sua musica di accompagnare in simbiosi i suoi testi.
Il rock traghetta poesia
A chi critica lo Springsteen musicista rispondo: “Ascolta Point Blank. Leggine il testo e prova a capire come quegli arrangiamenti, quella dinamica, quei suoni attecchiscano perfettamente allo strazio del protagonista.” Lo stesso avviene in decine e decine di altri casi. Tutto l’album Darkness On The Edge Of Town ne è un altro esempio. Bruce è anche un discreto chitarrista, un aspetto non primario, ma un elemento in più che non guasta. Molti dei suoi colleghi cantautori, con l’esclusione di Neil Young, non possono vantare di essere altrettanto bravi sullo strumento. Certo, se sei uno che gode solo ascoltando l’eccellenza del virtuosismo chitarristico, allora forse Springsteen non ti porterà all’orgasmo musicale. Ma se sai considerare la musica come il traghetto che trasporta sulle acque del rock messaggi e poesia, allora capirai che Bruce lo sa fare anche scorazzando sulla tastiera della sua Telecaster.
Road Diary: nuova testimonianza di uno dei più grandi spettacoli musicali
Road Diary, nella sua immediatezza e nella sua bellezza crepuscolare, ci conferma che siamo al cospetto di un grande cantautore. Un autore e musicista che ha costruito, intorno alla sua profonda umanità e alla sua ineccepibile capacità di tradurla in versi, uno degli spettacoli musicali più grandi di sempre. Accompagnato, per di più, da una strepitosa live band, una delle più solide e longeve di sempre.
Road Diary: una scaletta concept
Road Diary ci dice un’ultima cosa. Nel docu-film Springsteen ha confermato che questo tour aveva messaggi chiari da veicolare. Non era il momento di raccogliere i cartelli con le richieste, di fare il jukebox. Era il momento di dire qualcosa di importante e di farlo in maniera organica. Dice Bruce nel film: “La set list rappresenta la storia che voglio raccontare“. Qualcosa doveva essere detto in ogni concerto, seguendo una precisa logica, perché tutti, soprattutto quelli che avrebbero assistito a un solo concerto, potessero capire. Tra i suoi stessi fan non pochi hanno contestato Bruce per la scaletta molto statica di questo tour (cosa peraltro parzialmente sconfessata dai numeri). E alcuni hanno contestato me quando sostenevo questa linea maniacale di significati. Nel docu-film emerge chiaramente questa scelta: una linea voluta, insistita, che non ha nulla a che fare con la pigrizia o la vecchiaia. Nel 2025 probabilmente la scaletta cambierà, ma il 2023/24 doveva essere così.
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