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Space Oddity, David Bowie

Aggiornato il 10 Mag, 2021 | Words and Music |
space oddity

Space Oddity, canzone pubblicata come singolo nel 1969 e divenuta title track dell’album omonimo solo nel 1972​, è una delle più belle canzoni di David Bowie e probabilmente la canzone rock più celebre sul tema del rapporto dell’uomo con lo spazio. Sebbene fu volutamente pubblicata pochi giorni prima della storica missione spaziale Apollo 11, che porterà l’uomo sulla Luna, in realtà Space Oddity è tutt’altro che celebrativa delle conquiste spaziali, ma parla di solitudine e di alienazione. Eppure divenne un successo su scala mondiale, anche se non immediato, ed è ad oggi una delle canzoni più riproposte e citate della storia del rock europeo. Infatti si trova traccia di Space Oddity e dell’ormai mitologico Maggiore Tom in decine di cover, sequel (uno dello stesso David Bowie con Ashes To Ashes del 1980), citazioni in altre canzoni e persino in diversi film e telefilm, nonché in numerose colonne sonore per il grande schermo.

UNA CANZONE “SPAZIALE”

David Bowie scrisse Space Oddity dando sfogo alla sua passione per le vicende collegate alla conquista dello spazio. La principale fonte di ispirazione fu il capolavoro di Stanley Kubrick, 2001: Odissea Nello Spazio, che Bowie guardò più volte in quegli anni. Il collegamento a questo monumento cinematografico non è dato solo dall’ambientazione nello spazio e dall’esistenza di un conflitto tra l’obiettivo delle istituzioni umane e il sentimento degli astronauti coinvolti nella missione, ma anche da alcune scelte peculiari del Duca Bianco. In primo luogo la scelta del titolo della canzone: Space Oddity (letteralmente: Stranezza nello Spazio) è un richiamo fonetico alla Space Odissey di Kubrick. In secondo luogo Bowie decise di inserire in coda alla canzone alcuni suoni di Atmospheres, brano conclusivo della colonna sonora del film.

La solitudine nello spazio

Lontana dall’essere una canzone celebrativa delle conquiste dell’uomo nello spazio, dalle quali comunque David Bowie si dichiarò sempre affascinato, Space Oddity sembra un drammatico grido di solitudine e di perdita del controllo della propria vita. Ispirato anche da alcune letture di quel periodo, che vedevano l’astronauta come un uomo solo, a cui è soltanto richiesto di eseguire comandi, rischiando di trasformarsi a sua volta in una meteora che brucia nello spazio, il Duca Bianco immaginò per il Maggiore Tom un destino simile. Ma mentre in altri testi quella fine era indotta dal destino o dalle inefficienze e decisioni altrui, nel caso del Maggiore Tom è lui stesso a decidere l’abbandono della missione e la fluttuazione libera nello spazio. Quel distacco volontario dai comandi della base terrestre è il rifiuto della perdita di autocontrollo, quando ci si sente in balia del potere di qualcun altro. E così, se solitudine e abbandono devono essere, che lo siano per proprio arbitrio.

Il contrasto tra lo spazio e la Terra

Con Space Oddity David Bowie riuscì a invertire il comune senso logico. L’astronauta, costretto a obbedire ai comandi provenienti dalla Terra negli spazi angusti di una “tin can” (un barattolo di latta), dovrebbe essere un uomo privato di libertà personale per il bene superiore della missione spaziale. In Space Oddity, invece, il Maggiore Tom ritrova proprio in quella situazione la libertà totale, perché recupera il pieno controllo di ciò che desidera per se stesso. “Le stelle sembrano molto diverse oggi” e “mi sento molto calmo”, dichiara alla Base Terra mentre fluttua nello spazio e medita di sganciarsi per la riconquista della libertà personale. Al contrario il Pianeta Terra, che dovrebbe essere il luogo della libera scelta, diventa agli occhi del Maggiore Tom un luogo triste, governato da opportunisti che vogliono controllare la vita di ognuno. Un luogo dove lui, nel suo intento di realizzare il sacrificio di libertà, sa di perdere un unico valore: l’amore della moglie. “Ma lei lo sa”, dice Tom, mentre si sgancia definitivamente.

Il coraggio di Tom contro il potere

Se Space Oddity è collocata in un ambito spaziale, la storia del Maggiore Tom ha molto a che fare con le vicende umane terrene. Nella sua scelta di abbandonarsi nello spazio si coglie una nemmeno tanto velata denuncia del sistema dirigente del nostro pianeta. La Base Terra diventa infatti un’allegoria di quei sistemi di potere che pretendono di estendere il loro dominio sull’individuo, annullandone le peculiarità. Il verso sibillino “penso che la mia astronave sappia quale direzione seguire” implica che chi governa il Pianeta, così come l’astronave, possa manovrare tutto, rendendo poco determinante il contributo del singolo. Un’altra accusa sottintesa è diretta ai media, che vogliono spettacolarizzare tutto. Così chiedono che il Maggiore Tom indossi la maglietta della squadra per cui tifa e di essere ripreso mentre esce dalla capsula per quella che, nelle loro aspettative, doveva essere una breve passeggiata nello spazio. In modo meno evidente potrebbe esserci, come alcuni recensori hanno sostenuto, una critica strisciante di David Bowie all’industria discografica e allo star system, che tentava di manipolare la sua musica e la sua immagine (tema che lo stesso Bowie riprenderà, ideando il suo alter ego Ziggy Stardust).

Il Pianeta Terra è tristemente blu

Quale che sia la lettura, di certo il Duca Bianco mise tanta ironica amarezza nei versi emblematici “Planet Earth is blue and there’s nothing I can do”, che sono anche le ultime parole che dalla Terra sentono, mentre il Maggiore Tom si sgancia definitivamente dall’astronave. Giocando sul doppio significato della parola blue (che identifica il colore ma anche l’aggettivo triste), David Bowie utilizza la celebre frase che Yuri Gagarin pronunciò quando, nel 1961, osservò per primo la Terra dallo spazio (Il Pianeta Terra è blu), ma ne gira il significato (il Pianeta Terra è triste e non c’è niente che io possa fare). Ecco che il capovolgimento dei significati si completa. Lo spazio come simbolo di solitudine nella libertà, la Terra come simbolo di solitudine nell’alienazione.

LA SPERIMENTAZIONE MUSICALE DA UN BRANO FOLK

Space Oddity merita certamente lo spazio che le viene riservato nella storia del rock. Oltre al tema lirico, anche quello musicale presenta elementi di grande novità e sperimentazione per una canzone incisa alla fine degli anni ’60. Sorprende in particolare che David Bowie l’avesse pensata come brano acustico, ispirato alla tradizione folk-rock americana e, in particolare, ai primi Bee Gees. Poi l’eccellente produzione di Gus Dudgeon e le scelte di arrangiamento strumentale portarono Space Oddity a essere la sontuosa canzone che tutti conosciamo. In particolare, grazie all’uso discreto della base ritmica e alla brillante ma non pesante parte solistica del chitarrista Mick Wayne, il sound complessivo rimane “fluttuante”, legandosi bene al senso del brano. A portare poi alla perfetta simbiosi “spaziale” il testo e la musica intervengono altri elementi, a cominciare dal conto alla rovescia, accompagnato dal momento musicalmente più intenso della canzone. Poi sono essenziali l’utilizzo del mellotron (Rick Wakeman) e, soprattutto, dello stilofono (lo stesso Bowie), strumento fino ad allora raramente utilizzato nel rock. Inoltre, come già detto, alcuni suoni nel finale furono ripresi dalla colonna sonora di 2001: Odissea nello Spazio. Infine la voce stessa di Bowie, con quel suo timbro quasi “metallico”, ricama la canzone sia sulla linea melodica principale, sia con un bellissimo controcanto.

Curiosità

Qualcuno ha anche ipotizzato che la fuga solitaria nello spazio del Maggiore Tom (che prima decolla, poi fluttua nello spazio in modo molto peculiare e vede le stelle diverse dal solito) sia un’allegoria dell’utilizzo di droghe pesanti, che David Bowie aveva ammesso di aver assunto in qualche occasione. Il tema potrebbe essere quello dell’assunzione di droghe come fuga dalla solitudine e dall’alienazione tipica dei tossicodipendenti. Questa voce, sebbene mai confermata dallo stesso Bowie, trova un appoggio indiretto dalla successiva Ashes To Ashes (1980), il cui ritornello recita: “Cenere alla cenere, funk al funky, sappiamo che il Maggiore Tom è un drogato, confinato nell’alto dei cieli, raggiunge una depressione senza fine.”

 

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Dario Migliorini

Dario Migliorini

Autore

Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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