La mia prima visione del film Springsteen: Deliver Me From Nowhere, diretto da Scott Cooper e ispirato all’omonimo film di Warren Zanes, è arrivata ieri presso il cinema Conca Verde di Bergamo. Una prima visione organizzata da Noi & Springsteen, prima della quale ho avuto l’onere e l’onore di introdurre il film, insieme al musicista e cantautore Carlo Ozzella. Sono da sempre un cinefilo, ma non ho sufficienti conoscenze tecniche per capire se Springsteen: Deliver Me From Nowhere possa ambire alle statuette d’oro hollywoodiane per gli aspetti più strettamente cinematografici: il montaggio, la fotografia, la scenografia, la sceneggiatura e così via. Ho visto però abbastanza film per capire che Springsteen: Deliver Me From Nowhere ha colpito nel segno per la sua essenza di lungometraggio non soltanto biografico, ma anche psicologico, dalla forte caratterizzazione umana. E quegli stacchi sulle scene del passato con immagini in bianco e nero, a volte con un velo giallastro a dare una luce particolare, ha funzionato maledettamente bene. La scena dei bambini che corrono nei campi ai piedi della mansion on the hill, ad esempio, rimane negli occhi e nel cuore.
Deliver Me From Nowhere: un Oscar al coraggio
In ogni caso sono certo che, se esistesse un Oscar al coraggio, Scott Cooper e la produzione del film ne meriterebbero uno. Il coraggio di proporre un film così fedele non soltanto alla storia vera che narra, ma anche al libro a cui il film è ispirato. Al netto della breve storia d’amore di Bruce con l’immaginaria Faye, che comunque ha motivo di comparire nel film (ne parlo più avanti), per il resto Scott Cooper riesce in due ore nette a condensare due anni di vita e le 320 pagine di libro di Zanes, senza cedere alla tentazione del romanzamento, men che meno della spettacolarizzazione del dolore. Per questo, giustamente e inevitabilmente, Springsteen: Deliver Me From Nowhere è un film dai ritmi lenti, con molti primi piani, diverse scene di silenzi e immobilismo, tantissima introspezione. Ma tale doveva essere, perché questa non è soltanto la meravigliosa vicenda della pubblicazione di un piccolo grande album, il crudo e toccante Nebraska, che ha fatto la storia della musica e della letteratura americana. È soprattutto la battaglia personale di un uomo onesto, integro ma anche colmo di meandri interiori davvero oscuri.
Gli abissi nell’oceano di Springsteen
Sono abissi nei quali Springsteen è sprofondato in quei due anni di crisi nera, luoghi tenebrosi come la foresta in cui sogna di correre nella stupenda My Father’s House, non a caso canzone centrale nel film. Negli stessi abissi, Bruce Springsteen sta tentando di non ricadere, pur non avendo mai completamente risolto i suoi disturbi. Li elude spesso salendo sul palcoscenico, altrettanto spesso chiudendosi in luoghi solitari a scrivere poesie nella forma di canzoni, magari dopo aver preso una macchina o una moto e aver scoperto un altro lembo del suo splendido Paese. Li combatte anche rifugiandosi nell’amore di una moglie tenera e paziente come Patti Scialfa e nelle amicizie più vere, prima fra tutte quella con il suo manager Jon Landau. Un’amicizia che emerge in tutta la sua profondità anche nel film. Come non emozionarsi, ad esempio, durante l’intensa telefonata con cui Landau convince Bruce a rivolgersi a uno psicologo?
Deliver Me From Nowhere: un grande uomo piange
Per chi come me ha conosciuto Springsteen con l’esplosione di Born In The U.S.A. nel 1984, ma anche per chi già lo seguiva prima, Springsteen: Deliver Me From Nowhere è un benefico schiaffo. L’ennesimo di questi anni, forse il definitivo. Chissà! Con buona pace di chi continua a vedere Springsteen come un Dio dell’Olimpo (e tale indubbiamente è, quando sale sul palcoscenico), oggi abbiamo il momento finale di un percorso che ci fa apprezzare l’uomo, oltre all’artista. Nessuna ovatta, nessun vapore rosa, nessun mito. Soltanto un uomo che piange. Se dovessi scegliere le due scene centrali di tutto il film, in entrambe il bravissimo Jeremy Allen White impersona uno Springsteen che piange. Succede a Los Angeles davanti allo psicologo (solo per quella scena White meriterebbe almeno una nomination). Succede ancora, anche se le lacrime sono più trattenute, nella toccante scena di incontro finale con il padre, interpretato da un altro stupendo attore, Stephen Graham, credibilissimo nella parte al punto da essere in assoluto il personaggio più azzeccato.
Deliver Me From Nowhere: Bruce fugge
Dicevo in principio dell’unico elemento romanzato: la storia d’amore con Faye, cameriera in un diner e madre rimasta sola, interpretata dalla brava e bella Odessa Young. C’è un momento, alla metà del film, in cui questa storia in finzione ha rischiato di essere troppo centrale. Lo potrei indicare come l’unico difetto del film, a parte una citazione di Jeremy/Bruce che si dice trentaduenne, quando in quel momento ne doveva avere almeno 34. Ma il notevole spazio dato al love affair con Faye è un difetto perdonabile, perché questa immaginaria storia d’amore, essendo la somma delle tante relazioni intessute da Bruce in quegli anni, assume una certa rilevanza nella trama. Non è quindi un elemento romantico che Cooper utilizza ad uso e consumo degli spettatori che vogliono qualche bacio e un po’ di sesso. La breve relazione con Faye era necessaria per includere nel malessere di Springsteen un altro elemento critico personale, conseguente al suo disturbo mentale. I suoi disagi psicologici, infatti, gli impedirono in quegli anni di trovare continuità anche nella relazione con le donne. La situazione sentimentale del Bruce pre-Scialfa fu un rincorrersi di fugaci relazioni amorose – primo matrimonio compreso – dalle quali è sempre lui a scappare (o a fare scappare la partner).
Un tema ricorrente
Del resto, questo aspetto è un argomento che emergerà in tutta la sua splendida gravità nell’album Tunnel Of Love. Springsteen, però, appuntò sul suo taccuino già nel biennio 1981-1983 diverse canzoni sul tema. Finirono in Born In The U.S.A. un gioiello come Downbound Train e la più scanzonata I’m Goin’ Down. Altre significative canzoni in argomento verranno scritte e incise a Los Angeles nel 1983: oggi le possiamo conoscere grazie alle L.A. Garage Sessions ’83, incluse nel cofanetto Tracks II (una su tutte, la bellissima Fugitive’s Dream). È un problema che gli rimarrà così impresso sulla pelle che, paradossalmente, continuerà a scrivere canzoni di fuga dalle relazioni d’amore anche nei pieni anni ’90, quando era felicemente marito e padre. Ne sono esempio alcuni brani inclusi nei lost album Streets Of Philadelphia Sessions e Somewhere North Of Nashville.
Deliver me From Nowhere: poca Adele
Da focosi e orgogliosi fan italiani potremmo poi identificare come carenza del film il ruolo relativamente marginale di Adele Zirilli, la madre di Bruce. Sappiamo come mamma Adele fu una figura fondamentale per la formazione del Bruce musicista, oltre che dell’uomo positivo, amante della vita e dei sorrisi. È l’altra metà di Bruce, che si contrappone a quella problematica, quasi insana, di papà Doug. Anche in questo caso però mi sento di condividere la scelta di regista e sceneggiatore. Gli anni ripercorsi dal libro e dal film si concentrano sul lato paterno, come del resto fa anche l’album Nebraska. In quegli anni Adele è donna paziente e relativamente nascosta nel prendersi cura del marito, così come, in forma meno grave ed evidente, Patti è da sempre donna paziente e nascosta nel prendersi cura di Bruce. Nell’economia di quei due anni così duri la centralità di una figura come quella di Adele sarebbe stata fuori luogo. Non è un caso che lo stesso Bruce per tanti anni “nasconda” la madre anche nella musica. Scriverà canzoni enormi sul rapporto col padre, mentre la prima canzone legata alla figura materna, The Wish, sarà scritta soltanto nella seconda metà degli anni ’80 e, peraltro, non sarà mai pubblicata in un album ufficiale.
Deliver Me From Nowhere: i forti contrasti
Quello che il film, come il libro di Zanes, riesce a far emergere in tutta la sua potenza (il punto centrale di tutto il film, insieme alla dura sofferenza nel rapporto col padre) è il fortissimo contrasto tra spinte verso la celebrità e bisogno di isolamento, tra dinamiche di successo e contorte dinamiche umane. Il tutto si traduce in uno scontro tra gli interessi discografici e commerciali e le esigenze artistiche, che nel caso specifico sono anche fortemente personali. Non a caso nel film Jeremy/Bruce confida a Jeremy/Jon che lui in quel momento vedeva soltanto le canzoni di Nebraska e nient’altro. Nient’altro contava, non il successo, non la band, non Born In The U.S.A.. Contavano soltanto le canzoni incise in quell’improbabile studio di registrazione: una stanza da letto con la moquette arancione. Il film riesce in questo ed è davvero tutto quello che gli si chiedeva. Bruce era in contrasto con tutti: con i discografici e la produzione, con il mondo, con se stesso. Questo doveva emergere, questo fuoriesce nella sua drammaticità nel film. Un contrasto che si evidenzia in tutta la sua dirompente tensione in due canzoni. Una compare, musicata nel film in due delle sue tre versioni: Born In The U.S.A.. L’altra, invece, non è citata nelle due opere, in quanto apparentemente estranea alla vicenda, ma è a mio parere il punto finale di tutta la storia: Dancing In The Dark.
Born In The U.S.A.: l’emblema della confusione di quel biennio
Born In The U.S.A. nasce acustica, bluesy, nera come il suo testo: un brano di accusa verso una Nazione che dimentica i figli che ha spedito in guerra e che, per qualche fortuna, sono riusciti a tornare. Quando Springsteen la porta in studio, viene incisa la versione elettrica che oggi possiamo ascoltare nell’Electric Nebraska: distorta, cruda, cattiva. È un peccato che il film non ne dia evidenza perché è artisticamente – oggi possiamo dirlo – la vera Born In The U.S.A.. La versione ufficiale, infine, è il risultato del pressing dei discografici e dello stesso Landau. Ecco il contrasto! Di più, lo smarrimento, la confusione, anche interiore, che diventa ancora più evidente se si considera che Springsteen deciderà di suonarla dal vivo a mo’ di eroe dei due mondi, col bandierone a stelle e strisce alle spalle e con il pugno alzato, rendendosi così corresponsabile di uno dei fraintendimenti più assurdi della storia del rock.
Dancing In The Dark: un grido disperato diventa la più grande hit
Quello che invece non emerge nel film, ma nemmeno nel libro – che peccato! – ma a mio parere è centrale in quella fase di personale e creativa insana confusione, è il ruolo di Dancing In The Dark. Come ho sottolineato chiudendo la mia introduzione al film al cinema Conca Verde di Bergamo, il fraintendimento che accompagna Dancing In The Dark rischia di essere ancora più assurdo rispetto a quello roboante e arcinoto di Born in the U.S.A. Quel pop-rock ritmato, commerciale, sintetizzato, su cui abbiamo cantata, ballato, sorriso, sul quale ci siamo esaltati per quarant’anni. Quella canzone che è stata ed è tuttora il singolo di maggior successo di Springsteen. Quella stessa canzone che allora fu accompagnata da un orrendo o fuorviante video, cantato in playback e “interpretato” da Bruce e da un attrice di belle speranze, già preparata per la parte. Quella stessa canzone che, infine, ancora oggi Bruce ci presenta a luci accese nei concerti, con l’inquadramento delle ragazze che salutano sulle spalle dei loro fidanzati. Beh, quella canzone è stata scritta in solitudine di notte in una camera d’albergo come grido di disperazione. La sofferta richiesta di aiuto di un uomo che temeva di non uscirne vivo. Del resto, se oggi ne rileggiamo il testo alla luce di tutto quello che sappiamo di Bruce, come anche il film ci ha dimostrato, dubbi sulla funzione di quel fucile preso a noleggio non dovremmo proprio più averne.
Deliver Me From Nowhere: caos interiore e artistico
Uno caos artistico del musicista, dunque, che riflette il caos interiore dell’uomo. Qualcosa che forse ci spiazza, qualcosa che fa piangere anche noi, in quanto persone e non solo in quanto suoi ammiratori. Ai titoli di coda si è smarriti, ma al risveglio del giorno dopo si prova ancora più affetto per un uomo che, anche con la supervisione di questo film, ha deciso di mostrarsi nudo, come fa dal 2016 a questa parte, dall’uscita della sua autobiografia. Fino a questo splendido film, che consiglierei anche ai non-Bruce-fans. Se si ama il cinema e si ha una accentuata sensibilità umana, questo film può lasciare in chiunque un solco profondo.
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Grande Dario, sarà che ormai ci si conosce da un bel po’ di tempo, ma hai illustrato le stesse mie sensazioni, naturalmente con il linguaggio di alta professionalità e competenza. che ti caratterizza.
Il film in effetti è la fedele rappresentazione del libro di Warren Zanes e Jeremy Allen W. è stato perfetto nell’ interpretare Bruce e soprattutto interpretare i suoi stati d’ Animo di allora. Anche per me, superlativi sia l’ attore che interpreta il padre che Jon Landau. Ed anch’ io ho trovato intelligente la laison amorosa inventata, ma servita sicuramente a far comprendere ancora meglio , la condizione estrema fragilità di Bruce.
Giovedì ho visto il film con gli occhi e l’ anima del fan di Springsteen, quindi per me tutti gli Oscar possibili, Lunedì tornerò in sala, spero meno coinvolto emotivamente, e potrò farmi un idea, un giudizio, più pertinenti
Grande Beppe. Sai, sono andato oggi pomeriggio a rivederlo, questa volta in Italiano. Sempre bellissimo, ho potuto notare nuovi dettagli. Grazie sempre per la lettura, i messaggi e ovviamente per l’amicizia