Home » Blog Le Perle » Rock europeo » Sultans Of Swing, Dire Straits

Sultans Of Swing, Dire Straits

Aggiornato il 7 Giu, 2021 | Words and Music |
Sultans-Of-Swing

Raramente il primo singolo di una rock band è diventato un classico conosciuto in tutto il mondo. Più spesso quel primo brano restava una chicca per i fan più accesi. A meno che quella canzone non fosse Sultans Of Swing e quella band non portasse il nome di Dire Straits. Questa perla, che diventerà una maratona rock nelle versioni dal vivo, venne lanciato nel 1978 e inserito nel primo disco Dire Straits. Dopo un tentativo che non intercettò i favori del grande pubblico, il secondo lancio di Sultans Of Swing, pochi mesi dopo, colpì nel segno, catapultando la band e il suo indiscusso leader, Mark Knopfler, nel firmamento del rock. Considerando che nel 1978 eravamo in piena era disco-music e che il rock era dato per agonizzante (lo tenevano vivo l’ondata punk dei Clash e la “resistenza” di grandi autori come Springsteen), portare al successo un brano rock come Sultans Of Swing fu un vero squarcio nel panorama rock.

UNA CASUALE SERATA DI MUSICA

Al di là della sua bellezza musicale l’affermazione di Sultans Of Swing (leggi la traduzione qui) sorprende per il suo significato. Non è una canzone d’amore, non parla di fughe o di viaggi, di droga o di sesso. Non contiene messaggi di protesta, né voli alti sui destini dell’umanità. È invece una piccola storia di una serata qualsiasi nei sobborghi meridionali di Londra, nella quale il protagonista, dovendosi riparare dalla pioggia, decide di entrare in un club, attratto dalla musica che sente arrivare dall’interno. Si scoprirà che la storia fu ispirata da un fatto realmente accaduto a Mark Knopfler. Fu proprio lui, infatti, che nel ‘77 visse quell’esperienza a Deptford, sobborgo sulla sponda sud del Tamigi. Una band di musicisti dilettanti, che suonavano musica tradizionale per pura passione e senza velleità di successo, si stava esibendo davanti a nessuno, se si eccettuano i gestori del club e un gruppo di ragazzi che, rumorosi e ubriachi, nemmeno ascoltavano la band. E successe davvero che, al termine del concerto, il cantante rivolse il proprio saluto a quella “folla invisibile”, presentando la sua band come i Sultans of Swing. Così Mark Knopfler tornò a casa e iniziò a scrivere la canzone, inizialmente utilizzando una chitarra acustica, ma trovando poi l’illuminazione per l’armonia e per il motivo musicale principale una volta imbracciata la sua Fender Stratocaster.

Un accorato omaggio alla musica

Mark Knopfler riferì che c’era un profonda distanza tra l’altisonante nome della band e la qualità della loro esibizione. Era semplicemente un gruppo di amici che si ritrovava la sera, dopo il lavoro, per strimpellare qualcosa in un club di periferia, poco frequentato e certamente di scarso richiamo. Ma in Sultans Of Swing Knopfler volle “alzare il tiro” per apprezzare lo sforzo che quei musicisti stavano compiendo, nella volontà di esprimere qualcosa di loro stessi tramite la musica. Come altre volte nelle sue canzoni, il musicista volle cantare la vita ordinaria della gente, che si dà da fare non per un obiettivo economico o per la celebrità, ma semplicemente per sentirsi realizzata, anche in circostanze difficili. Così il testo di Sultans Of Swing eleva la qualità di quei musicisti: suonano del Dixieland in due quarti, senza particolari virtuosismi, ma conoscendo bene gli accordi che devono suonare. Harry, uno dei Sultani, “sa suonare l’Honky Tonk come qualsiasi altra cosa”.

I riferimenti musicali

Ne risulta un sentito omaggio alla musica della tradizione, specie quella americana, e ancora più precisamente quella del sud degli USA: il Dixieland, ma anche il Creole, l’Honky Tonk e, più in generale, il “contenitore” di tutti questi rivoli musicali, vale a dire il Jazz. Quel Jazz che i giovani, attratti dal rock, dalle chitarre fiammanti, dagli assoli da virtuosi e dallo spettacolo sul palco, non sapevano apprezzare. Il Jazz, e tutto il resto della musica delle origini, diventa così il modo per sentire la musica fino al profondo del proprio animo. Il Dixie, genere lanciato negli anni ’50, prevede che la chitarra venga suonata in modo molto veloce e che il musicista suoni simultaneamente la parte di chitarra e quella di basso. L’Honky Tonk proveniva in parte dal ragtime e in parte dal country, fondendo musica bianca e musica nera. Il Creole, nella Louisiana di New Orleans, contemplava l’uso pesante degli strumenti a fiato. Un autore, in particolare, sembrò correre nella testa di Mark Knopfler: Alan Freed. Pur suonando il trombone in una swing band che, guarda caso, si chiamava Sultans Of Swing, Freed fu accreditato per aver coniato nei primi anni ’50 il termine Rock’n’Roll, cioè paradossalmente proprio il genere che i ragazzini della fine degli anni ’70 contrapponevano nei loro favori allo swing jazz basato sugli strumenti a fiato.

UN ASSOLO ENTRATO NELLA LEGGENDA

Sultans Of Swing è una ballata rock a tempo veloce che si sviluppa sull’eccellente lavoro ritmico di Pick Whiters. Il batterista lavora sul charleston in controtempo e dà alla ritmica un andamento del tutto particolare. I quasi sei minuti di canzone corrono su questo ritmo senza soste e con pochissimi stacchi o rullate, così come la linea di basso di John Illsley lavora su scale semplici e lineari. Mentre David Knopfler accompagna con mano molto veloce alla chitarra ritmica, a fare la differenza assoluta è Mark Knopfler che con la sua originale ed eccellente tecnica (non usa il plettro, ma le dita anche con la mano destra) utilizza il fill, sua prerogativa peculiare, per rispondere al suo stesso canto con i riff chitarristici. Questo consente alla canzone di avere una sorta di doppia linea melodica. Poi arrivano, splendidi e caratterizzanti, i due assoli prima e dopo l’ultima strofa. Il primo si appoggia sul giro armonico della strofa, il secondo sul giro di accordi su cui è costruito il tema musicale. Così l’apparente monotonia ritmica della canzone viene squarciata da una performance chitarristica tra le più celebri del rock, con una parte finale velocissima, quasi vorticosa. L’addio di Whiters portò poi la band a modificare la resa del brano: Terry Williams, batterista più muscolare in pieno stile rock, contribuirà a dare a Sultans Of Swing una seconda anima, quella più visceralmente live, in versioni che raddoppieranno la durata della canzone, con un lungo assolo finale di chitarra (nel Live Aid del 1985 si aggiungerà anche il sassofono). Comparirà anche l’organo, totalmente assente nella versione originale. Nelle versioni live Knopfler confermò (e addirittura incrementò) la sua fama di abilissimo chitarrista, al punto da entrare, lui che aveva approcciato allo strumento con le tecniche più tradizionali prese dal folk e dal bluegrass, nel gotha dei più grandi chitarristi rock di sempre.

George & Harry

Si è molto discusso sui riferimenti nella canzone ai musicisti George e Harry. Con tutta probabilità si trattava di George Young e Harry Vander, chitarristi della band The Easybeats ma legati a doppio filo agli AC/DC (George era il fratello di Angus e Malcolm Young, fondatori della storica band di hard rock). Per altri commentatori, invece, George rispondeva al cognome di Borowski, un musicista conosciuto dallo stesso Knopfler, ma lo stesso Borowski ha poi escluso di essere lui il riferimento in Sultans Of Swing.

 

Dario Migliorini

 

Se ti è piaciuto questo articolo commentalo e condividilo sui tuoi profili Social!

 

 

Condividi questo articolo

Ho selezionato per te questi 2 articoli

Seguimi sui Social

Il mio Romanzo

Commenti

Recensioni recenti

Dario Migliorini

Dario Migliorini

Autore

Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *