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The Family Bones

Aggiornato il 4 Apr, 2022 | Words and Music |
The Family Bones

Ho ascoltato in anteprima The Family Bones, album dell’omonima band marchigiana. Prova a immaginare che tre personaggi del calibro di Bono, Eddie Vedder e il Bruce Springsteen di Western Stars si ritrovino per far riecheggiare il pop californiano che spazia da Burt Bacharach ai Beach Boys, fino ai Doors nella loro versione più pop, omaggiando nel contempo il compianto maestro Ennio Morricone. Magari con l’aiuto dei redivivi Crosby, Stills & Nash. Mi chiederai: che cosa strana può saltare fuori? La risposta te la fornisce The Family Bones. Dieci canzoni strutturate sulla tecnica alla chitarra acustica di Iacopo Fedi, anche autore dei testi, intorno alla quale un bellissimo organo Eko Tiger alla Ray Manzarek, cori che portano indietro di almeno mezzo secolo e altri particolari strumenti in The Family Bones coniugano classicismo e sperimentazione. Gli originali arrangiamenti, diretti da Loris Salvucci, accompagnano la bellissima voce, calda e intensa, dell’istrionico cantautore ascolano.

AMORI IN TUMULTO IN UNA CITTA’ CHE SOFFRE

Sul lato lirico The Family Bones prende ispirazione da motivi autobiografici di Iacopo Fedi, autore dei testi e delle melodie. Il protagonista delle canzoni si ritrova ad affrontare le angosce di una città che lo aliena e di amori che lo feriscono. C’è una città di mare che offre sempre meno opportunità e porta l’uomo a meditare una fuga. A rendere tutto ancora più complicato ci sono donne che ora sono buone compagne di reciproco sostegno, se non complici del sesso più infuocato, ma in altre canzoni si trasformano in statue di pietra fredda e si chiudono in un silenzio che lascia il protagonista senza risposte e senza vie di uscita, se non l’addio. Un addio sofferto a un amore e una città che avevano alimentato sogni e speranze.

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Una tormentata tentazione di fuga

Due canzoni portano in evidenza il malessere di un uomo nei rapporti con la sua città. Free Calling, brano a tempo di marcia che ci porta verso i Doors più pop di People Are Strange, ci mostra un uomo che non riesce più a sentire l’amore della sua donna. Lei gli dice: “Siamo morti, stiamo camminando come vecchi fantasmi nella notte.” C’è una città che tradisce perché acceca e non consente di vedere chiaramente l’esito della propria esistenza. Quei fantasmi e quella città tornano in Ghosts: una città di mare ormai vuota, nella quale l’uomo perde il suo sguardo nella vastità del mare, ma sente solo il rumore delle onde. A prendersi cura di lui non ci sono persone ma voci di fantasmi. La canzone è un brano con sonorità western, in cui il suono della chitarra e il motivo fischiato richiamano l’epopea del maestro Morricone.

Una donna che ferisce e che lenisce

Il rapporto con una figura femminile è centrale. Spesso la donna ferisce, sia quando è presente, sia nei ricordi di un rapporto finito. In Friday Night, intensa ballata con splendidi cori, la coppia è fuori a cena, ma lei si chiude nel silenzio quando le vengono chiesti i motivi della crisi e viene invano spronata a sognare ancora. In Long Way Home, uno swing veloce in cui dominano l’organo e i “legni”, passeggiando per la città, il protagonista si dirige in modo ossessivo fino alla casa dove viveva con la donna che l’ha lasciato. Into The Fire, uno swing lento in cui alla chitarra, all’organo e ai cori si aggiungono strumenti tipicamente country-folk come l’armonica e la pedal steel guitar, ci presenta la coppia nei suoi momenti migliori. L’amore culmina nel sesso più infuocato, un fuoco che libera dalle paure e una donna che prende le sembianze di un angelo, ma le parti di un demonio.

Un amore complesso

One Hundred Miles e Out Of Time sembrano collegate. Nella prima, un pop che ritorna agli anni ’70, ritroviamo una coppia in difficoltà, che ha lasciato la propria forza sulla strada e non vede un futuro (“non posso più chiudere gli occhi, sono stanco di tutto questo”). In Out Of Time, brano a tempo di marcia che richiama ancora i Doors con cori che riecheggiano lo stile di CS&N, ritroviamo la coppia che soffre. Lei piange ma lui la sprona a reagire. La musica, il ballo e la forza dell’amore possono portarli via, fuori dal tempo, come nel titolo. Lay Down The Law, uno swing lento che torna a farci assaporare sonorità morriconiane e cori da west coast, ci mostra un punto di vista differente. Ora è lei a rimanere sola e ad arrancare sulla strada. Ma l’uomo che ha amato ed è morto torna a farsi sentire in una voce proveniente dalla radio e la incoraggia a imporre delle regole sulla propria esistenza, per tornarne in possesso.

Preghiere e redenzione

Due canzoni si discostano dai temi principali e tracciano una personale spiritualità di Iacopo Fedi. Have You Ever Seen, una ballata tra swing e blues che potrebbe rappresentare il singolo di maggiore impatto commerciale dell’album, in realtà contiene un testo di sconforto. Storie di persone che cadono e provano disperatamente a rialzarsi. In uno schema lirico che si rifà a The Wrestler di Springsteen, il narratore si rivolge all’ascoltatore chiedendogli se ha mai visto “un uomo rialzarsi mentre la sua libertà tocca il fondo”. Leave Me è invece una preghiera “sui generis” rivolta a Dio, un Dio “alla deriva nella notte” a cui il protagonista, stanco e disilluso, chiede solo di essere lasciato in pace. Uno swing lento dominato da un ottimo lavoro sulla chitarra e dal suono dolce e malinconico di un flauto.

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UN DUO ETEROGENEO

La vena compositiva di un musicista eclettico come Iacopo Fedi e la creatività di un validissimo polistrumentista come Loris Salvucci sfornano un album inatteso, composto di canzoni brevi, per gran parte sotto i tre minuti di durata, con un sound che unisce lo swing degli anni ’50, il western pop degli anni ’60 e alcune sonorità e cori degli anni ’70. Al netto di qualche difetto di produzione e di registrazione, che si perdona a un album autoprodotto, colpisce la padronanza di Iacopo Fedi alla chitarra acustica, che fa da base ritmica in tutto l’album, sfruttando spesso accordi dissonanti, diminuiti e semi-diminuiti, ma cesella anche ottimi riff sia all’acustica che all’elettrica. Di grande spessore anche il lavoro di Loris Salvucci agli arrangiamenti, oltre che la sua duttilità su diversi strumenti, dal basso e contrabbasso all’organo, dall’armonica alla pedal steel guitar, dagli strumenti a fiato alla chitarra elettrica, fino ai violini e al violoncello. L’organo in particolare, un Eko Tiger che il duo si è procurato appositamente per riprodurre quel sound tanto caro a Ray Manzarek, ha un ruolo centrale nell’album, al pari della chitarra acustica. Solo un altro musicista ha collaborato all’album: il percussionista Andrea Galiffa.

Curiosità

Un altro elemento di grande impatto in The Family Bones è rappresentato dalla voce di Iacopo Fedi, un cantante viscerale e carismatico sul palco, che può contare su un timbro vocale di indubbio valore. I suoi vocalizzi possono essere avvicinati a quelli di grandissimi interpreti del rock presente e passato. Nell’introduzione ho citato Bono degli U2, Eddie Vedder dei Pearl Jam, nonché il mito assoluto di Jim Morrison dei Doors. È soprattutto a questi tre grandissimi cantanti che si rifà la voce potente e graffiata di Fedi, che sa toccare note anche molto alte di tonalità.

Tira tu le conclusioni…

  • Nei prossimi mesi cerca i brani di The Family Bones. Resterai sorpreso da un sound eclettico che non si sentiva da tempo. Torna a commentare qui.
  • Il tema della fuga da una città che ti abbraccia fino a stritolarti, una città che cambia al punto da non sentirla più tua. Temi ricorrenti nel rock. Hai mai provato queste sensazioni?
  • Morricone ha scritto grandi arie da film, ma si è anche avvicinato alla canzone pop (ad esempio Se Tefonando di Mina). Sentirai qualche assonanza.
  • Hai già letto gli articoli nella sezione Musica Indie del mio blog? Se non lo hai ancora fatto, clicca qui.

Esprimere se stessi è segno di vitalità e di distinzione. Fallo anche tu e commenta qui.

Dario Migliorini

 

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Autore

Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome

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