The Night They Drove Old Dixie Down, The Band

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Dario Migliorini

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The Night They Drove Old Dixie Down venne pubblicata nel 1969 dal gruppo The Band e inclusa nel suo secondo album, intitolato proprio The Band. Scritta da Robbie Robertson, The Night They Drove Old Dixie Down è ad oggi uno dei singoli più famosi della storica band, nota anche per aver accompagnato Bob Dylan in alcuni tour, e una delle pietre miliari del rock tradizionale americano. La canzone ha un fortissimo profilo storico, facendo esplicito riferimento alla Guerra Civile che scoppiò tra l’Unione degli Stati settentrionali e la Confederazione degli Stati meridionali degli Stati Uniti D’America tra il 1861 e il 1865. Il fatto di averla scritta nel periodo del conflitto con il Vietnam e, soprattutto, di narrarla dal punto di vista del soldato sudista sconfitto, hanno reso The Night They Drove Old Dixie Down una canzone molto controversa. Anche considerando che solo uno dei componenti della band proveniva da uno stato del Sud (Levon Helm – Arkansas).

IL POVERO CONTADINO SOLDATO

The Night They Drove Old Dixie Down (leggi la traduzione qui) è narrata in prima persona da Virgil Caine, un soldato bianco povero del Tennessee, che si ritrovò a dover difendere i treni che collegavano Danville a Richmond dall’attacco della cavalleria nordista, guidata dal Generale Stoneman. Quest’ultimo, con le sue rappresaglie, intendeva fermare il rifornimento di viveri e di armi all’ormai esausto esercito sudista, guidato dal mitico Generale Lee, che tentava di vendere cara la pelle a Petersburg. La resa era imminente, come ci spiega chiaramente la prima strofa e il successivo ritornello. Siamo nell’autunno del 1965: Richmond, capitale della confederazione sudista, era già caduta e Petersburg fu la battaglia decisiva. Il ritornello ricorda quel momento: “La notte che misero in ginocchio il vecchio Sud le campane suonarono e la gente iniziò a cantare.”

Un uomo affamato e distrutto

Virgil Caine assistette alla disfatta del suo esercito e al canto di vittoria degli avversari nordisti. Lui e i suoi commilitoni, quelli sopravvissuti, erano “affamati e vivi a stento”, costretti alla fame dalla strategia vincente del Generale Stoneman. Nella seconda strofa lo ritroviamo dopo la guerra a casa sua, nel Tennessee, dove passa la giornata a spaccare legna. Quando assiste al passaggio del Generale Lee, ora impegnato a ricostruire la pace tra le due fazioni, ricorda rabbiosamente quanto quella guerra lo abbia segnato nei suoi valori e nei suoi affetti più cari. “Adesso non mi interessa se sto spaccando legna, e me ne frego se questo denaro non è buono, prendete pure quel che vi serve e lasciate il resto, ma non avrebbero mai dovuto portarsi via ciò che avevamo di più caro.” Versi fortissimi che riportano all’inutilità delle guerre e, in particolare, al rischio che alla fine di un conflitto nulla si sia risolto e ognuno debba portarsi dietro solo la rabbia e il dolore di aver perso persone care (nel caso di Caine un fratello appena diciottenne).

Le guerre fratricide

La Guerra Civile americana fu l’emblema della guerra fratricida, un conflitto combattuto tra gente della stessa patria che parlava la stessa lingua. Non è un caso che Robbie Robertson, spalleggiato dello stesso Levon Helm, abbia deciso di dare al protagonista della canzone il cognome Caine, che richiama Caino (in inglese Cain). Il richiamo allo scontro fratricida biblico per antonomasia è evidente. In questo caso però è il cattivo Caino a morire per mano del fratello buono Abele. In effetti ancora oggi, specie negli ambienti democratici e progressisti americani, prevale la convinzione che allora vinsero “i buoni” del Nord, coloro cioè che facevano del progresso degli ideali (in particolare il superamento del razzismo e della schiavitù) i loro ideali cardine. Il Sud, allora e, almeno in parte, anche oggi, è considerato come la componente più conservatrice e retrograda, con frequenti rigurgiti razzisti. Di conseguenza l’associazione del Sud alla figura di Caino può non essere casuale e ha un motivo ideologico e storico. Ma un fatto specifico generò controversia sul significato di The Night They Drove Old Dixie Down.

La controversia sulla canzone

Il dibattito sul significato di questa canzone si alimentò a causa della scelta di Robbie Robertson di affidare la narrazione al povero soldato sudista, che inevitabilmente, da sconfitto, suscita senso di simpatia e di umana pietà. Se Robertson e la sua band avessero voluto scrivere una canzone da “nordisti”, contro il conservatorismo e il razzismo più tipico degli Stati del Sud, avrebbero potuto celebrare in maniera più netta quella vittoria, evitando di dare voce al milite sconfitto, per di più costretto alla fame. Elemento, questo, che al contrario ha portato alcuni critici a vedere in The Band un simpatia per quel Sud e i suoi ideali conservatori. In realtà, come ha spiegato lo stesso Robertson, la scelta di narrare la vicenda dando voce allo sconfitto fu volutamente presa per mostrare l’assurdità di ogni guerra tra gli uomini. Il fatto che il 1969, hanno di composizione della canzone, risultò tra i più tragici della storia americana a causa della Guerra in Vietnam conferma quanto fosse volontà di The Band di sganciarsi da una posizione ideologica e dare alla canzone un significato di umanità, indipendentemente dalla fazione a cui si appartiene.

NOTE RICCHE DI STORIA DEL ROCK

The Night They Drove Old Dixie Down è una ballata a ritmo moderato la cui melodia scorre nelle vene come il sangue di chi ama la musica americana delle radici. Le strofe, colme di commovente e impetuosa narrazione, e il celebre ritornello ne fanno una delle canzoni ancora oggi più cantate, specie negli Stati Uniti D’America. La voce a Virgil Caine viene fornita da Levon Helm, una delle voci più calde e più folk nel panorama rock dell’epoca. A Helm, che suona anche la batteria con pregevoli stacchi e cambi di ritmo (per Rolling Stone al 22esimo posto tra i più grandi batteristi di sempre), si uniscono nel ritornello il bassista Rick Danko e il pianista Richard Manuel per un coro a tre voci tra i più belli della storia della rock. La versione originale in studio è dominata proprio dal pianoforte di Manuel, pianista tanto geniale quanto rimpianto. Ad esso nelle strofe di unisce un suono che sembra venire da più armoniche a bocca (orchestrate dall’organista Garth Hudson), generando così un legame forte ed evidente con la più profonda tradizione folk del Sud degli USA. Celebre è anche la versione tratta dal concerto di addio della Band nel 1976 (da cui fu estratto il celebre film di Martin Scorsese, The Last Waltz) in cui spariscono le armoniche a bocca e subentra una splendida partitura di strumenti a fiato. Inoltre la chitarra di Robbie Robertson è elettrica (e non più acustica come nella versione in studio). Parlando di The Band, Bruce Springsteen ha dichiarato: “In nessun caso il risultato finale ha superato la somma dei singoli come in The Band”.

Curiosità

The Night They Drove Old Dixie Down è stata riprodotta in numerose versioni. La più celebre, se si eccettua l’originale, fu quella pubblicata dal 1971 da Joan Baez, che arrivò nelle posizioni di vetta delle classifiche di vendita sia in USA che in Inghilterra. Ma altri illustri musicisti vollero proporre una loro cover: tra questi John Denver, Johnny Cash, la Allman Brothers Band e Jerry Garcia. Ma perché quella parola Dixie a significare i territori del Sud? L’origine non è certa ma sembra che, quando furono stampati i primi dollari a New Orleans, essendo la città a forte presenza francese, oltre a ten dollars fu scritto dix dollars in francese. Da qui i pezzi da dieci dollari che circolavano nel Sud vennero chiamati dixies e, più avanti, il sostantivo Dixie venne usato per tutto ciò che proveniva dagli stati meridionali degli USA, che non a caso vennero chiamati con un unico nome: Dixieland.

 

Dario Migliorini

 

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The Night They Drove Old Dixie Down, The Band

Scritto da Dario Migliorini

Mi presento… sono Dario Migliorini, un giovanotto del 1971 nato a Codogno e residente nel Basso Lodigiano. Convivo con Lara, ho una figlia, Elisa, e sono il primo di quattro fratelli. Mi sono laureato in Economia e Commercio e lavoro in banca, ma ho ereditato dal mio compianto papà Umberto la passione per la scrittura. Lui, oltre a essere uno storico amministratore locale, si era appassionato di storia lodigiana e aveva scritto diversi libri sull’argomento. Io, dopo la sua morte, ho curato la pubblicazione di due biografie: E Sono Solo Un Uomo (che racconta la vita del sacerdote missionario Don Mario Prandini) e Il Re Povero (che ripercorre tutto quello che mio padre ha combinato su questa terra). Dal 2008 presiedo anche un Centro Culturale che mio padre aveva fondato nel 1991 e che ora porta il suo nome
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Set 30, 2021

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